Il diavolo non ha niente da perdere

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Un anno fa, esattamente in questo periodo, terminavo la consegna del mio secondo libro. Correzioni, pensieri, la vocina in testa che mi diceva di cancellare tutto e scrivere altro. Avevo mille idee, il problema era trovare un ordine in quel casino.

Volevo far leggere qualcosa che rispecchiasse esattamente la mia idea di storia. Volevo inserire la magia, cara magia, elementi fiabeschi e piccolezze per sorridere. Cazzatine, si chiamerebbero.

Volevo fare in modo che si toccasse la provincia, il suo vuoto e la sua tristezza infinita. Che poi, a voler essere onesti, tutto il mondo fa provincia. Corri e corri, ma sei sempre al punto di partenza. La sua presenza ti segue ovunque.

Volevo sperimentare. Stupirmi.

Ci sono riuscito? Non lo so.

Il diavolo non ha niente da perdere è un libro che considero fondamentale per il mio viaggio nella prosa. L’ho scritto senza consigli da altri autori, senza seguire regole di genere o accortezze che avrebbero aiutato a renderlo più appetibile. Non è stato per pigrizia, ma per quel sentimento sognante di cui ancora non mi sono liberato. Era un insieme di avvenimenti e storie che dovevo raccontare, come se il primo testimone fossi stato io.

Mi sono lasciato trasportare da quelle immagini che avevo chiare in testa, dai personaggi che crescevano con me.

Non so dire a quale genere appartenga. E non è per superbia, ma per una reale incapacità di definirlo. Ha elementi fantastici, utopistici, realistici. Mi piaceva l’idea di insierire elementi poetici, o che suonassero tali. Poesia, cara poesia, cosa hai mai fatto per meritarti tutto questo?

«Posso scegliere?».
«Sì, sta tutto a te. Puoi comunque opporti».
«E mi converrebbe?» chiese rassegnato.
«Temo di no. In ogni caso, non cambierebbe nulla».
«Già, lo penso anche io».

Voglio bene a Ismaele. Lo sento quasi come un amico che conosco da una vita e che non ricordo il primo incontro. È sempre stato qua. Ha una parte di me e un’altra che gli invidio. Che vorrei avere anche io, che rincorro senza mai raggiungerla.

E Magritte, povero stronzo, da grande vorrei essere lui.

Mi risulta sempre difficile parlare di ciò che scrivo o dei progetti in cui sono coinvolto. Se ci trovassimo in un bar, senza troppa gente intorno, ne avrei per ore. Racconterei come è nato, i riferimenti letterari che forse non si coglieranno mai, i sogni infiniti che ho lasciato in quelle pagine. Parlerei degli autori che inconsciamente mi hanno guidato e che non smetterò mai di ringraziare. Insomma, chiunque lascia tracce del suo passaggio, più o meno invisibili. È per questo motivo che non riesco a dire altro e, sorpresa, non dirò nulla di più. Credo che sia tra i tratti più prevedibili che mi appartengono.

Troviamoci al bar.

Ismaele scopre di essere il Figlio di Satana in un giorno come molti altri. Costretto a fuggire, cerca un posto da chiamare “casa” e conosce persone che, come lui, hanno abbandonato la propria vita per salvarsi e salvare chi avevano attorno. Incontra nuove amicizie, nuove paure, nuove domande a cui trovare risposta. E non è facile sopportare tutto questo senza nessuno al proprio fianco.

Potete acquistare Il diavolo non ha niente da perdere sul sito di Eretica Edizioni, su Amazon, Ibs, Feltrinelli e su tutti i portali online che si occupano di libri.

Leggetelo, lasciate un piccolo pensiero e rendetemi il sognatore più leggero di sempre.

Il diavolo non ha niente da perdere

Paolo Di Orazio, trent’anni di splatterpunk

Horror, tra i generi più discussi e incompresi del panorama letterario e artistico in generale. Per qualcuno è uno specchietto per allodole, per altri è un vero e proprio credo. Una vocazione.

