So Long – “So Long”

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Se c’è qualcuno che non ha mai sbagliato a consigliarmi qualcosa di bello da ascoltare, quello è proprio Fabio. Quando a un concerto leggerete “È un brutto posto dove vivere” vorrà dire che non poteva capitarvi cosa migliore.

Per gli amanti dell’emo, di quel punk intriso di emozioni e in grado di trascinare i ricordi, i So Long sono una band da non lasciarsi scappare. Provenienti da Cesena, a ottobre 2017 pubblicano un disco omonimo, il quale funge da manifesto del loro percorso.

Le sonorità sono dolci e si crea subito un vortice emotivo che guida l’ascoltatore per tutta la durata dell’album. Si viene catturati già dal primo accordo e con il secondo si spera che quei suoni non finiscano mai. La sensazione è quella di correre lungo una strada e ai bordi si vedono scorrere i ricordi e quei momenti che, anche volendo, non riusciremo mai a dimenticare.

I So Long sono una bella sorpresa, di quelle che sanno come accompagnarti nelle giornate in cui tutto sembra un po’ più spento del solito.

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So Long – “So Long”

Esche Vive – “Anorchidia Mixtape Vol. 2”

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Il luogo in cui vivi ti forma, che tu lo voglia o no. La routine, le persone che entrano a farne parte, le solite vie e le altrettanto abitudinarie commissioni da svolgere ti cambiano a poco a poco, lentamente. E in tutto questo ci sono anche i mostri, quelli che strisciano, che vivono la loro giornata distorta e piegano quella degli altri. Prova tu a non impazzire o a restare calmo. Cercare una via di fuga, sia essa dolorosa o meno, è invitabile. La scrittura è un esempio che calza a pennello.

Tra gli sbuffi fumosi di noia, a Rovigo emergono voci distanti che si raccolgono in un unico fuoco, mentre annota ciò che gli accade attorno, ne esamina i movimenti per raccontarli poi in parole e musica. E si ascolta in fine qualcosa di sinistro come il nero osservato, in grado di dipingere una realtà che cade, la stessa di una città morente.

L’ultima fatica degli Esche Vive si intitola Anorchidia Mixtape Vol. 2 e comprende tredici tracce di un rap oscuro, diretto e proveniente dal basso, dove l’intimità confonde le forme e si spaventa per i contorni. Le strumentali sono prodotte da Acca, beatmaker del collettivo, alle quali si affiancano quelle di DavillaPlectroomBass Estrada. A dar loro voce ci sono gli Mcs della crew che rispondono a nome di JunkyPao e C.O.C., oltre a diversi featuring. Il mixtape è ben strutturato, non vi sono tracce inutili come spesso accade in questo genere o in questo tipo di raccolte e all’interno si trovano riferimenti tutt’altro che banali.

St. Jude è la prima preghiera che si intona, a cui seguono canzoni notevoli come FujikoAssiemeCandyman” Memento. Ognuna di esse crea un’atmosfera particolare che si accorda perfettamente con l’immaginario proposto, senza nessuna stonatura. Rovigo si merita di essere imparata a memoria, per l’ennesima volta.

Che poi dicono che basti poco e che le abitudini non sono supereroi invincibili, ma possono essere cambiate. E forse possiamo essere gli eroi di noi stessi, almeno per una volta.

Esche Vive – “Anorchidia Mixtape Vol. 2”

Caravan Palace

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Le sorprese sono quelle cose che ti capiscono senza conoscerti per forza e sanno sempre qual è il momento giusto per presentarsi. Possono assumere varie forme, come il corriere che ha con sé il pacco che si aspettava da settimane. E la giornata migliora decisamente, è inutile raccontarsi frottole. Figurarsi poi quando si tratta del disco che si voleva forte e in quel momento, proprio in quel momento, che senti il campanello suonare si vola alto altissimo. Credetemi, è provato dalla scienza.

Il mio Superman mi portò quel giorno un album di un genere che non rientra nei miei ascolti più frequenti, ma che ha saputo ugualmente farmi muovere, nonostante il mio modo goffo e per niente elegante. Sulla copertina si leggeva Caravan Palace e finalmente possedevo la loro terza fatica.

