Endrigo – “Ossa rotte, Occhi rossi”

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A Brescia l’estate dura circa tre settimane, giusto il tempo di una festa libera che ad ogni edizione mi fa conoscere tantissime band e tantissime persone. Quella volta, fuori da una tenda che dicono sia blu, c’era un mare di gente che si divertiva e cantava canzoni che non sapevo. E ho scoperto poi che anche a me era piaciuto quel concerto.

Gli Endrigo sono una di quelle band a cui ti affezioni subito, da quando inizi a seguirli perché raccontano di un mondo che non è lontano da casa tua, che si annoia e cerca di sopravvivere a modo suo. Il prossimo mese uscirà il loro nuovo disco intitolato Ossa rotte, Occhi rossi per Indiebox e si presenta come un ottimo modo per aprire nuove strade, nuove tappe da segnare sul percorso. In questa loro fatica ci saranno, come dicono i ragazzi, canzoni che sono state scritte tempo fa affiancate ad “altre nate un mese prima di entrare in studio“. Il passato della band è scritto in due EP, “Spara” del 2013 e “Buona Tempesta” risalente al 2015, il futuro si ascolterà a breve e merita attenzione.

L’album si apre con “Straight outta Villaggio Sereno (BS)” e racconta della zona da cui proviene la band, dalla cantina in cui sono nati i primi testi, i primi accordi e i sogni che li hanno portati a realizzare tutto questo. Seguono le bellissime “Controcrederci“, “Paolo salva il mondo“, ritorna “Spara” e poi c’è “Frankenstein” che non ricordo quante volte l’abbia ascoltata.

Il loro suono è quel rock un po’ punk e quel punk un po’ rock, che ci piace perché libero e ha voglia di urlare e suonare la chitarra. Un disco così fa bene, ricorda quanto i sacrifici possano far male al momento, ma i sogni ti salvano ogni giorno, ti danno un motivo per svegliarti. Io, questi ragazzi, li ringrazio da dentro.

Quella sera avevano anche girato un video del loro live, per un pezzo che ogni volta si canta con tutta la voce. A Brescia l’estate è questo.

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Endrigo – “Ossa rotte, Occhi rossi”

Magnitudo – “Si vis pacem” EP

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Ammettiamolo, sono molti coloro che avviano una band con l’immaginario di sonorità pesanti e massicce, che magari spostano i palazzetti e la casa dei vicini un po’ più in là senza riuscirci. Altrettanti si impegnano nell’evocazione di spiritelli maligni, con nebbia finta e lapidi ovunque, ma sempre con scarso risultato. Il motivo, forse, è perché sotto le note, sotto la composizione, non vi è nulla, non vi è sostanza. Si incontra quindi un vuoto che fa crollare la già fragile struttura. Ammettiamolo, ci sono delle eccezioni.

Magnitudo, tre ragazzi provenienti dalla Bergamo rumorosa, propongono un EP di quattro tracce, intitolatoSi vis pacem. Tutto ciò che si ascolta in questo lavoretto non ha nulla a che fare con la pace, con paesaggi idilliaci o con la calma a cui una persona tende. Tutto il contrario, i suoni sono pesanti e i ritmi lenti ricordano un po’ le scosse dei terremoti, la mole delle placche che si scontrano e stordiscono e fanno cadere i monumenti.

L’elemento che dà valore all’EP l’atmosfera che si crea e che sembra dipingere un immaginario urbano decadente e lobotomizzato, cieco rispetto ciò che lo circonda. Si intravede un filo conduttore che guida l’ascolto e trascina in posti che fuggono l’ordinario clima cittadino. Gli amanti dello sludge non possono non apprezzare la proposta di questi ragazzi che, tra canzoni strumentali e cantate, hanno confermato che si può trasmettere qualcosa senza virtuosismi plastici e che non hanno sapore. Questo è un lavoro da ascoltare, davvero.

Ammettiamolo, non sempre si ha la testa per impegnarsi in qualcosa, ma quando c’è la qualità e la passione, perché non riconoscerle e dargli una possibilità?

