O – “Pietra”

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Io li seguivo un po’ nell’ombra, ma non ero mai riuscito a vederli dal vivo. Dovetti rimandare in diverse occasioni, la sfortuna è solita perseguirarmi. Qualcuno mi diceva che portavano la nebbia sul palco e che creavano un’atmosfera unica. E sì, avevano pienamente ragione.

Sabato scorso sono stato al Molto Male Fest. Vol. 5, tenutosi a Bergamo al c.s.a. Pacì Paciana. Nella line-up c’erano anche loro e le aspettative sono state confermate.

Loro sono gli O, band proveniente da Biella che vanta diversi tour invidiabili e uscite altrettanto interessanti. L’ultima è Pietra, risalente al 2015. In cinque canzoni sono condensate sonorità post hardcore con una forte influenza black metal. I riff atmosferici e cupi si stendono sopra un tappeto di blast beat e tempi forsennati. E la voce è un’eco lontano che porta con sé la malinconia e la consapevolezza del suo essere. I testi meritano un’attenzione particolare in quanto, finalmente, riescono ad allontanarsi dall’immaginario che il genere continua imperterrito a riproporre. In questo caso è una ventata d’aria gelida che fa comunque bene.

In live sono uno spettacolo, l’album prende vita in una nebbia oscura e suggestiva. Vorrei vedere un concerto del genere ogni giorno prima di addormentarmi.

O – “Pietra”

Malkovic – “Buena Sosta” EP

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Mi considero sempre fortunato quando faccio la conoscenza di persone che credono ogni giorno in quello che fanno, nelle loro canzoni e in quei progetti che spesso tolgono il sonno. E mi fa ancora più piacere sapere che alcune di queste provengono dalla mia città, più o meno, e hanno visto le stesse piazze, gli stessi locali in cui sono stato anche io. Si crea una sorta di vicinanza, è come capirli meglio.

Prendiamo ad esempio i Malkovic. Loro sono di Brescia, me li fece conoscere un mio amico in università e nel giro di una laurea triennale hanno fatto conoscere sempre pià la loro musica. I palchi che li ospitano crescono ogni volta che li incontro, così come i pezzi che scrivono. E diciamolo, la loro nuova fatica merita tutto lo spazio che si sta ritagliando, anche di più.

Si intitola Buena Sosta il secondo EP dei ragazzi che si confermano ancora una delle realtà bresciane più interessanti.

Nelle nuovi canzoni si incontrano suoni maturi, cresciuti grazie al tempo passato in sala prove e sui palchi. Ci sono momenti post-rock ed altri influenzati leggermente dal pop e dall’indie. I pezzi suonano grezzi, come se suonati davanti a te. E questo crea quel valore aggiunto che dona al complesso una dimensione nostalgica e lontana. Ascoltate e vi innamorerete.

Colossus” è la canzone che traina questo EP. “Chitarrina” sarà la hit estiva e poi di tutto il resto dell’anno.

Bella gnari, ci si vede in Carmine.

Malkovic – “Buena Sosta” EP

Carlo Corallo, il suo primo figlio fa musica al buio

 

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Spesso ci si riempie la testa con l'”arte” e con l’ossessione di fare qualcosa che venga definito tale. La maggior parte delle volte si perde ciò che rende una frase, una pagina, una canzone davvero personale e diventa poi piatta, insapore. Ci si dimentica dell’espressione, di quella parte di sé che affiora con una naturalezza incredibile, che vuole uscire. L’arte è irrequieta, sta male se rinchiusa. E sta forse peggio se è forzata solo per aderire a un immaginario che vende, che gonfia le tasche di un mercato. Abbiamo davvero bisogno di tutto questo vuoto?

Ho scoperto Carlo Corallo quasi per caso, navigando in un mare di musica e testi sciatti, troppo simili tra loro per riuscire a ricordarli. Sin dal primo ascolto ho ammirato in lui il modo in cui le parole scorrono fluide le une sulle altre, come le onde che toccano la riva. E ogni immagine si tocca, prende vita come se fossimo su quella spiaggia.

Prima ho fatto parlare la sua musica, poi lui.

Partiamo dalle origini. Dove nasce Carlo Corallo e questa passione per la musica e per la letteratura? Ti ha rapito prima il mondo letterario o quello musicale? Sono nato a Ragusa, una città nel Sud della Sicilia, molto lontana dalle influenze della musica italiana sia per la sua posizione geografica, sia per la presenza ancora forte della tradizione locale. Quest’ultimo elemento, però, è un’ arma a doppio taglio in quanto concede elementi caratteristici e spunti che difficilmente qualcuno ha già descritto nel rap, ma d’altro canto un pubblico così affezionato alla tradizione difficilmente si interessa a forme innovative e distanti dai canoni classici, il che impedisce la creazione di un bacino d’utenza cittadino solido. Le passioni per la musica e la letteratura si possono accomunare entrambe all’interno della mia passione per l’arte. È una passione totalmente empatica per ogni contenuto che mi emoziona quindi non bado molto al contorno, che mai come oggi, soprattutto nella musica, è riscaldato e poi servito come portata principale. Entrambe le passioni nascono da quando ero bambino ma non ricordo bene come.

