Il libro del mese, III

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Inizia così quel periodo dell’anno in cui il caldo e le docce aumentano in modo esagerato. E più passa il tempo e più questa situazione mi rende indisposto e chissà come vengo visto da chi ho intorno. Fortuna che dopo l’inferno qualcuno ha pensato bene di inventare l’autunno, iniziando a stare un po’ meglio. Che poi, tra lavoro e università e impegni vari, mica esiste l’estate.

Insomma, non sono un tipo da abbronzatura e palestra, da piscina o da spiaggia. Mi ritrovo spesso, come in questo preciso momento, a scrivere di cose che non so nemmeno io il perché, che non ho nemmeno partorito e un po’ invidio quella mente. Leggere certi libri e certi autori ti fa sentire piccolo piccolo che prima sbuffi e poi apri un blog. Mica si può avere tutto, no?

L’eroe del mese è Victor Mancini, personaggio nato dalla penna di Chuck Palahniuk e protagonista del romanzo Soffocare. Le pagine raccontano della sua vita disordinata e governata dalla monotonia di un lavoro poco remunerativo, da una viscerale dipendenza dal sesso e da un amore nato tra i corridoi di un ospedale. Non potendosi permettere le cure per la madre, inizia a truffare la gente nei ristoranti che pensa di averlo salvato dopo la sua simulazione di un soffocamento. Riceve così biglietti d’auguri e soldi con i quali riesce a prolungare le visite alla signora Mancini, ricoverata e in salute precaria. Che poi, non so se in America la gente sia così ingenua e generosa, ma sfido io a credere nel cuore delle persone, qui in Italia. Ditemi se funziona, che mollo tutto e provo anche io.

A tutto ciò si aggiunge un amico altrettanto bizzarro ed una misteriosa infermiera che sembra innamorarsi follemente del buon Victor già dal loro primo incontro. Amore a prima vista, o forse no o forse sì, ma l’amore è una cosa talmente strana che come fai a dire quando inizia? Ecco, sotto alla trama in apparenza banale si nasconde qualcosa di insidioso. Magari non tutti, compreso io, apprezzeranno continui riferimenti che inducono a forti stati d’ansia. Vedi anche: ipocondria.

In questi giorni ho anche comprato delle piante, non so il vero motivo. E questo periodo dovrebbe essere ottimale per la fioritura. Credo che farò un’altra doccia.

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Il libro del mese, III

selva – “eléo”

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Io ci ho provato, a lasciare là le cose passate, nella speranza di non rivederle mai. Sarebbe bello passare una giornata libera da quello che è stato, ogni tanto. Aggiungiamo a questo la costante pioggia di queste settimane, uscire dal grigiore quotidiano risulta ancora più difficile.

Qualche giorno fa ho parlato con una persona che non ho mai avuto modo di conoscere realmente, ma che ho sentito vicino per le poche parole che ci siamo detti. E mi ha raccontato cose e abbiamo parlato di musica.

Ci sono loro, i selva, che hanno pubblicato un album immenso, nonostante il numero di tracce presenti all’interno. Le sonorità screamopost-hardcore si arricchiscono di influenze black che rendono tutto più oscuro e tetro, come in declino. Lo ascolti e poi ti ci affezioni.

eléo racchiude in sé quattro canzoni, di quelle che colpiscono con una violenza spiazzante. Inizia tutto con “soire” e la sua aggressività iniziale che assume toni più melodici ed epici nel suo svilupparsi. Seguono “alma” e “indaco” e il loro ondeggiare tra urla e suoni dolci, tra il terremoto delle emozioni e una nuova speranza, forse. E infine “nostàlgia“, i fantasmi che ritornano e che forse non se ne sono mai andati, il malessere che non vuole passare e che continua a tormentare.

L’atmosfera che si crea abbraccia e culla, dipinge una dimensione decadente a causa dei ricordi e di ciò che materializzano. Diventa un costante cadere in balia di correnti che portano sempre più a largo, sempre più a fondo. Risalire diventa una vera impresa e le memorie non resistono alla tentazione di trascinarti un po’, dove fa più male. Alla fine ti ci affezioni a questo album, davvero.

La persona con cui ho parlato qualche giorno fa mi ha detto tanto in poco spazio, nelle righe scambiate di qualche messaggio. E poi fuori pioveva e non ricordo che ora fosse, mi sono sentito così.

selva – “eléo”

Raein – “Perpetuum” EP

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Arrivo sempre in ritardo. Capita spesso e nonostante prenda sempre nota dei vari appuntamenti mi dimentico ingenuamente. E non lo faccio con cattiveria, semplicemente mi viene così.

Alla fine arrivo, recupero le coordinate e in qualche modo riesco a presentarmi. Magari non sempre vestito al meglio, ma si fa quel che si può, no?

Inizia tutto con suoni dolci, anche se suonati con un’energia che riesce a muovere contemporaneamente ogni cellula del corpo. Come se tutto urlasse di voce propria, prosegue in lamenti, in movimenti convulsi in cui le parole bruciano e vogliono essere liberate, in qualche modo. Che ad avere tutto dentro si finisce per esplodere con il mondo ed estinguersi è certezza.

Scrivono, cantano, suonano, i Raein in un Perpetuum che racconta un’intimità nata da un quotidiano afferrarsi, lasciarsi, strapparsi. Lo immagino così, come una tela bianca contesa da forze opposte che non vorrebbero farle del male, ma la riducono in infiniti brandelli. Ed è in parte commovente, in parte straziante e violento.

La tracklist conta in tutto sei braniche vorresti durassero sempre un po’ di più. E che ascolteresti anche dopo averli imparati a memoria. Strumenti, voci, tutto è atmosfera e tutto diventa un verso della canzone precedente e successiva. Si crea un’onda continua, che avanza e retrocede, un infinito ritrovarsi e perdersi nel deserto che si crea attorno e che si porta dentro.

Le parole sembrano un flusso costante e con estrema disinvoltura si lega alle correnti dell’ascoltatore e ne culla le direzioni. Che forse per tutto questo ci sarebbe altro da dire, qualcosa di più concreto, ma a me sono bastate sei canzoni e la mia sabbia per entrare in questo ciclo perpetuo.

Arrivo sempre in ritardo, di qualche minuto o di qualche mese. Non ho mai avuto un gran tempismo e tutto questo polline vola ad altezza uomo.

Raein – “Perpetuum” EP