Magnitudo – “Si vis pacem” EP

Edward In Venice, tra festival e studio

Succede che vai ad un festival e leggendo la line-up scorgi qualche nome che probabilmente ha visto le tue stesse strade, ha suonato nei locali che frequenti e magari ha condiviso le tue stesse serate. Vedi questi ragazzi sul palco, ai banchetti del merch, vicino al proprio van che parlano con tutti e tutto diventa più familiare, inizi a sentirti parte di qualcosa.

Filippo è la voce degli Edward In Venice e quest’anno sono stati tra le band che si sono esibite sul main stage dell’ormai affermato Punk Rock Holiday. Non c’era mai stato prima, si parla di tour importanti, di nuovi progetti e ne è davvero contento. E chissà cosa vuol dire essere protagonista di qualcosa di così grande.

Quest’anno avete suonato sul palco principale del Punk Rock Holiday. Come avete vissuto questa esperienza? Avevate mai partecipato prima, come pubblico o come band? E’ stato uno show da paura, volevamo pestare quel palco già da tempo e finalmente è arrivato. Inutile dire che l’atmosfera di Tolmin è surreale quando si accendono i riflettori sugli stage, le band si amalgamano al pubblico e via parte lo show che non dimentichi. Esperienza davvero superlativa, prima esperienza sia come pubblico che band; non so quante persone ci fossero di preciso ma vedere chi canta con te e chi vola in crowd surfing durante il tuo set ti regala tanto. Si dovrà rifare!

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Siete stati anche su altri palchi importanti, come quello del Groezrock. Cosa significa per voi suonare in queste situazioni? Cosa rende queste occasioni così speciali? Il bello del festival sta nel riuscire a raccogliere un largo bacino di persone/band/amici lontani che altrimenti non si ha l’occasione di vedere o condividere giornate come queste. Suonarci ti carica in maniera inspiegabile, i flyer che girano da mesi e mesi prima non fanno altro che aumentare l’energia che andrai a sprigionare su quei palchi. E’ un vero e proprio meeting internazionale per tutti noi amanti della scena. Diciamo che da bambino ti pisciavi addosso per l’arrivo di Babbo Natale, adesso c’è il fest.

Credi che anche in Italia si possano ricreare situazioni simili? Quali sono, secondo te, gli “ostacoli”? Assolutamente sì, sto vedendo nuove organizzazioni che stanno creando festival molto interessanti e in netta crescita anno dopo anno come BayFest Venezia HC giusto per citarne alcuni. Gli ostacoli sono il non crederci e non avere voglia.

Parlando di scena, come la vivete? A livello italiano ti sembra unita, attiva come quelle incontrate nelle vostre date all’estero? La viviamo in maniera molto naturale e attiva, tutte le amicizie che ci siamo fatti dal primo concerto le abbiamo mantenute negli anni creando sempre occasioni di ospitare o essere ospiti. A livello italiano penso che molte persone si sentano parte di una grande corsa all’ “oro che non c’è”.

Edward In Venice, il vostro ultimo album risale al 2015, attualmente siete a lavoro su qualcosa di nuovo? Siamo momentaneamente al lavoro su un nuovo capitolo della storia della band e uscirà in questo 2017.

Ripensando alla strada percorsa e ai dischi pubblicati, cosa c’è di diverso nel nuovo materiale? Ci sarà più dinamica, più struttura e più cura dei dettagli, meno influenze, ancora più concretezza e personalità.

Questi cambiamenti sono stati “studiati” o sono avvenuti in maniera naturale? Totalmente naturali, come gli arrangiamenti vocali a due voci anziché tre come fatto finora, inserendo un nuovo chitarrista proveniente da altre realtà musicali. Alcune sonorità stanno svoltando in maniera inedita. Studieremo soltanto quali tour fare prossimamente.

Come immagini il futuro della band? Penso che ci sia ancora una bella dose di carogna e voglia di strillare in giro, rompersi i culi sul van e dormire dove capita. Ci siamo già tolti diverse soddisfazioni e siamo sicuri che avremo modo di togliercene altre.

Questa è l’ennesima riprova che se qualcosa è fatto davvero con il cuore porterà risultati, anche se all’inizio non si smette mai di cadere, di rimanerci male o pensare di mollare. Che qualcosa si può muovere sotto, basta trovare la forza di farlo emergere. E intanto qui si aspetta il nuovo disco.

Edward In Venice, tra festival e studio