Claver Gold – “Requiem”

23231261_1778218448885974_497445985373370845_n

La musica evolve, nel bene e nel male, ma sembra che per molti questo non sia del tutto chiaro e faticano a farsene una ragione. Ciò avviene in tutti i generi musicali, forse nel gospel ancora no.

Parliamo di rap, ancora. Negli ultimi anni, vuoi per il cambio generazionale o per un discorso di tendenza, l’attitudine in questo genere sembra essersi completamente stravolta. Anche il modo di comunicare ha subìto mutazioni, piccole o grandi che siano. Non si tratta, quindi, solamente di sonorità diverse e immagini nuove.

Tuttavia rimane ancora qualcuno che racconta di sé, senza dover creare un personaggio per vendere delle copie in più, per piacere ai ragazzini o per scatenare un “fenomeno” all’interno del genere. Si ritorna a parlare di Claver Gold.

A novembre 2017 è uscito il suo nuovo album, Requiem, un lavoro che segna una tappa fondamentale nel percorso artistico del rapper. Nelle canzoni che compongono il disco si incontra una grande maturità, stilistica e narrativa.

Già nei lavori precedenti, Claver si raccontava senza filtri, senza censure e lo faceva con un sapore letterario. I giorni passati, le dipendenze, le amicizie, la scena di anni prima vengono riportati con versi crudi, con immagini talvolta violente e, forse, rassegnate. L’occhio quasi neorealista si sposta su momenti che hanno segnato la sua personalità e inevitabilmente il suo approccio alla musica.

 

Per quanto riguarda i suoni, anche in questo disco si possono ascoltare diverse influenze che creano un’atmosfera di unità tra un pezzo e l’altro. Un filo comune collega tutte le canzoni in modo tale che nessuna stoni, che tutto scorra come in un flusso di coscienza. Vi sono suoni più classici ed altri accompagnati da una drumline più vicina alle nuove scuole, senza cadere in banalità o cliché.

Per chiudere, ma aspetto non meno importante, in “Requiem” vi sono feat giganti, con nomi rilevanti, sia mc che beatmaker. Fabri FibraGhemonLord BeanRancore sono solo alcuni tra coloro che hanno dato un contrubuto importante per la realizzazione di questo album, un capolavoro.

Chi dice che l’hip-hop è morto non ha capito un cazzo.

Annunci
Claver Gold – “Requiem”

Malkomforto – “Malkomforto”

a2789486945_10

Forse è questa stagione e il suo clima o forse sono tante altre cose che, tutte insieme, mi portano ad ascoltare band di un genere meritevole di più attenzione. Molti lo considerano ancora qualcosa di adolescienziale, l’emo. E chi dice che per fare musica non si piange non ha capito un cazzo.

Padova si dimostra ancora una volta la culla di talenti, di canzoni scritte e suonate con il cuore a ferite aperte. Un altro nome che affiora è quello dei Malkomforto, i quali hanno pubblicato un album omonimo circa un anno fa e ancora si ascolta forte. Con le tempistiche sono un disastro, ma bisogna volersi bene lo stesso.

I ragazzi suonano “l’emo-core fatto a mano come una volta” e questo tocco si sente alla perfezione. Dai testi alle sonorità, è tutto una grande emozione che parla di sé e del proprio vissuto. Gli umori variano con i ricordi, le immagini sono rimaste in mente e in qualche angolo di cuore dove la polvere vola leggera. Questo album fa muovere, respirare e cantare con tutta la voce che si riesce a trovare in corpo.

Si toccano diversi momenti nelle canzoni, da quello più introspettivo ad altri in cui ci si rivolge ad una persona e chissà dov’è adesso. C’è una ringhiera e ci sono le borse della spesa, i suoi genitori e, forse, ancora qualche speranza.

E se ti dico che non è più come ieri è perché siamo andati avanti e cresciuti insieme.

Malkomforto – “Malkomforto”

Breaking The Fence – “Niente rimane”

21192919_1447347698680025_8026879733539510651_n

Delle volte è un brutto posto dove vivere, ma grazie anche alla musica le cose possono diventare più leggere e forse essere più comprensibili. E questo superpotere è solo per qualche band, per quelle che muovono uragani emotivi appena iniziano a suonare. Prima o poi passano e andrà tutto bene.

Per la bella musica dovete chiedere a Fabio.

Breaking The Fence sono cinque ragazzi padovani che hanno avviato un progetto meritevole di tanta attenzione. Freschi di un nuovo album intitolato Niente rimane, questa band si propone con canzoni forti, di quelle che si fanno conoscere nel momento giusto e scombinano le giornate.

Le parole sono un po’ il filo conduttore di questo disco, attorno alle quali si creano tutte quelle atmosfere rese possibili dai suoni. I testi riescono  a trasmettere immagini che si portano ancora addosso, momenti indelebili e che sono destinati a lasciare un segno dentro per tanto tempo ancora. Riescono a raccontare tutto in pochi versi, senza ripetersi o sfociare nel banale.

