Esche Vive – “Anorchidia Mixtape Vol. 2”

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Il luogo in cui vivi ti forma, che tu lo voglia o no. La routine, le persone che entrano a farne parte, le solite vie e le altrettanto abitudinarie commissioni da svolgere ti cambiano a poco a poco, lentamente. E in tutto questo ci sono anche i mostri, quelli che strisciano, che vivono la loro giornata distorta e piegano quella degli altri. Prova tu a non impazzire o a restare calmo. Cercare una via di fuga, sia essa dolorosa o meno, è invitabile. La scrittura è un esempio che calza a pennello.

Tra gli sbuffi fumosi di noia, a Rovigo emergono voci distanti che si raccolgono in un unico fuoco, mentre annota ciò che gli accade attorno, ne esamina i movimenti per raccontarli poi in parole e musica. E si ascolta in fine qualcosa di sinistro come il nero osservato, in grado di dipingere una realtà che cade, la stessa di una città morente.

L’ultima fatica degli Esche Vive si intitola Anorchidia Mixtape Vol. 2 e comprende tredici tracce di un rap oscuro, diretto e proveniente dal basso, dove l’intimità confonde le forme e si spaventa per i contorni. Le strumentali sono prodotte da Acca, beatmaker del collettivo, alle quali si affiancano quelle di DavillaPlectroomBass Estrada. A dar loro voce ci sono gli Mcs della crew che rispondono a nome di JunkyPao e C.O.C., oltre a diversi featuring. Il mixtape è ben strutturato, non vi sono tracce inutili come spesso accade in questo genere o in questo tipo di raccolte e all’interno si trovano riferimenti tutt’altro che banali.

St. Jude è la prima preghiera che si intona, a cui seguono canzoni notevoli come FujikoAssiemeCandyman” Memento. Ognuna di esse crea un’atmosfera particolare che si accorda perfettamente con l’immaginario proposto, senza nessuna stonatura. Rovigo si merita di essere imparata a memoria, per l’ennesima volta.

Che poi dicono che basti poco e che le abitudini non sono supereroi invincibili, ma possono essere cambiate. E forse possiamo essere gli eroi di noi stessi, almeno per una volta.

Esche Vive – “Anorchidia Mixtape Vol. 2”

Caravan Palace

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Le sorprese sono quelle cose che ti capiscono senza conoscerti per forza e sanno sempre qual è il momento giusto per presentarsi. Possono assumere varie forme, come il corriere che ha con sé il pacco che si aspettava da settimane. E la giornata migliora decisamente, è inutile raccontarsi frottole. Figurarsi poi quando si tratta del disco che si voleva forte e in quel momento, proprio in quel momento, che senti il campanello suonare si vola alto altissimo. Credetemi, è provato dalla scienza.

Il mio Superman mi portò quel giorno un album di un genere che non rientra nei miei ascolti più frequenti, ma che ha saputo ugualmente farmi muovere, nonostante il mio modo goffo e per niente elegante. Sulla copertina si leggeva Caravan Palace e finalmente possedevo la loro terza fatica.

Si contano undici canzoni di un electro/swing allegro, dal ritmo caldo e coinvolgente che non tarda a trascinarti in balli vorticosi. Lone Digger è il brano che apre le danze e sin da subito si sente una forte energia scaturita da quelle note. Proseguendo con l’ascolto si trovano tracce come AftermathTattoos, la dolce e fiabesca Wonderland, poi RussianHuman Leather Shoes For Crocodile Dandies. Il compito di far calare il sipario spetta a Lay Down, un ultimo ballo prima di salutare quei suoni jazz e quelle atmosfere un po’ parigine e mettere a letto i piedi che non smettono di muoversi e le braccia che vanno ovunque in cerca di chissà cosa, ma sempre sorridenti. Ebbene sì, tra le mani si ha un album fatto bene, da goderselo tutto d’un fiato. I ragazzi francesi meritano i compliementi, chapeau.

E sarebbe bello che il nostro eroe si facesse sentire più spesso, ma è uno spirito libero e mica puoi dirgli cosa deve o non deve fare. Lo aspetto come l’ora del tè.

Caravan Palace

Punk Rock Holiday 1.6, creste e cose punk

Era una mattina un po’ diversa dalle altre, forse per il caldo clemente o per non aver bevuto il mio solito caffé. La sveglia ha suonato presto, giusto il tempo di indossare qualcosa e via a prendere il treno che da Brescia mi avrebbe portato a Verona. Dopo aver incontrato i miei compagni di viaggio ci siamo diretti alla volta di Tolmin, graziosa città slovena avvolta dalle montagne.

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Esattamente in quel piccolo angolo di paradiso si sarebbe svolto il tanto atteso Punk Rock Holiday, un festival che sta vedendo sempre più partecipanti provenienti da tutto il mondo. Ad ogni edizione offre uno show unico, con band storiche e di fama mondiale che per cinque giorni si alternano su due diversi palchi all’interno dell’area. Durante il pomeriggio i musicisti si esibiscono al Beach Stage, le cui rive sono bagnate dai fiumi TolminkaSoca. Al calare del sole si accendono le luci del Main Stage e via che partono chitarre, braccia al cielo, circle pit vorticosi e delle volte anche qualche birretta. E per gli amanti dello stage diving c’è la libertà di lanciarsi su una folla di cui ci si può fidare ciecamente.

Il festival ospita inoltre una realtà culturale d.i.y. non indifferente, dando spazio a diversi banchetti di cose autoprodotte, a rampe si skate, a cibi per tutti i palati e alle etichette più gettonate. Qualche distro in più avrebbe decisamente fatto del bene all’animo dei collezionisti, un po’ meno ai loro portafogli. Mica si può avere tutto dalla vita, no?

Parlando di line-up, quest’anno è stata varia e coinvolgente. Le band hanno saputo intrattenere un pubblico caldo e pronto a cantare tutte le canzoni proposte. Lagwagon Sick Of It All hanno avuto il compito di inaugurare il fest e sono riusciti ad offire un assaggio del livello che si incontrerà nelle serate successive. Sul palco principale di passano il testimone gli italiani Edward In Venice, i tecnicissimi A Wilhelm Scream, i sempre giovani Nofx, fino a band come Iron ReaganDeez NutsAuthority ZeroMuncie GirlsAgnostic FrontTotal Chaos No Fun At All. In mezzo a tanti suoni più o meno giovani hanno suonato gruppi storici come FlagDescendents, dimostrandosi sempre attuali nonostante qualche capello bianco. Il punk è anche questo, ricordiamocelo.

Il tiro è stato alto anche al Beach Stage, consigliatissimo per gli amanti dell’hardcore melodico. Notevoli i live di Ants!The Human ProjectFat RandallSuch Gold, capaci di accendere il pubblico come pochi. Non sono mancati nomi italiani come X-State Ride Thanx 4 All The Shoes, entrambi delle bellissime e piacevoli scoperte. E poi si sa, ormai gli Slander sono una garanzia e una realtà affermata che non ha bisogno di presentazioni. Sono sicuro che chi era presente un po’ vorrebbe rivedere quella caciara che solo i veneziani sanno dar vita.

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Ammetto che moltissimi musicisti non li conoscevo e questa avventura mi ha fatto scoprire realtà che non hanno tardato a finire nella playlist della mia auto. Tutto questo è merito della mia compagnia di viaggio, di Laura e Francesco di Frammenti Di Un Cuore Esploso, di Luca dei LaDeriva, di Elvira e Fra di Sonatine Produzioni e del mio “coinquilino per sei giorni” Davide. E le nuove conoscenze sono state infinite, chi da Torino, da Verona, da Roma o da Napoli come Alessandro e Laura, entrambi di Cattivi Guagliuni. Bisogna scriverlo forte ovunque, il punk è anche questo.

Delle gironate così non capitano ogni week-end, purtroppo. E credo che tutti avrebbero voluto trascorrere un’altra settimana di festa, di nuove amicizie, di musica e tanto divertimento. Succede che si ritorna e ci sono le responsabilità e il lavoro, le solite facce e quella maledetta routine che non si decide mai a cambiare. E ci sarebbe anche un esame da preparare, lo dice il calendario.

Punk Rock Holiday 1.6, creste e cose punk