Il Geometra – “Ultimi”

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Ogni tanto sarebbe bello potersi ritagliare un piccolo spazio dove ballare, ridere e pronunciare quelle cose che necessitano di un momento particolare. Non importa se qualcuno le colga, vanno dette. Anche al vento, lui ascolta. E sentirsi un po’ ai margini di ciò che hai intorno tentando comunque di raccontarlo con parole che non userebbe nessuno. Come quando all’asilo eri in fondo alla fila ed avevi una perfetta panoramica su ciò che i tuoi piccoli compagni dicevano o facevano. Ti sentivi un po’ distante, ma non ti dispiaceva molto.

Un po’ devi crescere ed è richiesto qualche passo in avanti. Almeno uno, giusto per dimostrare che non sei completamente un asociale. La realtà ha i suoi tempi e mica puoi permetterti di farla aspettare. L’ansia e le responsabilità sono state inventate apposta.

Qualcuno riesce anche a raccontare e superare tutto ciò, lasciando indietro quella preoccupazione onnipresente. Il Geometra parlano di sé in Ultimi, il loro ultimo album uscito di recente. Basta una parola per capire come si sentono i ragazzi che con undici brani riescono a sfornare un disco degno di nota.

Le sonorità sono ritmate, coinvolgenti ed hanno quel sapore di ballata libera e serena. I suoni guidano una voce che si posa leggera sulla strumentale, incidendo con forza nell’ascolto. I testi sono caratterizzati da una poetica matura che riesce a rendere concreto ciò che fotografa. Si incontrano personaggi quotidiani e luoghi reali, gli stessi in cui potresti trovarti mentre ascolti queste undici canzoni. Nonostante sia comunque presente uno spiraglio di malinconia non ci si sofferma su essa, ma la si oltrepassa con ironico ottimismo. In fondo mica si può prendere tutto troppo sul serio, no?

Un po’ come quei bambini che ripetono episodi vissuti da altri, innocentemente boriosi dell’avventura che stanno raccontando. E tu non hai di meglio da condividere se non le storie dei libri, dei cartoni animati e dei giochi al parco. Gli ultimi saranno i primi, dicono.

Il Geometra – “Ultimi”

Kill Your Boyfriend – “The King Is Dead”

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Si aprono le danze e subito si avverte una sensazione di vertigine. Come quando anche il più leggero dei suoni diventa un’eco ossessiva e violenta al punto di rendere precario l’equilibrio. E si continua, a muoversi in uno spazio del quale si perde ogni riferimento, ogni sicurezza che appena un attimo prima era lì, presente. Tutti sembrano liberi, ma tu no. Sarebbe bello riuscire a ballare senza quei fantasmi che di tanto in tanto ti battono sulla spalla come a ricordare che si fa presto a rovinare un momento. Maledetti, i fantasmi.

Il malessere iniziale diventa più nitido, si mostra lentamente. La perdita, quella così intima e profonda da destabilizzare l’uomo e i suoi tentativi di entrare in contatto con gli altri. Inizia così una ricerca personale, un viaggio volto a lenire il dolore di quelle ferite che sembrano non cicatrizzarsi mai. E non si possono ignorare.

Questo straniamento gioca il ruolo di protagonista nel nuovo album dei trevigiani Kill Your Boyfriend, intitolato The King Is Dead. Si ascoltano in tutto dieci brani nei quali si incontrano accenti shoegaze, sonorità post-punknew wave e tracce di elettronica. Questo lavoro è stato concepito per la produzione in vinile e grazie a ciò è stato possibile distinguere il concept del disco in due diverse sfumature. Ciascun lato si apre con una sorta di intro che anticipa il mood delle canzoni a loro successive. “Deathlist I” sembra essere tranquilla nel suo disordine, più controllata ed ottimista rispetto a “Deathlist II“, la quale assume toni decisamente più cupi e decadenti. I brani seguenti rispecchiano questi due sentieri intrapresi contribuendo alla riuscita di un’atmosfera suggestiva. Due facce di una triste medaglia.

Quando si chiudono le danze il malessere non ti ha ancora abbandonato. Rimane lì, latente, pronto a ripresentarsi in quei momenti apparentemente sereni. Non sempre si riesce a ritrovare qualcosa che si è perso. E per quanto una persona si impegni a curare la ferita non riuscirà mai a nascondere la cicatrice. Il re è morto, ne arriverà un altro.

Kill Your Boyfriend – “The King Is Dead”

Caso, tra Terra e Nettuno

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Zaino in spalle e via. Una mappa per non perdersi, un quadernetto per annotare le idee, le viste, i piani. Poi si parte, lasciando alle spalle i giudizi degli altri, gli sguardi e quelle voci che vogliono solo demolire ciò in cui credi. E chissà cosa si perde in tutto questo, per forza.