Le sonorità riprendono influenze emo, post-rock e non mancano quelle sfumature un po’ pop che rafforzano il tutto. L’equilibrio tra suono e parole è il punto di forza di questo album, se avessero osato di più sarebbe stata una esagerazione, qualcosa di vuoto. Non è da tutti raccontare se stessi in poco, con quello che si ha.

E se continuassi anche non direi nulla.

Breaking The Fence – “Niente rimane”

Reikä – “Frangenti”

a3547074765_10

Novembre ha la nebbia e i giorni di freddo improvviso, che arriva quando hai trovato un tuo equilibrio. O almeno, pensavi di essere al sicuro dai tuoi pensieri grigi, dai sogni che ti svegliano e dallo stomaco irrequieto. Questo è il mese in cui certi suoni, che senti anche in casa, hanno una sfumatura diversa. Sembrano lontani, eppure sono dentro te.

Non avrei immaginato stagione migliore per questo album. Sarebbe stato diverso in inverno o in primavera o in estate, avrebbe perso quell’atmosfera che lo rende tanto bello da ascoltare e tanto devastante allo stesso tempo.

Frangenti è il disco dell’autunno, della sua nostalgia che ha il colore delle foglie rosse e delle radici degli alberi. Ricorda un’ultima ricerca, forse disperata, di un tepore avvolgente in quello che si ha attorno. I Reikä suonano emozioni forti, fredde per la temperatura e non per i piedi che hanno camminato troppo e camminato invano.

Le sonorità sono dirette e caratterizzate da una semplicità che spiazza. Ciò che si vuole trasmettere arriva in faccia e scombina la sciarpa.

Questo è un disco completo, di quelli che davvero riescono a parlare di sé con coraggio e speranza. La voce urla al vento e contro le sue stesse paure, magari per essere ascoltata anche solo una volta, almeno questa volta. E poi c’è quella intimità che si avverte come un’anima amica e si confida timidamente. Diventa presenza, poi ombra, poi tutto.

Frangenti è il richiamo della natura.

Reikä – “Frangenti”

Montauk – “Vacanza/Gabbia”

a2725947003_10

Volevo fare in modo che le nuove recensioni fossero forti, un’entrata in scena di quelle che ti fanno saltare dalla poltrona e si stappa una birra per la felicità. Volevo far sapere che si scrive anche in inverno, ma ho deciso che forse sarebbe meglio far parlare la loro musica. Sì, mi hanno preceduto.

Loro sono i Montauk Vacanza/Gabbia” è un disco che entra a gamba tesa in testa e dove esce la voce per cantare.

Come ricordano questi ragazzi bolognesi, il nome della band si ispira alla spiaggia che si vede nel film “Eternal Sunshine of a Spotless Mind“. Ecco, loro sono quella malinconia che vuole riscattarsi, costretta però a tornare nello stesso spazio sabbioso dove il mare cancella i messaggi a riva. Eppure sembrava tutto lì a portata di mano, tutto facile prima che le cose prendessero una piega insolita, surreale sotto certi aspetti.

I pezzi che compongono il disco sono influenzati da diverse sonorità. Si incontrano momenti post-punk, noise, emo e quella sfumatura pop, un po’ dolce e per niente fastidiosa. I ragazzi hanno un sound deciso, emozionante e che riesce a rendere palpabili le immagini descritte nei testi. Ci si ritrova a Montauk con quei momenti tra le dita che hanno il sapore di sigarette e città.

Recentemente è uscita una versione tape di questo disco, averle entrambe farebbe solo del bene al mondo.

Le prossime ferie sono in quella spiaggia.

Montauk – “Vacanza/Gabbia”