Si contano undici canzoni di un electro/swing allegro, dal ritmo caldo e coinvolgente che non tarda a trascinarti in balli vorticosi. Lone Digger è il brano che apre le danze e sin da subito si sente una forte energia scaturita da quelle note. Proseguendo con l’ascolto si trovano tracce come AftermathTattoos, la dolce e fiabesca Wonderland, poi RussianHuman Leather Shoes For Crocodile Dandies. Il compito di far calare il sipario spetta a Lay Down, un ultimo ballo prima di salutare quei suoni jazz e quelle atmosfere un po’ parigine e mettere a letto i piedi che non smettono di muoversi e le braccia che vanno ovunque in cerca di chissà cosa, ma sempre sorridenti. Ebbene sì, tra le mani si ha un album fatto bene, da goderselo tutto d’un fiato. I ragazzi francesi meritano i compliementi, chapeau.

E sarebbe bello che il nostro eroe si facesse sentire più spesso, ma è uno spirito libero e mica puoi dirgli cosa deve o non deve fare. Lo aspetto come l’ora del tè.

Caravan Palace

Punk Rock Holiday 1.6, creste e cose punk

Era una mattina un po’ diversa dalle altre, forse per il caldo clemente o per non aver bevuto il mio solito caffé. La sveglia ha suonato presto, giusto il tempo di indossare qualcosa e via a prendere il treno che da Brescia mi avrebbe portato a Verona. Dopo aver incontrato i miei compagni di viaggio ci siamo diretti alla volta di Tolmin, graziosa città slovena avvolta dalle montagne.

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Esattamente in quel piccolo angolo di paradiso si sarebbe svolto il tanto atteso Punk Rock Holiday, un festival che sta vedendo sempre più partecipanti provenienti da tutto il mondo. Ad ogni edizione offre uno show unico, con band storiche e di fama mondiale che per cinque giorni si alternano su due diversi palchi all’interno dell’area. Durante il pomeriggio i musicisti si esibiscono al Beach Stage, le cui rive sono bagnate dai fiumi TolminkaSoca. Al calare del sole si accendono le luci del Main Stage e via che partono chitarre, braccia al cielo, circle pit vorticosi e delle volte anche qualche birretta. E per gli amanti dello stage diving c’è la libertà di lanciarsi su una folla di cui ci si può fidare ciecamente.

Il festival ospita inoltre una realtà culturale d.i.y. non indifferente, dando spazio a diversi banchetti di cose autoprodotte, a rampe si skate, a cibi per tutti i palati e alle etichette più gettonate. Qualche distro in più avrebbe decisamente fatto del bene all’animo dei collezionisti, un po’ meno ai loro portafogli. Mica si può avere tutto dalla vita, no?

Parlando di line-up, quest’anno è stata varia e coinvolgente. Le band hanno saputo intrattenere un pubblico caldo e pronto a cantare tutte le canzoni proposte. Lagwagon Sick Of It All hanno avuto il compito di inaugurare il fest e sono riusciti ad offire un assaggio del livello che si incontrerà nelle serate successive. Sul palco principale di passano il testimone gli italiani Edward In Venice, i tecnicissimi A Wilhelm Scream, i sempre giovani Nofx, fino a band come Iron ReaganDeez NutsAuthority ZeroMuncie GirlsAgnostic FrontTotal Chaos No Fun At All. In mezzo a tanti suoni più o meno giovani hanno suonato gruppi storici come FlagDescendents, dimostrandosi sempre attuali nonostante qualche capello bianco. Il punk è anche questo, ricordiamocelo.

Il tiro è stato alto anche al Beach Stage, consigliatissimo per gli amanti dell’hardcore melodico. Notevoli i live di Ants!The Human ProjectFat RandallSuch Gold, capaci di accendere il pubblico come pochi. Non sono mancati nomi italiani come X-State Ride Thanx 4 All The Shoes, entrambi delle bellissime e piacevoli scoperte. E poi si sa, ormai gli Slander sono una garanzia e una realtà affermata che non ha bisogno di presentazioni. Sono sicuro che chi era presente un po’ vorrebbe rivedere quella caciara che solo i veneziani sanno dar vita.

