Mush – “Mush”

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Grazie Fabio per avermi fatto scoprire un altro gruppo super.

Mi sono fermato sui Mush e sul loro album d’esordio di dieci canzoni. Sono bastati una manciata di pezzi per capire che avrei impegato un po’ a convincermi che ormai il disco è finito e non è che mettendolo in play ancora e ancora avrei trovato un’altra traccia nascosta. E ho finito con impararne qualcuna a memoria.

Sarà che farsi male fa parte i noi e la malinconia è quella cosa che senti arrivare come l’inverno. Dà un colore diverso alla giornata, ai mesi, alle stagioni. Questo si sente nelle note, nelle parole, negli accordi dolci e leggeri e in quella voce che quando canta sembra guardare indietro, ogni tanto. Si avverte il movimento, il corpo che gira e ritorna sui suoi passi rassegnato.

La band ha saputo valorizzare le proprie qualità, i suoni sono perfetti e l’aspettativa è da subito alta. I Mush sono quei ragazzi che quando pubblicano un disco lo ascolti tutto e vorresti già avere il prossimo.

Grazie Fabio.

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Mush – “Mush”

Petrolio – “Di cosa si nasce”

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Sono da sempre un amante delle atmosfere cupe, ossessive, che sono disperse da una eco e si allungano come ombre da sotto il letto quando arrivano da te. I suoni strisciano e rimbombano in piccole gallerie come arterie ed esplodono in tamburi che sembra di essere in guerra. Questi sono solo alcuni dei motivi che mi hanno fatto consumare il nuovo disco di Petrolio.

Di cosa si nasce è il titolo di sette canzoni di “elettronica sperimentale”, una perla di rara bellezza. Il punto di forza dell’album è la concretezza con cui prendono vita le atmosfere e i colori oscuri evocati dalle sonorità. Le tracce fanno sprofondare in una dimensione in cui si è disorientati e l’acqua è alta da non toccare il fondo. Proseguendo con l’ascolto prende forma uno spazio sospeso in cui il caos si muove e mette in disordine le idee e quei pensieri che una volta credevano di essere tranquilli ed è fuori e dentro a chi ascolta, allo stesso tempo. Lo stomaco trema, forse per la paura, di quello che si vede e si sente. Le grida, le voci lontane si perdono in una prospettiva non ben definita, che cambia a seconda di come ci si pone di fronte a questi suoni.

Questo disco ha anche il sapore di una colonna sonora che se potesse starebbe bene da sfondo per una storia di Lynch. Le ombre si addensano e assomigliano agli incubi del quotidiano, molto più vicini alla realtà che a esperienze oniriche. Notevoli sono i momenti di “pausa”, che lasciano ulteriore spazio al nero che si mostra. Non voglio definire questo genere, nemmeno provarci, le canzoni si presentano da sole.

Non so bene di cosa si nasca, immagino di cosa si cresce e si vive. E tutto è racchiuso in questi sette frammenti, grigi e scuri come il petrolio quando cade in mare.

Petrolio – “Di cosa si nasce”

Nadsat – “Crudo”

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Il caldo rende tutto più lento, dalla città alla maglietta che dovrebbe essere leggera da non sentirla nemmeno. In questa stagione è sempre così, che ancora non ho capito come si faccia ad amarla.

Qualche settimana fa mi hanno passato un disco, che è davvero pesante e non per il surriscaldamento globale o la troppa gente al centro commerciale. Fabio ha un banchetto che è tutto un tesoro.

Dai portici e dai vicoli di Bologna arriva il nuovo lavoretto dei Nadsat, un duo sperimentale che sta alzando il livello, proponendo composizioni e sonorità che non sono così facili da incontrare. Si intitola Crudo e contiene otto tracce strumentali che fondono mathnoise rock, in un risultato finale che convince pienamente e merita ampio spazio in live.

La band è chiara, questo disco è nato dalle improvvisazioni in sala prove e vuole essere grezzo, come se fosse suonato di pancia. L’intenzione è quella di rispecchiare la forma che suggerisce il titolo e i ragazzi hanno raggiunto l’effetto desiderato. I suoni sono diretti, così come le ritmiche e l’impatto con cui vengono eseguiti i brani. Talvolta si è immersi in momenti vorticosi come in “Dolomite” che contribuiscono a creare un’atmosfera diversa rispetto a quella anticipata dalle altre canzoni. Le variazioni che si ascoltano sembrano improvvisate, come si fa in una vera e propria jam. Nonostante ciò, tutto è in perfetta armonia, equilibrato e mai piatto.

Ammettiamolo, la musica strumentale viene spesso guardata con diffidenza, ma in questo caso è doveroso andare oltre, buttarsi e non rimerne delusi. Mica si possono perdere le band forti.

Nadsat – “Crudo”