L’horror non è qualcosa di definibile. Le diverse sfumature che ha maturato nel corso degli anni, e dei secoli, l’hanno reso uno dei generi più vari della storia. È una creatura viva, affamata, che ogni giorno attira nuovi curiosi nel suo freddo abbraccio.

Anche l’Italia ha una bella schiera di autori del macabro di cui vantarsi. Schiera che avanza parlando a un pubblico vorace, attivo, volenteroso di scoprire nuovi nomi.

Paolo Di Orazio è uno dei protagonisti del mondo horror italiano. Autore di fumetti, romanzi e raccolte di racconti, ha lasciato una traccia indelebile nella letteratura di genere italiana e internazionale. Ha pubblicato in italiano e in inglese, ottenendo un largo consenso tra i lettori del macabro. Un vero e proprio scrittore culto nel mondo dell’incubo e di quella sfumatura complessa, spesso confusa dal pubblico, che prende il nome di splatterpunk. Primi delitti, che spegne trenta candeline dopo migliaia di copie vendute, è la conferma di un percorso che non intende arrestarsi.

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Cerchiamo di capire il genere: l’horror. Alla base c’è la paura, in tutte le sue infinite forme. Cos’è per te la paura? È il sentimento fondamentale dell’animo umano. Nonché della mia zona d’ombra. Ho paura di mille cose.

Arriviamo quindi allo splatterpunk. Alesandro Manzetti (editore e autore, fondatore di Independent Legions Publishing) propone una definizione precisa del genere all’interno di Primi delitti. Concordo nel fatto che ora si ha una concezione fuorviante di questo filone letterario, forse dovuto a una specifica influenza cinematografica. La produzione del cinema, talvolta, sembra aver perso quella dimensione “punk” che caratterizza tale genere, trasformandolo in pura e ingiustificata violenza. Cos’è per te lo splatterpunk? Al di là delle caratteristiche necessarie di genere, splatterpunk per me è infrazione delle regole. Un esempio su tutti: il nonnetto cannibale della famiglia Hewitt di Non aprite quella porta, che ti fa veicolare l’empatia su un serial killer buffo quanto trucido più che nelle vittime. O sul Dexter Morgan della serie televisiva e del romanzo La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay. Lo spettatore diventa l’assassino, ovvero l’eroe. Completamente uncorrect. Questa la base principale, il resto è tecnica e istinto.

 Cosa ti ha conquistato di questo genere? In cosa ti sei riconosciuto? Nel settembre del 1980, dopo aver scoperto l’esistenza di una musica violenta e urbana, e allo stesso tempo visionaria, suonata e cantata da una nuova band che rispondeva al nome di Iron Maiden, con la sua spiazzante copertina dell’album di esordio, l’horror prese per me una strada diversa, sia nella musica, sia nella mia fame di novità a tutto campo. All’improvviso, le maschere classiche di cui ero innamorato da un decennio non bastarono più. I Maiden avevano incarnato qualcosa che, a mio avviso, anticipò di qualche anno il Body Horror di Clive Barker e lo splatterpunk, scrivendo con il David Cronenberg di quei tempi le istruzioni per la New Wave dell’horror mondiale. Il metal dei Maiden era permeato di materia notturna, vicoli freddi e violenza di periferia dopo corse sfrenate, su cui dominava un freak astratto come Il fantasma dell’Opera, tipo divinità dell’orrore sovrannaturale. Lo zombie in copertina con la cresta punk ti urlava in faccia la totalità di un pianeta alternativo, guardandoti negli occhi, a cui non potevi non rispondere. Clive Barker, coi suoi Libri di Sangue Infernalia e Ectoplasm, qualche anno dopo fece il resto necessario dentro la mia mente. Mi riconobbi in quella esplosione di ferocia, che desiderava rompere i confini già immensi di Lovecraft mettendo il core dell’infinito infernale dentro la carne e la mente umana e non tra le stelle. La periferia dove sono nato, fino al 1980 era circondata dalla bidonville romana che Pasolini ritrae nel film Accattone. Un magma di violenza e disperazione, di odori incivili e tensione sociale al limite della sopportazione. Chi è cresciuto con me in quei posti ha cercato una rivalsa nella musica, nei fumetti, nella letteratura. Chi in prima persona creando, chi da fervido fruitore. Era un’energia nata sui marciapiedi. Eddie dei Maiden era uno spirito che ti inseguiva per le stesse strade notturne, scarsamente illuminate e mal frequentate. Qualcosa di più pericoloso dei Sex Pistols. La musica dei Maiden mescolava il primordiale all’onirico, l’esoterico al disagio sociale. Così come l’horror di Barker. Mi sono sentito per natura nella pelle dello scrittore horror anglosassone più potente ed emancipato di tutti i tempi. Barker aveva la profondità europeo-rinascimentale (senza nulla togliere alla letteratura americana che amo di default) di cui l’horror mondiale – compreso il sottoscritto – aveva bisogno e che faceva ribollire di adrenalina così come i solchi dei primi due album della sua band connazionale fondata dal bassista paroliere Steve Harris.