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Ammetto che moltissimi musicisti non li conoscevo e questa avventura mi ha fatto scoprire realtà che non hanno tardato a finire nella playlist della mia auto. Tutto questo è merito della mia compagnia di viaggio, di Laura e Francesco di Frammenti Di Un Cuore Esploso, di Luca dei LaDeriva, di Elvira e Fra di Sonatine Produzioni e del mio “coinquilino per sei giorni” Davide. E le nuove conoscenze sono state infinite, chi da Torino, da Verona, da Roma o da Napoli come Alessandro e Laura, entrambi di Cattivi Guagliuni. Bisogna scriverlo forte ovunque, il punk è anche questo.

Delle gironate così non capitano ogni week-end, purtroppo. E credo che tutti avrebbero voluto trascorrere un’altra settimana di festa, di nuove amicizie, di musica e tanto divertimento. Succede che si ritorna e ci sono le responsabilità e il lavoro, le solite facce e quella maledetta routine che non si decide mai a cambiare. E ci sarebbe anche un esame da preparare, lo dice il calendario.

Punk Rock Holiday 1.6, creste e cose punk

Il libro del mese, IV

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Ero al primo o al secondo anno delle superiori e decisi di comprare con i miei amici delle pistole giocattolo, quelle che sparano pallini gialli e non fanno troppo male. Avremmo fatto due squadre e la battaglia si sarebbe tenuta di notte in un parco, stando bene attenti a non fare troppo rumore. Tutto sommato eravamo anche abbastanza educati.

Ancora oggi non so il motivo di tale proposta, forse era un modo un po’ innocente per ritornare bambini, quando si giocava a fare la guerra senza realmente sapere di cosa si stesse parlando. E come tante belle idee venne dimenticata e piano piano sfumò insieme all’entusiasmo iniziale. Stavamo diventando pigri e la cosa cominciava già a spaventare.

Ai tempo ancora non lo conoscevo, ma credo che sarebbe stato bello vivere almeno un quarto dell’avventura di Lebrac e dei suoi fidi compagni d’arme. Magari con meno botte o sassate, ma il concetto è più o meno quello. Cosa avrei detto ai miei genitori se fossi tornato a casa in mutande?

Louis Pergaud racconta in La guerra dei bottoni le imprese della giovane armata di Longeverne in conflitto con i fanciulli di Velrans. Le due fazioni non si risparmiano insulti, scherzi diabolici e sabotaggi perfidi. Le giornate trascorrono tra i banchi di scuola e le lezioni del severo Papa Simon, tra i piani per il prossimo attacco e le sculacciate dei genitori. E i tesori mica sono forzieri colmi d’oro, ma dei semplici bottoni, bretelli ed altri indumenti presi come trofeo dai prigionieri di ogni lotta. Si viene così umiliati sul campo di battaglia e tra le mura di casa. Chi ha detto che la guerra è una passeggiata?

L’autore scrive con uno stile semplice, con quell’ironia che fa amare i personaggi di cui si legge. I dialoghi rispecchiano l’innoqua innocenza tipica dell’età dei protagonisti, i quali parlano con il fervore di chi certe cose le ha vissute realmente. Anche l’amore fa capolino, in quei gesti timidi e romantici che solo un bambino può compiere, quando si emoziona e diventa rosso rosso dallo sforzo. Le gesta di Lebrac e compagni ricordano le armi che si compravano al mercato e le storie che prendevano vita insieme ai vicini di casa, per colorare un po’ i pomeriggi. Si era meno impacciati.

Avrei tanto voluto fingere quella sparatoria nel parco, soccorrere qualche caduto e magari diventare anche l’eroe di turno. Tutti hanno bisogno di un eroe. Chissà cosa ho comprato al posto di quella pistola.

Il libro del mese, IV

Tutte Le Cose Inutili – “Dovremmo essere sempre così”

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Ci sono cose che con il tempo, o per puro caso, assumono un significato speciale, che vale all’infinito nonostante possano essere così piccole da starci in tasca. E delle volte nemmeno riesci a tenerle tra le mani, ma pesano tanto tanto tanto. Ecco, dovrebbe essere tutto esattamente così.