A livello musicale si possono far rientrare i tuoi lavori nel mondo dell’hip-hop. Ti senti, o ti definiscono, “rapper“? Non mi piace lo status sociale di rapper, c’è ancora qualcuno che si tocca i genitali e fa il gesto delle corna quando parliamo di hip-hop. Perciò prego di non incontrare mai più questa gente e forse in modo scaramantico dovrei toccarmi i genitali e fare il gesto delle corna perché questa preghiera si avveri. Diciamo che sono uno studente della facoltà di giurisprudenza che fa musica.

Cosa ti ha portato quindi a scegliere questo genere musicale per esprimerti? Ho scelto questo genere perché non so cantare e perché mi piace tanto scrivere; inoltre ritengo che tale metodo espressivo abbia ancora tantissimo spazio per l’innovazione, a differenza di tanti altri generi che purtroppo stanno decadendo o riciclando sonorità vintage.

Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato? E quali autori? Rancore, Murubutu, Dargen, Ghemon, Mecna. Tra gli autori Kerouac, Salinger, Hesse, Orwell, Sepulveda.

I tuoi testi contengono parecchi riferimenti a scrittori e artisti in generale, talvolta bisogna scavare a fondo per coglierli e capirli pienamente. Non è qualcosa di così comune tra i tuoi “colleghi”. Come vedi quindi la scena rap italiana? Cosa le manca? E come vedi, invece, la letteratura italiana contemporanea? La scena rap italiana, dal mio umile punto di vista, manca principalmente di passione,credo, e i brand commerciali hanno troppa influenza in essa. Tempo fa si iniziava a scrivere per il sogno infantile quanto puro di cambiare il mondo, ora per essere ricchi e famosi. Credo che un ragazzo della mia età o poco più giovane che si approccia alla musica in questo momento, sia guidato da tanti interessi secondari. Nel gruppo infinito di emergenti poi qualcuno ce la fa e diventa un modello su Instagram per brand di abbigliamento che tramite i blog, le televisioni e i giornali influenti riescono a renderlo un “artista importante” per trarne il massimo degli utili. E non è del tutto sbagliato creare business paralleli per finanziare l’arte stessa, ma quanto meno quest’ultima dovrebbe essere sempre l’elemento preponderante. Sulla letteratura italiana di oggi non posso esprirmermi perché non adeguatamente informato sulle nuove uscite ed i giovani autori.

Parliamo ora di “A luce spenta avrai paura dei fantasmi, poi capirai che anche la luce è uno spettro“. In “Intro Mondanelli”, il pezzo che apre le danze, dici “questo disco è il mio primo figlio”, come è nato? Hai avuto altre esperienze musicali prima di questo disco? Diciamo sia nato dalla voglia di esprimere certe idee che riguardavano in primo piano il posto in cui ho vissuto fino a 20 anni per cui si sente che è un disco giovane. Prima ho prodotto solo un mixtape di 5 tracce registrate con mezzi di fortuna e senza la minima cura di un fonico, che non esiste sul web ed ho ditribuito a mano ad alcune persone a Ragusa. Forse neanche io ne ho una copia.

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Tutte le strumentali del disco sono prodotte da Teddy Nuvolari. A cosa è dovuta questa scelta? Mi piacevano le sue strumentali, lo trovo molto bravo e in più vivevamo nella stessa città, il che agevolava molto i lavori.

I tuoi testi sono ricchi di incastri, figure retoriche e citazioni molto ricercate. Ti viene naturale scrivere in questo modo o c’è un lavoro di labor limae dietro tutto ciò? Mi viene naturale scrivere i testi; poi chiaramente li rivedo e correggo se necessario. Dietro tutto, però, c’è l’ascolto di tantissima musica e un esercizio quasi maniacale sulle metriche più svariate durato parecchi anni.

Recentemente è uscito anche “I Maestri pt. II” con Murubutu. Com’è nata questa collaborazione? Soulcè, un rapper conterraneo che consiglio di ascoltare (mi ha insegnato tanto riguardo questa cultura), ci ha messi in contatto e da lì è nata una stima reciproca sfociata in questa collaborazione uscita per GreenLine Label, realtà molto interessante e piena di artisti validi. Il tema del brano è nato dalla volontà di riprendere un brano di Murubutu di anni fa ed arricchirlo di un nuovo capitolo. Per me è stato un grandissimo onore.

Sono già in cantiere nuovi progetti? Sì, sto lavorando con una bellissima realtà di Milano, la One Shot Agency, in particolare su un progetto legato a diverse leggende mitologiche narrate in Sicilia. Parallelamente sto lavorando per dare una degna “parte 4” al filone di brani iniziato con “Comptine D’Un Autre Ete“, passato per “Le Moulin” e finito con “Le Tue Dita Fredde“.

Queste sono le canzoni che fanno bene e conforta sapere che esista qualcosa di vero, di intimo. E non è la plastica che c’è intorno.

Carlo Corallo fa qualcosa che è più della musica.

Carlo Corallo, il suo primo figlio fa musica al buio