Qual è o quali sono gli autori che per te sono stati dei veri e propri Maestri? I miei Maestri veri e propri, non solo nell’horror: Giovanni Verga, Sergio Corazzini, Buzzati, Poe, Lovecraft, King e Barker, Maxence Fermine, Oliver Sachs.

E quali altri artisti hanno contribuito alla tua formazione? Fondamentali Stan Lee, Jack Kirby, Max Bunker, Magnus per il fumetto di ogni tempo. Salvador Dalì, Robert De Niro, Peter Witkin (fotografia), Ridley Scott, David Cronenberg e Lynch, Peter Hammill, Woody Allen, Chris Cornell.

Manca qualcosa all’horror contemporaneo rispetto a quello dei Maestri? Manca lo studio dei Maestri. Quello che vedo e leggo, per la maggioranza, sono gli anni Ottanta fritti con olio esausto. Per fortuna, vedo scintille di luce. Poche, ma ottime. Bisogna leggere i Maestri, e parlo di quelli dell’800 e primi ‘900. E, soprattutto, analizzare e dimenticare.

Cosa significa scrivere horror e splatterpunk in Italia? Significa vivere in un mondo a parte, dove parli una lingua conosciuta a pochi e aliena al resto del mondo.

Parliamo di Primi delitti, opera fondamentale della tua carriera. Sono trent’anni dalla prima edizione e Independent Legions Publishing propone una ristampa completa di materiale informativo che aiuta a cogliere meglio alcune sfumature del tuo libri. Il tuo libro ha avuto una vita travagliata. Come ti senti dopo trent’anni di horror? Nella riedizione (bellissima. Lo dico con una punta di orgoglio, visto l’apprezzamento nazionale), ho azzardato una sezione introspettiva. Da un lato temevo l’autocelebrazione, ma i lettori non sono affatto stupidi e hanno colto il mio proposito di raccontare una società lobotomizzata e conformista contro cui noi sostenitori dell’horror e della cultura estrema in generale vogliamo difenderci da decenni nutrendo il nostro intelletto con emozioni forti e storie spettacolari. Dopo trent’anni di horror, di pubblicazioni al di là di ogni moda, quindi in totale solitaria, ho esplorato ogni derivazione. Come mi sento? Un outsider maturo. Non nel senso di stile di scrittura, perché se analizzo tutte le mie pubblicazioni (5 raccolte di racconti, 8 romanzi, e racconti su antologie di autori vari), non credo di aver raggiunto un volto definitivo. Vorrei poter scegliere tra commedia e tragedia, ma in fondo non ho ancora capito se da grande scriverò o disegnerò.

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Cosa ti ha portato a scrivere Primi delitti? Il desiderio, l’urgenza di realizzare un fumetto horror, qualcosa che avesse una dirompenza grafica di rottura in una raccolta di episodi brevi in stile Zio Tibia/Dottor Horror. Il resto (risata diabolica) lo scoprirete leggendo la mia intro sul libro targato Independent Legions.