Tutte Le Cose Inutili – Manifesto

22492016_1577980608904704_3247035662969159939_n.jpg

Arriverà quel momento in cui ce lo chiederai, ti verrà spontaneo fare questa domanda. Chi sono le cose inutili, perché è il nome che abbiamo scelto per voltarci quando ci chiamate, perché quelle quattro parole insignificanti sono diventate per noi un nome, un indirizzo, un luogo verso cui correre, e un luogo a cui tornare sempre, se l’abbiamo rubato dal verso di una canzone dei Massimo Volume, o da una citazione di Oscar Wilde, se mi è caduto sulla testa una mattina che camminavo verso l’università, o forse mangiavo, o forse sognavo, o forse scrivevo una lista di persone o luoghi da esorcizzare, scrivevo di addormentarmi qui e svegliarmi altrove, o forse scrivevo pensando così di farti male. Inutile è un’etichetta che diamo alle cose, quando non ci servono o non ci piacciono. Inutile sarà sempre per te, adesso; non sarà mai per il mondo, sempre. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, le canzoni tremende che passano alla radio e che diventano, senza volerlo, la colonna sonora di un amore che nasce improvvisamente, quando vuole lui, come lo scoppio di una lampadina. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, i temporali infiniti e freddi e bui attraverso il quale cammini, calmo, vestito e bagnato da una bella notizia. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, le strade sterrate e non battute che ti salvano la vita. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, quando si parla d’amore a costo di sembrare ridicoli. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, i gesti di affetto quotidiani che chi ti sta vicino ti regala, quelli a cui sei abituato ed assuefatto, che quando mancheranno ti faranno crollare ad ogni passo. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, tutte le persone che salgono, anche solo per una fermata, sul tuo treno. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, i segni che ci lasciano su quel treno, a volte non se ne vanno mai. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, quando parli e nessuno ti ascolta, ma se fai attenzione, qualcuno, a volte, sente. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, quei momenti in cui vai contro, contro l’opinione delle persone, contro la logica, contro la fisica, contro la storia, sono quei momenti in cui la tua anima esplode. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, i sogni a cui ti aggrappi, e che rincorrerai tutta la vita anche quando li vedrai frantumarsi ai tuoi piedi. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, dieci ore di macchina per fare per un’ora una cosa che ami. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, quando aspetti che qualcosa accada e non accade; quando ti accorgi che la vita è stata programmata per sorprenderti. Tutte le cose inutili sono, ad esempio, tutti i soldi che avevamo, spesi in una sera, le rampe di scale che ho fatto perché non sapevo a che piano abitavi, quel quaderno pieno di canzoni scritte a sette anni che darei indietro la metà dei miei ricordi per averlo in cambio, sono le serate a vedere l’alba con gli amici e con le birre, sono il cuore in gola dopo una corsa, dopo una vittoria, dopo un esame, dopo una foto, dopo un abbraccio. Tutte le cose inutili sono i dettagli su cui ti soffermi quando gli altri passano oltre, i momenti in cui scegli una strada invece di un altra, i momenti che per qualcuno sono attimi e per te sono ore, tutte le cose che ti perdi quando chiudi per un attimo gli occhi ogni cinque secondi. Una scritta sul muro, un concerto, una lettera, un pianto, le parole e gli sguardi che ti cambiano la vita.

Tutte Le Cose Inutili sono un duo toscano che fa Cantautorato Punk. Lo fa da cinque anni sui palchi di tutta Italia. Il nuovo disco “Non ti preoccupare” esce il 26 gennaio per Black Candy Records, edizioni Warner.

Tutte Le Cose Inutili – Manifesto

Ho scritto le mie cose sull’etichetta dei tuoi jeans

Ho scritto le mie cose sull'etichetta dei tuoi jeans - Copertina

Ho iniziato a suonare il basso in prima media e ho provato con tante band diverse. Con alcune ho fatto qualche live, tutti abbastanza vicini a casa. In quel periodo compravo riviste musicali in cui leggevo di tour, di giornate passate in studio a registrare e di palchi con migliaia di persone davanti. Non capivo bene cosa volesse dire, ma volevo far parte di quel mondo. Con un basso in mano ci sarei riuscito, mi dicevo.

Poi ho iniziato con il rap, i primi testi erano malinconici, forse per sentirmi maturo e più grande. Ero alle superiori, il periodo in cui si dovrebbe iniziare a costruire qualcosa e io avevo confuso le materie e le scelte future.

Quando ero bambino leggevo libri d’avventura, quelli in cui il protagonista è un eroe e salva il mondo e fa viaggi lunghissimi in terre mai viste prime. Da piccoli è facile sognare e mi dicevo che anche io dovevo partire, con un cavallo e una spada e poi chissà cosa sarei diventato. Era quello che collegava tutto, che colorava tante pagine.

Dicevo prima, ho suonato in tante band, ma non ho mai inciso un disco. Ho registrato diverse canzoni rap sparse, hanno anche un video, ma non le ho mai raccolte sotto un titolo. Ho perso il conto dei libri che ho letto e ne ho scritto uno. Quest’anno è stato pubblicato e per me è un’emozione che ancora non so descrivere a parole. Forse un giorno troverò il modo.

In quelle pagine ci sono le giornate con lei, quando eravamo in camper, in auto a cantare, in un quartiere parigino un po’ lontano dalla Tour Eiffel. Ci siamo arrivati comunque, nonostante i venditori di Marlboro. C’è tanto là dentro, le canzoni stupide e la mia voglia di scrivere. Si intitola “Ho scritto le mie cose sull’etichetta dei tuoi jeans” così che i miei pensieri siano sempre con lei, sempre addosso, ma mai troppo invadenti.

La copertina è stata realizzata da L’ORA, che è in ogni verso e in ogni parola. Ed è stato pubblicato da HabaneroErga Edizoni, ho visitato pochissimo di Genova, ma sembra una città bellissima. Il libro è acquistabile su AmazonIBSFeltrinelli e Mondadori. Chissà, magari un giorno sarà nelle case di tutti.

La prossima avventura non so quando avverrà, dicono che ogni cosa abbia il suo tempo. Abbiamo scaffali da riempire e una mappa da conoscere.

 

Ho scritto le mie cose sull’etichetta dei tuoi jeans