Non sta andando tutto bene, intanto ascoltiamo nuova musica

Il mondo della musica, indipendente e non, ha subito un duro colpo durante questa emergenza. Dagli artisti ai tecnici, nessuno è stato risparmiato e rialzarsi sarà un’impresa ardua. A chi mancano gli amici sotto il palco, i banchetti, i festival che non dovrebbero mai finire?

“Lo spirito continua” dicevano i Negazione e al momento non ci resta che crederci davvero. E proprio per questo motivo è doveroso segnalare qualche dischetto uscito durante la quarantena. Un tridente tutto italiano che

L’Oceano Sopra – “Kéreon”

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Ne sentirete parlare. Speriamo presto.

L’Oceano Sopra è un progetto che ritorna con un album diretto, devastante. Già dalle prime note si capisce che il ritmo è da guerra, incalzante e non intende lasciare nemmeno un secondo di pausa. I testi sono introspettivi e le parole cavalcano una corrente di suoni che cresce di intensità. Si viene proiettati in un mare in tempesta, che non si ferma e rompe la pancia delle navi.

Kéreon sono le onde contro gli scogli.  Promosso a pieni voti, ancora.

O – “Antropocene”

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Amanti del black metal unitevi.

O è una garanzia nella musica oscura italiana e Antropocene conferma lo spirito della band di Biella. In questa seconda tappa del loro viaggio, i ragazzi creano un’atmosfera decisamente più opprimente, da togliere il fiato per lo spessore della sonorità. Si respira a fatica, come se fossimo in una nebbia di distorsione e urla. Avete presente i loro live? Ecco, hanno impresso quell’aria su un disco in continua evoluzione, inarrestabile.

Rope – “Crimson Youth”

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Diciamolo, i Rope hanno creato da subito una certa curiosità nell’ambiente. E l’aspettativa è stata rispettata alla grande. Crimson Youth è un disco bellissimo e non c’è altro modo di dirlo.

Al suo interno ci sono diverse influenze, tutte figlie di uno spirito punk e rock’n’roll che ha tanta voglia di farsi sentire e di continuare a suonare fino a tardi. Non poteva esserci pezzo migliore di No more chance per aprire le danze e abbandonarsi al mood dell’album. 4AM and still here è la canzone degli abbracci e delle birrette sotto il palco, We are the lads è da suonare in situazioni come il Venezia Hardcore.

Iniziamo a rialzarci da qua.

Non sta andando tutto bene, intanto ascoltiamo nuova musica

Noah Cicero, Nature Documentary

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Arrivo sempre in ritardo, ma alla fine arrivo. Un po’ di pazienza.

Tempo fa ho conosciuto degli scrittori e editori americani con i quali sono rimasto in contatto. Li ho intervistati, mi hanno presentato quello che succede nel Nuovo Mondo tra una pagina da scrivere e un match di wrestling. Seguo le loro pubblicazioni, ogni tanto si chiede qualche consiglio, si parla in generale. Cose così.

Ho iniziato ad addentrarmi e innamorarmi del mondo “indie” (se proprio dobbiamo etichettarlo) della letteratura americana. Scavando sempre di più ho scoperto un microcosmo di editori e autori che scrivono pezzi incredibili. E si spazia dalla fiction alla poesia, dai racconti brevi a romanzi impensabili. La cosa importante è che il genere non è quella cosa fondamentale. Si scrive per necessità, per passione, perché l’Adderall non scende. Proprio come avviene qua in Italia, no?

L’ultimo libro che mi ha particolarmente colpito è stato Nature Documentary di Noah Cicero, edito da House of Vlad Press (2019). Ripeto, arrivo sempre in ritardo e in questo caso l’ho letto alla terza ristampa, ma eccomi fresco e pronto per parlarne.

Nature Documentary è una raccolta di poesie, divisa in tre parti. Ognuna di queste è raccontata da un verso, una sorta di filo rosso che riporta un particolare momento vissuto dall’autore. Un dialogo, una riflessione, la presenza di una persona al proprio fianco.

She doesn’t know Spanish,

but she knows what death means.

Noah Cicero si serve di un linguaggio semplice e in grado di dar forma a immagini che non si riesce a dimenticare. Si muove tra la dolcezza di una confessione e l’ironia con cui guarda ciò che ha intorno. La società, le debolezze delle persone diventano elementi che bruciano, che scatenano emozioni amare, rassegnate, impotenti. E non possiamo che chiederci: quanto siamo diversi da queste persone? Quanto siamo parte della società?

La poesia di Noah è una lama affilata, di quelle di ghiaccio che non lasciano indizi. Rimane un taglio di riflessioni, una ferita aperta che brucia e che lascia nervi scoperti, cibo per gli avvoltoi. E forse non siamo altro che pensieri con le debolezze in vista, sotto gli occhi di tutti.

In queste pagine ho ritrovato quello spirito poetico che temevo di non trovare più. I libri di poesia sono qualcosa di prezioso, ma spesso mancano di fuoco. Versi su versi per lasciare infine lo stesso vuoto che avevo prima di leggerlo. La poesia deve togliere le forze, animare nuove immagini, spaccarti i denti. Nature Documentary è quel libro che dovevo incontrare per tornare a vedere la poesia come qualcosa di umano e non come un prodotto indie per copywriter indie da social network.

Il mondo letterario indie americano nasconde autori dalla penna letale. Provate, sarà un bellissimo viaggio.

Sui gruppi Facebook di poesia si è soliti ringraziare in un commento l’autore di versi particolarmente belli. Non ho mai capito il motivo. Ora, invece, mi sento più leggero a dirlo. Grazie Noah.

 

Noah Cicero, Nature Documentary

Demersal – “Less”

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Mi arriva una mail da una band danese. Penso wow, apro e scopro che il materiale è qualcosa di fortissimo. Ed è forte perché completo, almeno per quelli che sono i miei umili et bellissimi gusti.

I Demersal sono una stati una bellissima scoperta. Mi hanno fatto ascoltare Less, la loro ultima fatica e finalmente ne riesco a parlare.

Un mix tra “hardcore nero”, screamo e influenze che spaziano dal post-rock all’emo. In otto tracce la band danese condensa stati d’animo differenti, indaga le complessità delle relazioni e ciò che le rende tanto speciali. La voce, forte e fagile allo stesso tempo, urla quelle parole che forse non ha detto al momento giusto. E sotto si forma un tappeto di suoni simile al chaos che ogni giorno si vince, che si conosce. Che la maggior parte delle volte si fatica comunque a comprendere.

C’è energia in queste canzoni. C’è quella cieca ostinazione che spinge a provarci, a cercare di fare andare le cose per il meglio, anche quando la realtà dimostra il contrario. Si sa, rialzarsi è difficile e spesso persino doloroso. Eppure i Demersal usano quel dolore per urlare al mondo che hanno trovato un modo per soffrire di meno.

Gli amanti del blackened hardcore non rimarranno di certi delusi da questo gioiello. Sono curioso di vederli live, immagino già i feelings.

 

 

Demersal – “Less”

The Love Supreme – “A shade of yellow very close to the gold album”

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Il san Valentino del 2020 sarà ricordato per l’uscita di un disco che ha entusiasmato il popolo hardcore di internet. Un regalo migliore dei Baci Perugina o di una passeggiata mano nella mano sotto l’arena di Verona.

The Love Supreme è la band che ha scritto le sette tracce che compongono questo atto d’amore verso la musica e chi si ostina ancora a crederci con tutte le energie. In un momento in cui pareva che le acque fossero calme – troppo, direi – finalmente si ascolta qualcosa che dà speranza a tutti.

Scalford rain apre le danze e si capisce subito che non sarà facile resistere ai colpi che sparano questi ragazzi. Sonorità grezze, ritmi serrati, pochi momenti in cui riprendere fiato e via che si ritorna a ballare. Le influenze sono molteplici, dallo screamo più agguerrito alle sfumature rock’n’roll. Romanticismi e scorrettezze a parte, lo spirito è sempre quello punk che ci fa volare altissimo. Senza prendersi troppo sul serio, la band ha dato vita a tracce spesse.

A shade of yellow very close to the gold album è di certo un prodotto maturo. I membri della band provengono da esperienze di un certo spessore come Die Abete, Cayman The Animal, Bennett, Tutti I Colori Del Buio, Rope, Chambers, Six Feet Tall e le varie esperienze da cui provengono si fanno sentire, dando valore al tutto. ‘sticazzi non lo diciamo?

Love is in the air, punk hardcore too.

The Love Supreme – “A shade of yellow very close to the gold album”

Carlo Corallo – “Can’tautorato”

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Ho avuto modo di dirlo in precedenza e si presenta un’ottima occasione per ribadirlo: Carlo Corallo è l’artista di cui avevamo bisogno.

Andrei oltre la questione puramente legata al genere musicale. Ha dimostrato in ognuno dei suoi lavori quanto fosse il valore aggiunto all’interno della scena rap italiana. Tecnica, contenuto, stile, flow, immaginario. Devo continuare?

È arrivato un nuovo disco. Si intitola Can’tautorato.

Questo album è l’ennesima conferma di un talento raro. Carlo Corallo è musicista, autore, storyteller, rapper. Scrittore, si può dire. Si è fatto conoscere in A luce spenta avrai paura dei fantasmi, poi capirai che anche la luce è uno spettro e nell’EP Dei comuni. Suoni caldi, parole in grado di evocare paesaggi e momenti quotidiani. Si respira l’aria della Sicilia, i profumi dei suoi frutti. Racconta di incontri che avvengono in città, nei bar silenziosi quando fuori piove e c’è solo lei di fronte.

Con Carlo Corallo si ascolta qualcosa di letterario. Gioca con le parole come se le avesse inventate lui. Le dispone con una dolcezza e una maestria degne dei grandi autori, quelli che si studiano sui libri di scuola e negli atenei universitari. C’è poesia nei suoi testi, amplificata da tecnicismi che non sono mai pesanti o noiosi. Insomma, gli incastri non sono un esercizio di stile per dimostrare che anche lui sa scrivere le rime. È qualcosa di più, qualcosa di così naturale che se non ci fosse non sarebbe Carlo Corallo. E chi ha avuto modo di seguire il suo percorso artistico ha capito questo suo tratto naturale.

Can’tautorato” propone un sound nuovo, pur mantenendo i rapporti con le origini e le melodie “classiche” dell’hip-hop. Si aggiunge altro. Il pianoforte, quel bellissimo pianoforte sempre presente, guida a un ascolto dolce quanto una carezza. In certi passaggi sembra quasi di avere un dialogo con il musicista, per l’aria intima che si respira. Immaginatevi di trovarvi a un tavolo con lui e di potervi confidare. Mi piace pensare che tante delle sue tracce siano state scritte a seguito di questi colloqui isolati.

Il suo lavoro impressiona per l’umiltà e l’onestà con cui si fa conoscere. Non ha bisogno di crearsi un personaggio, di millantare ricchezze o una vita lussuosa per ottenere l’attenzione dell’ascoltatore. Sono le rime che parlano per lui.

Ancora una volta Carlo Corallo dà dignità al rap. Gli conferisce una nota poetica forte, elegante. Lo eleva.

Già si aspetta il prossimo lavoro.

 

Carlo Corallo – “Can’tautorato”

Il diavolo non ha niente da perdere

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Un anno fa, esattamente in questo periodo, terminavo la consegna del mio secondo libro. Correzioni, pensieri, la vocina in testa che mi diceva di cancellare tutto e scrivere altro. Avevo mille idee, il problema era trovare un ordine in quel casino.

Volevo far leggere qualcosa che rispecchiasse esattamente la mia idea di storia. Volevo inserire la magia, cara magia, elementi fiabeschi e piccolezze per sorridere. Cazzatine, si chiamerebbero.

Volevo fare in modo che si toccasse la provincia, il suo vuoto e la sua tristezza infinita. Che poi, a voler essere onesti, tutto il mondo fa provincia. Corri e corri, ma sei sempre al punto di partenza. La sua presenza ti segue ovunque.

Volevo sperimentare. Stupirmi.

Ci sono riuscito? Non lo so.

Il diavolo non ha niente da perdere è un libro che considero fondamentale per il mio viaggio nella prosa. L’ho scritto senza consigli da altri autori, senza seguire regole di genere o accortezze che avrebbero aiutato a renderlo più appetibile. Non è stato per pigrizia, ma per quel sentimento sognante di cui ancora non mi sono liberato. Era un insieme di avvenimenti e storie che dovevo raccontare, come se il primo testimone fossi stato io.

Mi sono lasciato trasportare da quelle immagini che avevo chiare in testa, dai personaggi che crescevano con me.

Non so dire a quale genere appartenga. E non è per superbia, ma per una reale incapacità di definirlo. Ha elementi fantastici, utopistici, realistici. Mi piaceva l’idea di insierire elementi poetici, o che suonassero tali. Poesia, cara poesia, cosa hai mai fatto per meritarti tutto questo?

«Posso scegliere?».
«Sì, sta tutto a te. Puoi comunque opporti».
«E mi converrebbe?» chiese rassegnato.
«Temo di no. In ogni caso, non cambierebbe nulla».
«Già, lo penso anche io».

Voglio bene a Ismaele. Lo sento quasi come un amico che conosco da una vita e che non ricordo il primo incontro. È sempre stato qua. Ha una parte di me e un’altra che gli invidio. Che vorrei avere anche io, che rincorro senza mai raggiungerla.

E Magritte, povero stronzo, da grande vorrei essere lui.

Mi risulta sempre difficile parlare di ciò che scrivo o dei progetti in cui sono coinvolto. Se ci trovassimo in un bar, senza troppa gente intorno, ne avrei per ore. Racconterei come è nato, i riferimenti letterari che forse non si coglieranno mai, i sogni infiniti che ho lasciato in quelle pagine. Parlerei degli autori che inconsciamente mi hanno guidato e che non smetterò mai di ringraziare. Insomma, chiunque lascia tracce del suo passaggio, più o meno invisibili. È per questo motivo che non riesco a dire altro e, sorpresa, non dirò nulla di più. Credo che sia tra i tratti più prevedibili che mi appartengono.

Troviamoci al bar.

Ismaele scopre di essere il Figlio di Satana in un giorno come molti altri. Costretto a fuggire, cerca un posto da chiamare “casa” e conosce persone che, come lui, hanno abbandonato la propria vita per salvarsi e salvare chi avevano attorno. Incontra nuove amicizie, nuove paure, nuove domande a cui trovare risposta. E non è facile sopportare tutto questo senza nessuno al proprio fianco.

Potete acquistare Il diavolo non ha niente da perdere sul sito di Eretica Edizioni, su Amazon, Ibs, Feltrinelli e su tutti i portali online che si occupano di libri.

Leggetelo, lasciate un piccolo pensiero e rendetemi il sognatore più leggero di sempre.

Il diavolo non ha niente da perdere

Paolo Di Orazio, trent’anni di splatterpunk

Horror, tra i generi più discussi e incompresi del panorama letterario e artistico in generale. Per qualcuno è uno specchietto per allodole, per altri è un vero e proprio credo. Una vocazione.

L’horror non è qualcosa di definibile. Le diverse sfumature che ha maturato nel corso degli anni, e dei secoli, l’hanno reso uno dei generi più vari della storia. È una creatura viva, affamata, che ogni giorno attira nuovi curiosi nel suo freddo abbraccio.

Anche l’Italia ha una bella schiera di autori del macabro di cui vantarsi. Schiera che avanza parlando a un pubblico vorace, attivo, volenteroso di scoprire nuovi nomi.

Paolo Di Orazio è uno dei protagonisti del mondo horror italiano. Autore di fumetti, romanzi e raccolte di racconti, ha lasciato una traccia indelebile nella letteratura di genere italiana e internazionale. Ha pubblicato in italiano e in inglese, ottenendo un largo consenso tra i lettori del macabro. Un vero e proprio scrittore culto nel mondo dell’incubo e di quella sfumatura complessa, spesso confusa dal pubblico, che prende il nome di splatterpunk. Primi delitti, che spegne trenta candeline dopo migliaia di copie vendute, è la conferma di un percorso che non intende arrestarsi.

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Cerchiamo di capire il genere: l’horror. Alla base c’è la paura, in tutte le sue infinite forme. Cos’è per te la paura? È il sentimento fondamentale dell’animo umano. Nonché della mia zona d’ombra. Ho paura di mille cose.

Arriviamo quindi allo splatterpunk. Alesandro Manzetti (editore e autore, fondatore di Independent Legions Publishing) propone una definizione precisa del genere all’interno di Primi delitti. Concordo nel fatto che ora si ha una concezione fuorviante di questo filone letterario, forse dovuto a una specifica influenza cinematografica. La produzione del cinema, talvolta, sembra aver perso quella dimensione “punk” che caratterizza tale genere, trasformandolo in pura e ingiustificata violenza. Cos’è per te lo splatterpunk? Al di là delle caratteristiche necessarie di genere, splatterpunk per me è infrazione delle regole. Un esempio su tutti: il nonnetto cannibale della famiglia Hewitt di Non aprite quella porta, che ti fa veicolare l’empatia su un serial killer buffo quanto trucido più che nelle vittime. O sul Dexter Morgan della serie televisiva e del romanzo La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay. Lo spettatore diventa l’assassino, ovvero l’eroe. Completamente uncorrect. Questa la base principale, il resto è tecnica e istinto.

 Cosa ti ha conquistato di questo genere? In cosa ti sei riconosciuto? Nel settembre del 1980, dopo aver scoperto l’esistenza di una musica violenta e urbana, e allo stesso tempo visionaria, suonata e cantata da una nuova band che rispondeva al nome di Iron Maiden, con la sua spiazzante copertina dell’album di esordio, l’horror prese per me una strada diversa, sia nella musica, sia nella mia fame di novità a tutto campo. All’improvviso, le maschere classiche di cui ero innamorato da un decennio non bastarono più. I Maiden avevano incarnato qualcosa che, a mio avviso, anticipò di qualche anno il Body Horror di Clive Barker e lo splatterpunk, scrivendo con il David Cronenberg di quei tempi le istruzioni per la New Wave dell’horror mondiale. Il metal dei Maiden era permeato di materia notturna, vicoli freddi e violenza di periferia dopo corse sfrenate, su cui dominava un freak astratto come Il fantasma dell’Opera, tipo divinità dell’orrore sovrannaturale. Lo zombie in copertina con la cresta punk ti urlava in faccia la totalità di un pianeta alternativo, guardandoti negli occhi, a cui non potevi non rispondere. Clive Barker, coi suoi Libri di Sangue Infernalia e Ectoplasm, qualche anno dopo fece il resto necessario dentro la mia mente. Mi riconobbi in quella esplosione di ferocia, che desiderava rompere i confini già immensi di Lovecraft mettendo il core dell’infinito infernale dentro la carne e la mente umana e non tra le stelle. La periferia dove sono nato, fino al 1980 era circondata dalla bidonville romana che Pasolini ritrae nel film Accattone. Un magma di violenza e disperazione, di odori incivili e tensione sociale al limite della sopportazione. Chi è cresciuto con me in quei posti ha cercato una rivalsa nella musica, nei fumetti, nella letteratura. Chi in prima persona creando, chi da fervido fruitore. Era un’energia nata sui marciapiedi. Eddie dei Maiden era uno spirito che ti inseguiva per le stesse strade notturne, scarsamente illuminate e mal frequentate. Qualcosa di più pericoloso dei Sex Pistols. La musica dei Maiden mescolava il primordiale all’onirico, l’esoterico al disagio sociale. Così come l’horror di Barker. Mi sono sentito per natura nella pelle dello scrittore horror anglosassone più potente ed emancipato di tutti i tempi. Barker aveva la profondità europeo-rinascimentale (senza nulla togliere alla letteratura americana che amo di default) di cui l’horror mondiale – compreso il sottoscritto – aveva bisogno e che faceva ribollire di adrenalina così come i solchi dei primi due album della sua band connazionale fondata dal bassista paroliere Steve Harris.

Qual è o quali sono gli autori che per te sono stati dei veri e propri Maestri? I miei Maestri veri e propri, non solo nell’horror: Giovanni Verga, Sergio Corazzini, Buzzati, Poe, Lovecraft, King e Barker, Maxence Fermine, Oliver Sachs.

E quali altri artisti hanno contribuito alla tua formazione? Fondamentali Stan Lee, Jack Kirby, Max Bunker, Magnus per il fumetto di ogni tempo. Salvador Dalì, Robert De Niro, Peter Witkin (fotografia), Ridley Scott, David Cronenberg e Lynch, Peter Hammill, Woody Allen, Chris Cornell.

Manca qualcosa all’horror contemporaneo rispetto a quello dei Maestri? Manca lo studio dei Maestri. Quello che vedo e leggo, per la maggioranza, sono gli anni Ottanta fritti con olio esausto. Per fortuna, vedo scintille di luce. Poche, ma ottime. Bisogna leggere i Maestri, e parlo di quelli dell’800 e primi ‘900. E, soprattutto, analizzare e dimenticare.

Cosa significa scrivere horror e splatterpunk in Italia? Significa vivere in un mondo a parte, dove parli una lingua conosciuta a pochi e aliena al resto del mondo.

Parliamo di Primi delitti, opera fondamentale della tua carriera. Sono trent’anni dalla prima edizione e Independent Legions Publishing propone una ristampa completa di materiale informativo che aiuta a cogliere meglio alcune sfumature del tuo libri. Il tuo libro ha avuto una vita travagliata. Come ti senti dopo trent’anni di horror? Nella riedizione (bellissima. Lo dico con una punta di orgoglio, visto l’apprezzamento nazionale), ho azzardato una sezione introspettiva. Da un lato temevo l’autocelebrazione, ma i lettori non sono affatto stupidi e hanno colto il mio proposito di raccontare una società lobotomizzata e conformista contro cui noi sostenitori dell’horror e della cultura estrema in generale vogliamo difenderci da decenni nutrendo il nostro intelletto con emozioni forti e storie spettacolari. Dopo trent’anni di horror, di pubblicazioni al di là di ogni moda, quindi in totale solitaria, ho esplorato ogni derivazione. Come mi sento? Un outsider maturo. Non nel senso di stile di scrittura, perché se analizzo tutte le mie pubblicazioni (5 raccolte di racconti, 8 romanzi, e racconti su antologie di autori vari), non credo di aver raggiunto un volto definitivo. Vorrei poter scegliere tra commedia e tragedia, ma in fondo non ho ancora capito se da grande scriverò o disegnerò.

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Cosa ti ha portato a scrivere Primi delitti? Il desiderio, l’urgenza di realizzare un fumetto horror, qualcosa che avesse una dirompenza grafica di rottura in una raccolta di episodi brevi in stile Zio Tibia/Dottor Horror. Il resto (risata diabolica) lo scoprirete leggendo la mia intro sul libro targato Independent Legions.

In trent’anni di attività, passione e dedizione, quanto è cambiato questo genere? Il genere vive nel mondo in ottima salute e si nutre della fantasia scatenata di autori quali Alessandro Manzetti nella duplice veste di autore e editore (Independent Legions Publishing), e autori storici del mondo come Jack Ketchum (ancora poco tradotto in italiano), John Lansdale, Edward Lee, Lucy Taylor, Charlee Jacob. A noi arriva più che altro attraverso un cinema devastante dai titoli Inbred, Cat Sick Blues, Header affondando quindi gli artigli nell’horror hardcore con mutilazioni e stupri. Oggi più che mai, ne abbiamo bisogno, la società è profondamente malata. Bisogna affilare le armi.

L’horror è più vivo che mai. Ti aspetta dietro l’angolo, ogni giorno.

Primi delitti (edizione a tiratura limitata) è acquistabile al seguente link, presso il sito di Independent Legions Publishing.

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Paolo Di Orazio, trent’anni di splatterpunk