In trent’anni di attività, passione e dedizione, quanto è cambiato questo genere? Il genere vive nel mondo in ottima salute e si nutre della fantasia scatenata di autori quali Alessandro Manzetti nella duplice veste di autore e editore (Independent Legions Publishing), e autori storici del mondo come Jack Ketchum (ancora poco tradotto in italiano), John Lansdale, Edward Lee, Lucy Taylor, Charlee Jacob. A noi arriva più che altro attraverso un cinema devastante dai titoli Inbred, Cat Sick Blues, Header affondando quindi gli artigli nell’horror hardcore con mutilazioni e stupri. Oggi più che mai, ne abbiamo bisogno, la società è profondamente malata. Bisogna affilare le armi.

L’horror è più vivo che mai. Ti aspetta dietro l’angolo, ogni giorno.

Primi delitti (edizione a tiratura limitata) è acquistabile al seguente link, presso il sito di Independent Legions Publishing.

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Paolo Di Orazio, trent’anni di splatterpunk

Lenostrepaure – “Nessuno accanto”

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Nella mia città non succede mai nulla di bello, ma ci sono persone che sanno emozionare con una chitarra e qualche parola. E in quegli accordi c’è tutto quello che vorresti dire.

Lenostrepaure hanno scritto Nessuno accanto. Suonano da Brescia e raccontano di Firenze, di notti sospese ad aspettare un messaggio che non arriva, di sogni che tardano a realizzarsi. Ci sono i progetti grandi quando continenti, le piazze di tutta Italia da visitare e tante speranze. C’è anche quella solitudine sempre addosso, che non ti abbandona mai. La stessa che ti fa sentire solo anche tra sette miliarsi di persone.

Le sonorità della band viaggiano sull’emo melodico con sfumature post-rock, dolci e atmosferiche. Dai lavori precedenti hanno mantenuto quella dimensione cantautoriale che da sempre li ha contraddistinti. Quel modo di raccontare, con le parole e con gli accordi, i pensieri di ogni giorni è rimasto e in queste nuovi canzoni ha raggiunto una poetica forte, struggente. “Capelli corti” e “Bagnandoci” danno vita a immagini che si vivono con tutti i sensi.

Della mia città non c’è molto da dire, ma le persone che la vivono hanno sempre qualcosa da raccontare.

Lenostrepaure – “Nessuno accanto”

Sam Pink, poetry, paintings & Skittles

This saturday is quite different.

I’m going on knowing american authors. It’s like I’m walking down the American streets, made of books and sharp words. I’m not sure I have the insurance.

Sam Pink has answered my questions. He writes books and paintings people. One of those faces could be you.

How did you start writing? I started writing things on coupons during lunch break at my job when I was younger. Eventually I started a blog and posted writing on it. NOt long after that someone asked about compiling it into a book.

How would you describe your style? I would describe my style as a shotgun shell full of Skittles.

Do people support your works? Yeah for sure. Overall people have been really supportive. People tell other people, or email me saying their friend made them read one of my books or something. Really cool stuff. People have been very very supportive. Without the audience, I wouldn’t have gotten anywhere. I was never on a huge press, or receiving any kind of formal promotion, so word of mouth, and people supporting me, has been basically 99% of my support. In that way, it has created a cool base of people because it’s not something you hear about on (x website, radio show/etc) but from a friend or someone you know. It has been kept a nice secret for a long time and I’m very thankful, every day, for the ways in which people have helped me.

What gives you the idea for your books? I’m not sure what gives me the idea for my books. I don’t mean to sound (whatever) but I’ve always felt like with writing, and especially visual art, that it all feels guided in some way. Like it’s coming from somewhere. And all I do is wrangle it a little and make sure it looks nice/clean.

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And where does “Rontel” come from? “Rontel” was my cat’s name. The idea to name a book was just a moment in which that seemed hilarious. The idea of the book itself was just theat I wanted to write a book that takes place within a day or so, and has an “odyssey” feel, even though there is very little, arguably, adventure. The “ideas” for my books are very loose and usually like “it’ll be about where I work” or “it’ll take place within a day” etc.