Succede che si stava parlando e si è finiti sulla musica, che bella la musica, e ne abbiamo ascoltata tanta e diversissima. Tra tutti mi è rimasto particolarmente impresso un nome. Era quando stavamo tornando dall’aeroporto che ho deciso che non li avrei persi mai. Tutte Le Cose Inutili, quello di cui avevo bisogno.

Dovremmo essere sempre così è uno sguardo perso tra le nuvole, tra le mille idee da riordinare, tra i giorni di te che ci sei e non te ne vai mai. E per questo ti ringrazierò sempre sempre sempre. Ci sono dieci canzoni, che un po’ ti fanno innamorare grazie alla loro semplicità e a quelle foto di parchi, di soste in autogrill e di piazze che si raccontano e che fanno da sfondo alle storie più belle. C’è una poetica dolce, leggera, accompagnata da suoni che accarezzano e creano un’armonia piacevole. Tutto scorre, come in un album ricordi.

Il cantato diventa in alcuni punti come una recitazione per quei testi che, anche senza musica, sono poesia e un mondo da cui non ne usciresti mai. A dire la verità, questo discorso è un po’ estendibile a tutte le liriche del disco e ascolti e leggi e ascolti e leggi e tutto il resto chissà dove va a finire. Un lavoro ben fatto, con i suoi scatti e i suoi sogni, da portare sempre con sé. Che poi è davvero quello di cui si ha bisogno.

Si tornava dall’aeroporto con la magia dell’est ancora addosso, con quelle cattedrali gotiche e ponti affollati. E quando si arriva ci sono le scoperte, i bagagli da disfare e le cose da scrivere. Stavo solo cercando qualcosa che mi facesse stare bene.

Tutte Le Cose Inutili – “Dovremmo essere sempre così”

Regarde – “Perspectives” EP

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Mi trovavo in quei momenti che seguono un concerto, dove si hanno ancora addosso le note e l’adrenalina per quanto appena visto e sentito. E magari sulla maglietta del tuo gruppo preferito che indossi con tanta fierezza ti ritrovi del sudore non tuo perché la musica unisce e non divide e allora viva l’amore. Insomma, è proprio in quei momenti che si parla delle band, di come hanno suonato, se ne scoprono di affini e di altre che non c’entrano nulla, ma non puoi lasciarle al silenzio.

“Ma c’è ancora gente che ascolta emo?” – “Sì, io”.

Ebbene sì, a dire il vero rientra nei miei ascolti più frequenti di questo periodo. Che poi capita di conoscere band dopo mesi, se non anni, dalla loro ultima pubblicazione, ma va bene lo stesso. Meglio tardi che mai, dicono.

In sottofondo i Regarde, in ripetizione da quando ho sentito per la prima volta il loro nome e qualche canzone. I ragazzi di Vicenza suonano qualcosa che a me è piaciuto subito, sono pigro per etichettare il genere musicale di un gruppo. Il loro ultimo lavoro è un EP intitolato Perspectives, uscito a settembre dello scorso anno.

In soli quattro brani sono riusciti ad esprimere molto, dall’arrangiamento all’atmosfera generale che le canzoni hanno creato. I suoni sono dolci e la loro semplicità rende tutto piacevole e l’ascolto va va va che sembra finire troppo in fretta. Una continua rincorsa a quei quattro frammenti, che un po’ ci si prova a fermare le cose, ma mica ci riesci. Ed è un bel gioiellino, davvero.

Poi ci sono i testi, non riesco mai a non farci caso. Si respira quella particolare malinconia, che è anche nostalgia e ti parla e non finisce. Proprio di quel tipo che se la conosci una volta, anche per caso, non ti lascia più e vorrà stare sempre con te, con o senza la tua approvazione. C’è la vita dietro a queste canzoni, le notti e quelle persone che chissà dove sono ora e chissà con chi stanno parlando. Uno ci prova a fare in modo che le cose non cadano, ma quella maledetta gravità rende tutto più difficile.

Sta finendo, volevo dire qualcosa e farne un’altra che non ricordo e a quanto pare ascolto ancora emo. Mica si possono fare miracoli.

Regarde – “Perspectives” EP