Come si affronta un viaggio? Come si racconta una storia? Con il tempo le note del quaderno di Caso sono diventate canzoni nelle quali si incontrano piazze, concerti, scelte di vita. La necessità di scrivere, di suonare quella chitarra, compagna di tante avventure, si è consolidata in una nuova esperienza per l’artista bergamasco. Certe cose non le puoi fermare, nemmeno a pensarci.

Cervino” è vista come una tappa importante preceduta da una scalata altrettanto ardua. Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa impresa? Questo disco è sicuramente una tappa fondamentale per il mio percorso. Un po’ diverso dai lavori precedenti per una serie di cose, sia per quanto riguarda i suoni che per me stesso. Il grande stimolo è stato il cambiamento, osare in qualcosa di nuovo e che non rientrasse appieno nei miei standard. Per questo album ho affrontato la fase di composizione dei brani in maniera diversa rispetto al passato e ciò è avvenuto grazie all’aiuto di una band. La componente solitaria, solista è comunque rimasta, ma in questo caso ho potuto scrivere contando su validi punti di riferimento. Non avevo mai provato qualcosa di simile ed ho creduto opportuno cogliere l’attimo per sperimentare. Inoltre ogni mio disco è sempre un’ottima occasione per migliorare. Ogni piccolo passo voglio che sia diverso dal precedente. Anche per “Cervino” è stato così, non volevo che suonasse come qualcosa che avevo già scritto o arrangiato. La speranza di creare qualcosa di nuovo, pur rimanendo me stesso, mi dato lo stimolo per iniziare questa scalata e portarla a termine. Il cambiamento spaventa sempre all’inizio, il buttarsi in qualcosa di cui non si conosce nulla genera dubbi e incertezze. Tuttavia credo sia dovuto, forse il bello è proprio questo. Mi piacerebbe sapere che chi ascolta i miei dischi trovi sempre delle differenze rispetto alle pubblicazioni passate. Era il momento giusto per fare un bel respiro e tuffarmi. Cosa ti ha aiutato invece a non demordere e a continuare nell’avventura? Sicuramente il contatto con altre persone. Nei miei dischi precedenti ci sono sempre stato io con la mia chitarra e le mie parole, niente di più. Con “Cervino” ho avuto modo di dialogare, di confrontarmi sulla composizione dei vari brani. Per me è stata un’esperienza molto importante perché mi ha permesso di orientarmi in base a punti di riferimento ben precisi ed attivi. Per la prima volta non si è trattato di scrivere una canzone, suonarla e presentarla così come usciva. In questo album le idee sono passate attraverso filtri diversi, ogni membro della band condivideva la propria esperienza e il proprio punto di vista. Il fatto di far parte di un gruppo mi ha dato uno stimolo immenso nella stesura dell’album.

“A volte penso che l’impresa più grande per un uomo

sia riconoscere il proprio Cervino”

Caso – Atletica leggera

Nella canzone “Santo Patrono” sembra che raggiungi la consapevolezza della tua solitudine entrando in contatto con altre persone. Come se fossi al margine di un quadro ed osservi le persone, da distante. Che ruolo gioca la solitudine in “Cervino“? Nei testi racconto il mio vissuto, raramente sono storie inventate. In questo disco, come anche nei precedenti, quel senso di solitudine, di straniamento non mi ha ancora abbandonato. Mi sono sempre sentito estraneo alla maggior parte delle cose che mi circondano e ciò mi porta a prendere determinate decisioni. Non per forza questo “isolamento” è qualcosa di negativo, anzi. Semplicemente sono contento di non fare parte di determinate realtà, non mi rispecchiano. Sono scelte e attraverso queste non ho mai preteso di elevarmi ad una posizione privilegiata rispetto ad altri. Purtroppo, o per fortuna, sono fatto così.

Ti senti quindi più Terra, o più Nettuno? Non ho un’idea precisa. In quel testo gioco molto sulle immagini, come se fossi l’unico terrestre. Gioco un po’ anche con la dimensione dello spazio che arriva a confondersi con quella marittima, sempre per sottolineare tale condizione. Rispetto a qualche tempo fa, sia nella vita che nella musica, sto cercando di essere più Terra. Tento di entrare in contatto con la realtà che ho attorno, di capirla e di non assumere una posizione di contrasto. Forse molto meno polemica e più “morbida”, più terrestre.

Insieme alla solitudine ritornano diverse immagini che rendi chiare, concrete dal momento che le hai vissute in prima persona. Questi ricordi che importanza hanno in “Cervino“? Le immagini che rievoco sono tutte legate a quei momenti che non ti abbandonano, nemmeno a distanza di anni. Un esempio è il brano intitolato “Denti di ferro“, ispirato ad un ricordo di infanzia. Stendono un po’ un tappeto, sopra al quale ho scritto tutti i testi. Senza questi piccoli/grandi avvenimenti non avrei potuto scrivere molte mie canzoni.

Cervino” è il tuo quarto album. Guardando un attimo indietro, cosa ti sembri sia cambiato? Principalmente sono cresciuto. Può sembrare una cosa banale, ovvia, ma delle volte è più intima di quanto si possa esprimere a parole. Suono ormai da parecchio tempo, ho avuto diversi progetti, scritto quattro dischi e da quando ho iniziato sono cambiate diverse cose. Credo di essere maturato quel tanto che che mi fa avere un approccio differente a ciò che vivo, partendo dalla musica e arrivando alla vita di tutti i giorni. Con “Cervino” mi sono posto determinate condizioni e volevo che il risultato finale fosse meno immaturo e irresponsabile. Per questo ho dovuto fare particolari scelte ed altrettante cose sono inevitabilmente sfumate. Sono discorsi che non ho affrontato per i lavori precedenti, i quali sono frutto di uno sfogo, sono stati scritti più “di pancia”. Da una parte vale anche per “Cervino“, dall’altra si è fatta sentire quella componente che ha voluto calibrare le idee, ragionarle. Con il tempo mi sono avvicinato un po’ più alla Terra.

Con questo ultimo album sei riuscito a scrivere qualcosa di importante, riuscendo a piazzare la tua bandierina sulla montagna. Dopo la discesa hai già annotato un nuovo Cervino? Indubbiamente questo album è molto importante per me. Non so dirti se quella bandierina è stata davvero posizionata, forse potrò confermarlo al termine delle serate, dopo i concerti. La salita mi ha fatto crescere molto, ma non mi sono ancora preparato alla discesa. Delle volte può sembrare la parte più semplice di un viaggio, ma non sempre è così. Mi piacerebbe pensare di non smettere mai di suonare, di scrivere e di fare tanti album, ma non è così facile. Questa domanda me la sono posta anche io, ma non sono riuscito a trovare risposta. Credo di non voler nemmeno cercarla, per adesso. Non ho ancora avvistato una vetta in particolare, ora penso a godermi l’avventura. Chissà, magari un giorno si approderà davvero su Nettuno.

Chiunque ha pensato di scappare per vedere cose nuove. Chiunque ha avuto la paura di cambiare, di crescere, ma ha trovato quel coraggio necessario per tuffarsi ed osare. Si nasconde da qualche parte, ma chiudendo gli occhi si riesce a trovarlo. Un po’ come nei libri di avventura che leggevi da bambino, ma ti chiedi cos’hai in meno rispetto a quei personaggi. Giusto in quelle pagine in cui si descrivevano nuovi mondi. Chissà cosa vedono gli astronauti.

Caso, tra Terra e Nettuno

John Princekin – “John Princekin”

John PK Front

Immaginate per un momento di trovarvi nella vostra stanza, immersa in un silenzio statico. Un luogo apparentemente sicuro, protetto da ciò che si aggira all’esterno. Immaginate di porvi quelle domande che generano mostri, toccano profondità così intime da risultare irraggiungibili persino a noi stessi. Ritornano i quesiti eterni, gli stessi che hanno ispirato mondi e viaggi ai limiti dell’universo ordinario, del sapere più occulto. La realtà attorno diventa sempre più stretta.

Dalle antiche ville venete dilaga un’eco oscura, abissale ed originaria da luoghi non perfettamente definiti. Qualcosa di estremamente freddo, di alieno e portatore di verità scomode. La voce è quella di John Princekin, membro del gruppo XVI Barre e protagonista di un album solista omonimo pubblicato in questi giorni. Etichettare il lavoro in questione con il termine “rap” sarebbe riduttivo in quanto si tratta di un disco che abbatte i cliché correnti del genere. John PK ha plasmato una creatura dotata di vita propria, un essere che parla una lingua appartenente ad un’altra dimensione, ma estremamente attuale.

Un’introduzione malinconica apre le danze e presenta i restanti dieci brani che compongono John Princekin” e finalmente può iniziare il viaggio. L’album è un’immersione in scenari post-apocalittici, in mondi lovecraftiani e dimensioni degne di un film di David Lynch. Gli scratch di Dj Bicchio, le strumentali di Jack BurtonManto Sunday creano l’atmosfera perfetta, delineando il mood del disco. Al termine di alcune canzoni si trovano dei capitoli di una fiaba che continua in tutta la durata dell’album. Una di quelle storie che non consigliano di leggere prima di andare a dormire.

In questo disco non manca quella vena decadente, ostile nei confronti di una realtà con la quale ci si scontra nel quotidiano. Una realtà che si deve condividere involontariamente e relega ai margini chi pensa in maniera differente. L’unica via di fuga va ricercata nello stesso individuo, nel suo profondo. Dalla città meccanica il monito giunge disperato. Restiamo umani.

John Princekin – “John Princekin”