Sometimes people think that “big promotion” means “commercial”. Do you agree? Why do you think a big press doesn’t bet on you? Yes, I do agree. By definition, more promotion generally means more commercial. Being widely available/commercialized doesn’t mean your shit sucks, but it definitely means it has been commercialized. Promotions are commercials. Sometimes, the people who like your stuff promote you, they give mini commercials by saying to a friend, “hey read this” but anything above that, like ads/appearances on interviews/podcasts, and pretty much anything else you can think of, is paid for or arranged by a publisher, who has a commercial interest in you. I’m not exactly sure why a big publisher hasn’t helped me out, but I probably know. ultimately, it doesn’t matter. I didn’t get into doing this for that reason. I got into it to make things to share, which I have been doing, and will continue to do. Its behooves me to do anything I can on my own. I make a little money, and that’s cool, but I really don’t want a “big place” telling me what to do and “taking me on” because I’m a son of a bitch and it probably wouldn’t work out for them. I don’t paly nice when I don’t like a situation.

Have you got any fovourite author? I think ultimately, I don’t have a favourite author, but the book that probably did the most for me has been Aesop’s fables.

And what about your paintings? Who are all those faces? Who are the people you draw? The paintings and art are the same way. I just sit down and try some stuff, and if it provokes the reaction in me I’ve come to associate with “good” then that’s a success. I’ve noticed, much like with writing, that when I have a good sense of what is “good” in terms of their own work, the audience responds the same way. I’ve never felt strongly about something and then the reaction by the audience didn’t equate. I don’t know who the people I paint are, but I’ve found they often resemble the faces of people I know. Like someone’s face works its structure into the painting. Not necessarily important/close, but people I’ve definitely encountered.

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How much people influence your works? How much are they present in your paintings or writings? People influence my work a lot. I mean in some way, writing is necessarily always (even if you were the only character) about other people. Language is like an agreement between more than one person. In some way, I’m hoping that a certain arrangement of words/feelings/etc, transmits to another. It’s like teleportation but for different units of mass. People influence my work in more overt ways too, like simply being there to be turned into a character or added into a book. More so in writing than in art but like I said, I can almost always tell you, after the fact, the face that any given painting is based on. It just happens. I mean, it’s impossible for me to imagine almost any situation that doesn’t involve people, or isn’t influenced by them in some way. As I get older I realize the profound (not always good) impact people have. In fact, I’m trying to always go deeper and deeper into learning/unlearning/identifying how much of “me” or my behaviour is being influenced (not necessarily directly) by other eople. And the goal is to free myself from that while also not ignoring it.

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Sam Pink, poetry, paintings & Skittles

ZZ & Fato W – “Shinobi” EP

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L’unico stile di rap che dovrebbe sempre andare di moda è quello fatto bene. Il resto sono solo pensieri annoiati su Facebook, stories su Instagram con il solo scopo di dare visibilità a qualche youtuber che non ha ancora capito come utilizzare al meglio il proprio tempo. Questo vale in generale, ma vista la popolarità che da diversi anni a oggi ha acquisito il rap, è ora di mettere un po’ le cose in chiaro. E anche in questo caso è giusto che sia la musica a parlare.

Shinobi è il lavoro solista di ZZ, membro della crew bolognese OTM. Le strumentali sono firmate da Fato W che propone un sound decisamente fresco e d’impatto. Le sonorità appartengono a quella nuova ondata che mantiene allo stesso tempo un legame con la “vecchia scuola”, con le cosiddette “radici”. Gli scratch presenti nei pezzi “Shuriken” e “Ryu” ne sono un chiaro esempio, opere di RjD Django.

Ciò che colpisce maggiormente di questo EP sono le diverse influenze che si incontrano all’interno. C’è il groove. C’è la presa bene. C’è la strumentale che asseconda i pensieri dell’MC, da quelli più conscious a quelli che snocciolano punchline senza mai esaurirsi. ZZ dà prova di grandi capacità liriche, insieme a un flow vario e preciso. Le rime e gli incastri sono invidiabili a molti dei rapper che dicono di essere i soli a spaccare. Talvolta è quasi difficile stargli dietro.

L’EP di ZZ e Fato W è un esperimento uscito al meglio. OTM aveva già dato prova di essere un collettivo dinamico, pronto a viaggiare su flussi inesplorati e a proporli con grande personalità. Il risultato finale è degno di attenzione e capace di creare un interesse meritato attorno al progetto.

