Non sta andando tutto bene, intanto ascoltiamo nuova musica

Il mondo della musica, indipendente e non, ha subito un duro colpo durante questa emergenza. Dagli artisti ai tecnici, nessuno è stato risparmiato e rialzarsi sarà un’impresa ardua. A chi mancano gli amici sotto il palco, i banchetti, i festival che non dovrebbero mai finire?

“Lo spirito continua” dicevano i Negazione e al momento non ci resta che crederci davvero. E proprio per questo motivo è doveroso segnalare qualche dischetto uscito durante la quarantena. Un tridente tutto italiano che

L’Oceano Sopra – “Kéreon”

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Ne sentirete parlare. Speriamo presto.

L’Oceano Sopra è un progetto che ritorna con un album diretto, devastante. Già dalle prime note si capisce che il ritmo è da guerra, incalzante e non intende lasciare nemmeno un secondo di pausa. I testi sono introspettivi e le parole cavalcano una corrente di suoni che cresce di intensità. Si viene proiettati in un mare in tempesta, che non si ferma e rompe la pancia delle navi.

Kéreon sono le onde contro gli scogli.  Promosso a pieni voti, ancora.

O – “Antropocene”

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Amanti del black metal unitevi.

O è una garanzia nella musica oscura italiana e Antropocene conferma lo spirito della band di Biella. In questa seconda tappa del loro viaggio, i ragazzi creano un’atmosfera decisamente più opprimente, da togliere il fiato per lo spessore della sonorità. Si respira a fatica, come se fossimo in una nebbia di distorsione e urla. Avete presente i loro live? Ecco, hanno impresso quell’aria su un disco in continua evoluzione, inarrestabile.

Rope – “Crimson Youth”

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Diciamolo, i Rope hanno creato da subito una certa curiosità nell’ambiente. E l’aspettativa è stata rispettata alla grande. Crimson Youth è un disco bellissimo e non c’è altro modo di dirlo.

Al suo interno ci sono diverse influenze, tutte figlie di uno spirito punk e rock’n’roll che ha tanta voglia di farsi sentire e di continuare a suonare fino a tardi. Non poteva esserci pezzo migliore di No more chance per aprire le danze e abbandonarsi al mood dell’album. 4AM and still here è la canzone degli abbracci e delle birrette sotto il palco, We are the lads è da suonare in situazioni come il Venezia Hardcore.

Iniziamo a rialzarci da qua.

Non sta andando tutto bene, intanto ascoltiamo nuova musica

Carlo Corallo – “Can’tautorato”

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Ho avuto modo di dirlo in precedenza e si presenta un’ottima occasione per ribadirlo: Carlo Corallo è l’artista di cui avevamo bisogno.

Andrei oltre la questione puramente legata al genere musicale. Ha dimostrato in ognuno dei suoi lavori quanto fosse il valore aggiunto all’interno della scena rap italiana. Tecnica, contenuto, stile, flow, immaginario. Devo continuare?

È arrivato un nuovo disco. Si intitola Can’tautorato.

Questo album è l’ennesima conferma di un talento raro. Carlo Corallo è musicista, autore, storyteller, rapper. Scrittore, si può dire. Si è fatto conoscere in A luce spenta avrai paura dei fantasmi, poi capirai che anche la luce è uno spettro e nell’EP Dei comuni. Suoni caldi, parole in grado di evocare paesaggi e momenti quotidiani. Si respira l’aria della Sicilia, i profumi dei suoi frutti. Racconta di incontri che avvengono in città, nei bar silenziosi quando fuori piove e c’è solo lei di fronte.

Con Carlo Corallo si ascolta qualcosa di letterario. Gioca con le parole come se le avesse inventate lui. Le dispone con una dolcezza e una maestria degne dei grandi autori, quelli che si studiano sui libri di scuola e negli atenei universitari. C’è poesia nei suoi testi, amplificata da tecnicismi che non sono mai pesanti o noiosi. Insomma, gli incastri non sono un esercizio di stile per dimostrare che anche lui sa scrivere le rime. È qualcosa di più, qualcosa di così naturale che se non ci fosse non sarebbe Carlo Corallo. E chi ha avuto modo di seguire il suo percorso artistico ha capito questo suo tratto naturale.

Can’tautorato” propone un sound nuovo, pur mantenendo i rapporti con le origini e le melodie “classiche” dell’hip-hop. Si aggiunge altro. Il pianoforte, quel bellissimo pianoforte sempre presente, guida a un ascolto dolce quanto una carezza. In certi passaggi sembra quasi di avere un dialogo con il musicista, per l’aria intima che si respira. Immaginatevi di trovarvi a un tavolo con lui e di potervi confidare. Mi piace pensare che tante delle sue tracce siano state scritte a seguito di questi colloqui isolati.

Il suo lavoro impressiona per l’umiltà e l’onestà con cui si fa conoscere. Non ha bisogno di crearsi un personaggio, di millantare ricchezze o una vita lussuosa per ottenere l’attenzione dell’ascoltatore. Sono le rime che parlano per lui.

Ancora una volta Carlo Corallo dà dignità al rap. Gli conferisce una nota poetica forte, elegante. Lo eleva.

Già si aspetta il prossimo lavoro.

 

Carlo Corallo – “Can’tautorato”

Paolo Di Orazio, trent’anni di splatterpunk

Horror, tra i generi più discussi e incompresi del panorama letterario e artistico in generale. Per qualcuno è uno specchietto per allodole, per altri è un vero e proprio credo. Una vocazione.

L’horror non è qualcosa di definibile. Le diverse sfumature che ha maturato nel corso degli anni, e dei secoli, l’hanno reso uno dei generi più vari della storia. È una creatura viva, affamata, che ogni giorno attira nuovi curiosi nel suo freddo abbraccio.

Anche l’Italia ha una bella schiera di autori del macabro di cui vantarsi. Schiera che avanza parlando a un pubblico vorace, attivo, volenteroso di scoprire nuovi nomi.

Paolo Di Orazio è uno dei protagonisti del mondo horror italiano. Autore di fumetti, romanzi e raccolte di racconti, ha lasciato una traccia indelebile nella letteratura di genere italiana e internazionale. Ha pubblicato in italiano e in inglese, ottenendo un largo consenso tra i lettori del macabro. Un vero e proprio scrittore culto nel mondo dell’incubo e di quella sfumatura complessa, spesso confusa dal pubblico, che prende il nome di splatterpunk. Primi delitti, che spegne trenta candeline dopo migliaia di copie vendute, è la conferma di un percorso che non intende arrestarsi.

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Cerchiamo di capire il genere: l’horror. Alla base c’è la paura, in tutte le sue infinite forme. Cos’è per te la paura? È il sentimento fondamentale dell’animo umano. Nonché della mia zona d’ombra. Ho paura di mille cose.

Arriviamo quindi allo splatterpunk. Alesandro Manzetti (editore e autore, fondatore di Independent Legions Publishing) propone una definizione precisa del genere all’interno di Primi delitti. Concordo nel fatto che ora si ha una concezione fuorviante di questo filone letterario, forse dovuto a una specifica influenza cinematografica. La produzione del cinema, talvolta, sembra aver perso quella dimensione “punk” che caratterizza tale genere, trasformandolo in pura e ingiustificata violenza. Cos’è per te lo splatterpunk? Al di là delle caratteristiche necessarie di genere, splatterpunk per me è infrazione delle regole. Un esempio su tutti: il nonnetto cannibale della famiglia Hewitt di Non aprite quella porta, che ti fa veicolare l’empatia su un serial killer buffo quanto trucido più che nelle vittime. O sul Dexter Morgan della serie televisiva e del romanzo La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay. Lo spettatore diventa l’assassino, ovvero l’eroe. Completamente uncorrect. Questa la base principale, il resto è tecnica e istinto.

 Cosa ti ha conquistato di questo genere? In cosa ti sei riconosciuto? Nel settembre del 1980, dopo aver scoperto l’esistenza di una musica violenta e urbana, e allo stesso tempo visionaria, suonata e cantata da una nuova band che rispondeva al nome di Iron Maiden, con la sua spiazzante copertina dell’album di esordio, l’horror prese per me una strada diversa, sia nella musica, sia nella mia fame di novità a tutto campo. All’improvviso, le maschere classiche di cui ero innamorato da un decennio non bastarono più. I Maiden avevano incarnato qualcosa che, a mio avviso, anticipò di qualche anno il Body Horror di Clive Barker e lo splatterpunk, scrivendo con il David Cronenberg di quei tempi le istruzioni per la New Wave dell’horror mondiale. Il metal dei Maiden era permeato di materia notturna, vicoli freddi e violenza di periferia dopo corse sfrenate, su cui dominava un freak astratto come Il fantasma dell’Opera, tipo divinità dell’orrore sovrannaturale. Lo zombie in copertina con la cresta punk ti urlava in faccia la totalità di un pianeta alternativo, guardandoti negli occhi, a cui non potevi non rispondere. Clive Barker, coi suoi Libri di Sangue Infernalia e Ectoplasm, qualche anno dopo fece il resto necessario dentro la mia mente. Mi riconobbi in quella esplosione di ferocia, che desiderava rompere i confini già immensi di Lovecraft mettendo il core dell’infinito infernale dentro la carne e la mente umana e non tra le stelle. La periferia dove sono nato, fino al 1980 era circondata dalla bidonville romana che Pasolini ritrae nel film Accattone. Un magma di violenza e disperazione, di odori incivili e tensione sociale al limite della sopportazione. Chi è cresciuto con me in quei posti ha cercato una rivalsa nella musica, nei fumetti, nella letteratura. Chi in prima persona creando, chi da fervido fruitore. Era un’energia nata sui marciapiedi. Eddie dei Maiden era uno spirito che ti inseguiva per le stesse strade notturne, scarsamente illuminate e mal frequentate. Qualcosa di più pericoloso dei Sex Pistols. La musica dei Maiden mescolava il primordiale all’onirico, l’esoterico al disagio sociale. Così come l’horror di Barker. Mi sono sentito per natura nella pelle dello scrittore horror anglosassone più potente ed emancipato di tutti i tempi. Barker aveva la profondità europeo-rinascimentale (senza nulla togliere alla letteratura americana che amo di default) di cui l’horror mondiale – compreso il sottoscritto – aveva bisogno e che faceva ribollire di adrenalina così come i solchi dei primi due album della sua band connazionale fondata dal bassista paroliere Steve Harris.

Qual è o quali sono gli autori che per te sono stati dei veri e propri Maestri? I miei Maestri veri e propri, non solo nell’horror: Giovanni Verga, Sergio Corazzini, Buzzati, Poe, Lovecraft, King e Barker, Maxence Fermine, Oliver Sachs.

E quali altri artisti hanno contribuito alla tua formazione? Fondamentali Stan Lee, Jack Kirby, Max Bunker, Magnus per il fumetto di ogni tempo. Salvador Dalì, Robert De Niro, Peter Witkin (fotografia), Ridley Scott, David Cronenberg e Lynch, Peter Hammill, Woody Allen, Chris Cornell.

Manca qualcosa all’horror contemporaneo rispetto a quello dei Maestri? Manca lo studio dei Maestri. Quello che vedo e leggo, per la maggioranza, sono gli anni Ottanta fritti con olio esausto. Per fortuna, vedo scintille di luce. Poche, ma ottime. Bisogna leggere i Maestri, e parlo di quelli dell’800 e primi ‘900. E, soprattutto, analizzare e dimenticare.

Cosa significa scrivere horror e splatterpunk in Italia? Significa vivere in un mondo a parte, dove parli una lingua conosciuta a pochi e aliena al resto del mondo.

Parliamo di Primi delitti, opera fondamentale della tua carriera. Sono trent’anni dalla prima edizione e Independent Legions Publishing propone una ristampa completa di materiale informativo che aiuta a cogliere meglio alcune sfumature del tuo libri. Il tuo libro ha avuto una vita travagliata. Come ti senti dopo trent’anni di horror? Nella riedizione (bellissima. Lo dico con una punta di orgoglio, visto l’apprezzamento nazionale), ho azzardato una sezione introspettiva. Da un lato temevo l’autocelebrazione, ma i lettori non sono affatto stupidi e hanno colto il mio proposito di raccontare una società lobotomizzata e conformista contro cui noi sostenitori dell’horror e della cultura estrema in generale vogliamo difenderci da decenni nutrendo il nostro intelletto con emozioni forti e storie spettacolari. Dopo trent’anni di horror, di pubblicazioni al di là di ogni moda, quindi in totale solitaria, ho esplorato ogni derivazione. Come mi sento? Un outsider maturo. Non nel senso di stile di scrittura, perché se analizzo tutte le mie pubblicazioni (5 raccolte di racconti, 8 romanzi, e racconti su antologie di autori vari), non credo di aver raggiunto un volto definitivo. Vorrei poter scegliere tra commedia e tragedia, ma in fondo non ho ancora capito se da grande scriverò o disegnerò.

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Cosa ti ha portato a scrivere Primi delitti? Il desiderio, l’urgenza di realizzare un fumetto horror, qualcosa che avesse una dirompenza grafica di rottura in una raccolta di episodi brevi in stile Zio Tibia/Dottor Horror. Il resto (risata diabolica) lo scoprirete leggendo la mia intro sul libro targato Independent Legions.

In trent’anni di attività, passione e dedizione, quanto è cambiato questo genere? Il genere vive nel mondo in ottima salute e si nutre della fantasia scatenata di autori quali Alessandro Manzetti nella duplice veste di autore e editore (Independent Legions Publishing), e autori storici del mondo come Jack Ketchum (ancora poco tradotto in italiano), John Lansdale, Edward Lee, Lucy Taylor, Charlee Jacob. A noi arriva più che altro attraverso un cinema devastante dai titoli Inbred, Cat Sick Blues, Header affondando quindi gli artigli nell’horror hardcore con mutilazioni e stupri. Oggi più che mai, ne abbiamo bisogno, la società è profondamente malata. Bisogna affilare le armi.

L’horror è più vivo che mai. Ti aspetta dietro l’angolo, ogni giorno.

Primi delitti (edizione a tiratura limitata) è acquistabile al seguente link, presso il sito di Independent Legions Publishing.

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Paolo Di Orazio, trent’anni di splatterpunk

Carlo Corallo, la Sicilia nei versi

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Nei giorni scorsi ho letto qualcuno affermare che chi fa rap non può essere un cantautore perché non riuscirà mai a raccontare una storia in modo vero, poetico, intimo. Mi sono promesso che da grande non sarò mai come questo genere di persone.

Chiariamo. Sì, anche con il rap si può raccontare una storia che non contenga per forza sparatorie e borse piene di soldi. Anche con il rap si possono evocare immagini, luoghi, sapori e tradizioni che sono lontane dal nostro immaginario.

Una volta capito questo si può continuare.

Carlo Corallo torna con una nuova canzone dopo aver scritto un disco che continuo ad ascoltare e un EP dal titolo Dei Comuni con cui ho conosciuto una parte di Sicilia. Il Tradimento, canzone appena pubblicata, porta in tavola il sapore e il profumo degli agrumi e le chiacchiere dei paesani in lontananza che non tardano a dare la propria visione del mondo. E hanno ragione loro, dicono.

“Il Tradimento” è un titolo forte. A primo impatto sembra rimandare a una rottura, suona come se fosse irrecuperabile. Cosa ti ha portato a scrivere questo pezzo? Ho avuto l’imput iniziale per la scrittura de “Il Tradimento”, guardando il film “Le Fate Ignoranti” di Ferzan Özpetek. Da lì, ho deciso di creare una storia ambientata in Sicilia, in cui la moglie scopre il tradimento del marito da vari dettagli, quale l’assenza di alcune arance a tavola, alimento che il marito non puó mangiare. La donna, così, decide a sua volta di tradirlo con una collega. I rispettivi tradimenti creeranno un equilibrio nella coppia, più che una rottura. Il racconto si chiude chiedendosi se questo tipo di rapporto possa corrispondere all’amore vero, celando il dubbio in una similproposta di matrimonio. E questo forse è l’unico accenno ad una possibile rottura.

Ritorna la Sicilia e non fa solo da sfondo. Sembra agire, creare le situazioni che racconti. La nuova canzone continua un po’ il lavoro iniziato con “Dei Comuni“? Ho scelto la Sicilia come scenario perché in essa è presente ancora una grande cura della tradizione. Volevo paragonare l’amore tradizionale, ricco di valori e di anniversari, che potremmo definire “l’amore dei nostri nonni”, all’amore fast food di oggi, fatto di Tinder, di “ciao, grazie” e di razionalità. Personalmente, sono favorevole ad entrambe le formule, perché quando c’è affetto tra due persone va sempre bene, che duri mezz’ora o 30 anni. Mettere a confronto questi mondi così diversi è il vero fulcro del brano, da interpretare sia con serietà che ironia. Direi che il brano si distacca dai racconti precedenti di “Dei Comuni” in quanto a sound, ma in un certo senso ne rievoca i luoghi e le sensazioni in ambito descrittivo.

Farà parte di un lavoro più grande? Nel prossimo futuro mi dedicheró a fare uscire singoli, guidati da un unico filo conduttore: strumentali al pianoforte, caratterizzate da un suono più “orchestrale” e meno elettronico. Questa scelta rende maggiormente stimolante cimentarsi con la scrittura e con la tecnica in particolare, essendo più difficile scrivere slegandosi da una batteria che scandisce il tempo, tipica dei pezzi rap. Esprimersi in questo modo rende la parte rappata, quasi parlata e ció facilita l’ascoltatore nella comprensione. È come se un amico gli raccontasse una storia di persona. Potrebbe essere interessante riunire questi pezzi in futuro.

Ascoltate “Il Tradimento”. E dite agli amici che il rap non è solo un video fatto bene su YouTube.

 

Carlo Corallo, la Sicilia nei versi

La Petite Mort / Little Death – “Dear Reader..”

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Voci dicono che la nuova stagione porterà tanti concerti in cui i protagonisti saranno gruppi davvero curiosi e che non si vedono spesso dalle nostre parti. Diciamo che questo potrebbe essere un piccolo indizio.

Si parte con una band tedesca, i La Petite Mort / Little Death e con il loro album Dear Reader... Nonostante il disco in questione risalga al 2015, suona più “fresco” di tanto materiale che esce costantemente.

Il gruppo propone sonorità screamo dirette, veloci e influenzate da diversi generi. Qualche intro presenta elementi post-punk, passando poi a parti più ritmate che ricordano i nostri affezionati Futbolìn, aggiungendo un tocco atmosferico che dà spessore al pezzo. Nel complesso si ascolta qualcosa di valido, di promettente anche dalla resa live. Si vuole ascoltare la stessa grinta e soprattutto quel bellissimo pezzo che si intitola “Paper Is Patient“. Questa canzone è entrata di diritto nella categoria “ascolti in loop fino a tempo indeterminato”.

Pagina Bandcamp: https://lapetitemortlittledeath.bandcamp.com/album/dear-reader

Non volevo spoilerare, davvero.

La Petite Mort / Little Death – “Dear Reader..”

Lollollo Festival, se non vieni sei malamente

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Il 14 luglio si avvicina e questo significa una sola cosa: Lollollo Festival.

Finalmente sta per arrivare la prima edizione di qualcosa che a Brescia, purtroppo, ancora non si era visto. E non si tratta solo di musica, di birrette e di cose matte da scoprire.

Silvio, uno degli organizzatori, racconta di questa nuova situazione, del lavoro e della passione che fanno nascere certe bellezze.

Iniziamo a capire qualcosa in più di quello che avete organizzato. Da quali esigenze nasce il Lollollo Festival? Il vero motivo principale è che sono vecchio. E che dopo quindici anni a vedere festival in tutta Italia (svariate edizioni di antimtvday, Rottura del silenzio, Italian party e tanti altri che a cui ho – abbiamo – partecipato negli anni) mi sono reso conto che la cosa più figa di queste situazioni è sempre stata ritrovare amici da tutta Italia. Magari questa volta vengono loro da me.

Come sono nate le realtà che lo organizzano? Le tre realtà che organizzano questa edizione (siamo aperti a nuove collaborazioni in futuro, anzi, speriamo altri giovani ci aiuteranno già quest’autunno) sono molto diverse tra loro. La Muori dischi è un’etichetta indipendente collegata a uno dei gruppi del festival, i Buskers, che sono nostri grandi amici da anni. Gli Hooligans’n’Roses sono uno dei miei gruppi. Al momento, l’unico dei miei gruppi. E non vorrei peccare di mancanza di modestia, ma IL MIGLIOR GRUPPO SULLA SCENA NAZIONALE ODIERNA. Non ringrazierò mai abbastanza Elia per questa idea che si è inventato qualche anno fa. Brescia Molesta invece non è nulla, solo un gruppo di persone. Nell’ambiente “alternativo” qualcuno lo chiamerebbe “collettivo”, forse. In realtà si tratta solo di un gruppetto di amici che ha sempre viaggiato per vedersi concerti ovunque. Con grandi quantità di alcool al seguito, anche in forma solida come sapranno i seguaci delle caramelline di Krystian (fun fact: mi ha rubato l’idea, che avevo letto su internet. E l’ha portata a un altro livello). Ormai alcuni dei componenti vivono in giro per l’Italia o l’Europa (sì, Giordy e Krystian, sto parlando di voi) o hanno messo su famiglia. E forse il festival è anche un modo indiretto per ricreare quelle situazioni che abbiamo vissuto insieme mille volte e che adesso mi mancano. Un giorno riusciremo a organizzare una roba così figa che anche loro torneranno a vederla. Ci tengo a ringraziare alcune realtà bresciane che si sono dimostrate volenterose nel darci un aiuto concreto per la realizzazione del festival: Pixel, Officine Musicali, Black Rose Tattoo e Zero&Zero Shop. Si tratta di attività gestite da ragazzi (chi più, chi meno) i quali hanno dimostrato (anche in passato) di avere a cuore la vita culturale della nostra città. Perché sì, la musica è cultura, è aggregazione e, spero, un sacco di birrette vendute per pagare la prossima edizione.

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Di cosa ha bisogno Brescia a livello musicale? Di apertura mentale. Che detto da me può far ridere chi mi conosce. Nel 2010 ho scritto una canzone sull’argomento. Si chiamava “uccidere Obertini” e forse il titolo ha fatto in modo che venisse travisata leggermente. Comunque mi piace pensare che la differenza fondamentale tra il nostro festival e le altre serate della provincia è che abbiamo chiamato solo gente con cui abbiamo un rapporto di amicizia nato spesso in altri concerti. Lo volete chiamare mafia? Io la chiamo “umanità”, e questo secondo me manca spesso e si vede. Per farla breve e incompleta: se mi fai parlare col booking, da me non suoni.

Cosa si deve aspettare il pubblico da questo festival? Spero riesca a divertirsi anche solo un decimo di quanto mi diverto io nei festival di cui ho parlato prima. E che sia uno stimolo per salire in macchina per andare a un concerto. Se poi siete così presi bene da volerci aiutare, proponetevi.

E cosa si deve invece aspettare dal “gruppo segreto”? Di tutto e di più. È una “creazione” di Elia, io non so chi siano i componenti né cosa suonino. Spero ci sia almeno del sano stage diving. Un’ultima cosa: scusate per tutte queste parentesi.
Mi piacciono le parentesi.

Partecipare e supportare questo genere di realtà è un primo passo verso momenti di musica, di condivisione, di festa. Solo così gli spazi che viviamo possono tornare a proporre manifestazioni valide e avvicinare nuove persone e nuove idee.

Venite tutti.

Nel comunicato stampa del festival trovate anche tutte le band che suoneranno. Iniziate a imparare le canzoni.

Lollollo Festival, se non vieni sei malamente

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Segue comunicato stampa.

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La M.U.O.R.I. DischiBrescia Molesta e il gruppo Hooligans’n’Roses sono lieti di presentarvi il LOLLOLLO FESTIVAL.

Dopo le varie esperienze dirette come spettatori e come co-organizzatori di vari festival nel panorama musicale bresciano e non, queste tre realtà con dei nomi un po’ curiosi (un’etichetta indipendente, un collettivo che sostiene la buona musica e un gruppo musicale), si sono rese conto che mancava un festival e un’iniziativa musicale che rappresentasse i loro gusti. E da qui nasce quello che è il loro slogan:

“Visto che il festival che vorremmo non c’è, ce lo facciamo da soli”

Il LOLLOLLO FESTIVAL vuole dare visibilità alla realtà musicale bresciana underground e contemporaneamente portare a Brescia gruppi che, oltre ad avere un contatto umano, vero e diretto con gli organizzatori, il pubblico delle nostre zone non ha occasione di vedere e sentire spesso. Da Modena, Milano, Mantova e Brescia si alterneranno sui due palchi allestiti al Portobello Road Pub (una delle poche realtà che sostiene la musica in zona): LabradorsChampaaagneTacobellasMonsieur Gustavo BiscottiMalkovicAvocadozHooligans’n’RosesThe Buskers con l’intento di creare una nuova realtà, una nuova musica e una nuova dimensione per i musicisti che vogliono portare le proprie idee e la loro musica in giro per lo stivale. Missione impossibile? Secondo gli organizzatori è solo l’inizio; l’inizio di qualcosa di bello e sicuramente interessante.

 

Questo è l’invito che il LOLLOLLO FESTIVAL fa a tutte le persone che sono curiose, che amano la musica e che sostengono chi fa la Musica, quella vera.

Il Portobello Road Pub di Manerba del Garda è da anni punto di riferimento per chi vuole conoscere e apprezzare nuove sonorità, ed è stata la scelta naturale per la prima edizione di questo festival.

Il 14 luglio, dalle 18.30 fino a mezzanotte troverete questa buona musica, cibo, birra e ottime persone con cui potervi godere il LOLLOLLO FESTIVAL.

BANDE MUSICALI CHIAMATE IN CAUSA:

Labradors – Champaaagne – Avocadoz –  Tacobellas – Malkovic

SUPPORT:

Pixel Brescia – Zero & Zero Shop – Officine Musicali – Black Rose Tattoo Studio

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