Questo è il rap fatto bene. Questo è il rap che dovrebbe andare di moda.

ZZ & Fato W – “Shinobi” EP

Dhole – “Dove mitigano i dubbi e nascono credenze”

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Ultimamente i miei ascolti sono diversi dal solito. Variano in genere, in immaginari e non credo ci sia un filo conduttore che li lega. Inizio quasi a credere che si possa davvero ascoltare “di tutto”.

Tra i diversi generi, uno in particolare sta prendendo più spazio di altri. Sarò sentimentale o forse è a causa di questo marzo troppo caldo che mi confonde le idee sui vestiti, sulle cose da fare e su quelle da lasciare in parte. Forse perché è il mese in cui cresco di un anno o forse perché qualcuno fa musica come si dovrebbe. O almeno, come piace a me.

Ci siamo capiti. Marzo è il mese emo. E se avete amici tristi c’è una perla che dovete consigliare, per fare bella figura e per fargli capire che non è solo.

Dove mitigano i dubbi e nascono credenze è l’ultimo disco dei Dhole, band rivelazione e tra le più promettenti. L’album è uscito a novembre dello scorso anno e nessuno l’ha ancora tolto dal giradischi.

Sei canzoni e un mare di emozioni. Il disco è qualcosa di così intimo che non è facile descrivere. E anche i suoni, dolci e morbidi smuovono le acque del mare che ognuno ha dentro. Accompagnano la voce che si racconta all’ascoltatore, di cosa ha vissuto e cosa lo ha spinto a scrivere questa musica. Parla di dove sono nate le credenze e, forse, anche le incertezze.

Si ascoltano sonorità emo precise, calde. La band sperimenta nelle sfumature screamo, nei testi, risultando così un disco interessante sia per gli amanti del genere, sia per coloro che lo stanno conoscendo ora. Non c’è migliore inizio e migliore scoperta.

L’emo ci salverà.

Dhole – “Dove mitigano i dubbi e nascono credenze”

Quercia – “Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo”

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Il secondo disco è sempre difficile, soprattutto se il primo è andato particolarmente bene. Posso solo immaginare le ansie, le incertezze, il peso sulle spalle che si avverte in quei momenti, quando provi i pezzi nuovi e non sai che pensare. Gli amici ti dicono che è tutto bello, ma non ti fidi mai. Vuoi qualcosa di più. Vuoi qualcosa che non ti soddisfa.

Da ascoltatore posso solo essere contento per quelle band che scopro agli esordi e ritornano di tanto in tanto con nuove canzoni da suonare. E succede, come in questo caso, che riesco ad amare ciò che il tempo, le esperienze quotidiane e la voglia di urlare siano d’aiuto per chi scrive. Mi considero un buon tifoso.

Il nuovo disco dei Quercia è stato uno dei più attesi sin da quando i ragazzi l’hanno annunciato. Non è vero che non ho più l’età ha fatto conoscere la band in tutta Italia, presentandola come una delle realtà più interessanti della scena musicale indipendente. Il lavoro di arrangiamento, scrittura ha confermato quanto la band fosse una ventata di aria fresca. Il tempo ha dato ragione ai loro sforzi.

Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo presenta atmosfere più buie rispetto al primo lavoro della band. E non è da intendere in senso malvagio, ma intimo. Si ascolta una sorta di sguardo interiore che sonda le giornate e il modo in cui queste sono riempite o svuotate dalle persone. Lo spazio di una finestra, di un corridoio evocano ricordi che ritornano più di quanto dovrebbero.

I Quercia si raccontano con sonorità emo che toccano la ferita aperta e creano un flusso che forse non trova una vera e propria fine. In dodici canzoni è difficile fare i conti con se stessi, con quelle cose che sono più grandi di noi. Come le torri.

Non è una novità che l’emo stia tornando con un suono rinnovato, “fresco” come direbbero alcuni. Termine brutto, diciamolo, ma purtroppo rende l’idea. E i Quercia sono la band che serviva a questo genere.

Quercia – “Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo”