Regarde – “Perspectives” EP

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Mi trovavo in quei momenti che seguono un concerto, dove si hanno ancora addosso le note e l’adrenalina per quanto appena visto e sentito. E magari sulla maglietta del tuo gruppo preferito che indossi con tanta fierezza ti ritrovi del sudore non tuo perché la musica unisce e non divide e allora viva l’amore. Insomma, è proprio in quei momenti che si parla delle band, di come hanno suonato, se ne scoprono di affini e di altre che non c’entrano nulla, ma non puoi lasciarle al silenzio.

“Ma c’è ancora gente che ascolta emo?” – “Sì, io”.

Ebbene sì, a dire il vero rientra nei miei ascolti più frequenti di questo periodo. Che poi capita di conoscere band dopo mesi, se non anni, dalla loro ultima pubblicazione, ma va bene lo stesso. Meglio tardi che mai, dicono.

In sottofondo i Regarde, in ripetizione da quando ho sentito per la prima volta il loro nome e qualche canzone. I ragazzi di Vicenza suonano qualcosa che a me è piaciuto subito, sono pigro per etichettare il genere musicale di un gruppo. Il loro ultimo lavoro è un EP intitolato Perspectives, uscito a settembre dello scorso anno.

In soli quattro brani sono riusciti ad esprimere molto, dall’arrangiamento all’atmosfera generale che le canzoni hanno creato. I suoni sono dolci e la loro semplicità rende tutto piacevole e l’ascolto va va va che sembra finire troppo in fretta. Una continua rincorsa a quei quattro frammenti, che un po’ ci si prova a fermare le cose, ma mica ci riesci. Ed è un bel gioiellino, davvero.

Poi ci sono i testi, non riesco mai a non farci caso. Si respira quella particolare malinconia, che è anche nostalgia e ti parla e non finisce. Proprio di quel tipo che se la conosci una volta, anche per caso, non ti lascia più e vorrà stare sempre con te, con o senza la tua approvazione. C’è la vita dietro a queste canzoni, le notti e quelle persone che chissà dove sono ora e chissà con chi stanno parlando. Uno ci prova a fare in modo che le cose non cadano, ma quella maledetta gravità rende tutto più difficile.

Sta finendo, volevo dire qualcosa e farne un’altra che non ricordo e a quanto pare ascolto ancora emo. Mica si possono fare miracoli.

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Regarde – “Perspectives” EP

Brian Eno e Palazzo Te

Uno dei grandi problemi di questo bel Paese è che non sempre riesce a valorizzare le immense risorse artistiche e culturali di cui dispone o le offre attraverso approcci “classici”, presentandole antiquate o incapaci di suscitare un vero interesse. Pensare di avvicinare i giovani senza reinventarsi un po’ è un pensiero utopico e sarebbe proprio un peccato lasciare a sé questi inestimabili tesori.

Possiamo ogni tanto gioire perché ci sono ancora iniziative che danno speranza, soprattutto per quelle città che faticano a spiccare, nonostante la loro bellezza. Sì, non resta che ringraziare.

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Mantova diventa ancora una volta teatro di un’opera che in pochissimi altri luoghi si è dimostrata così coinvolgente e originale. La Capitale Italiana della Cultura 2016 ha ospitato a Palazzo Te le installazioni di Brian Eno, musicista e artista di fama mondiale. Per una settimana si ha avuto la possibilità di assistere ad un dialogo tra arte rinascimentale e contemporanea in uno scambio di storia, colori e suoni. La proposta di Francesca Colombo, membro del Comitato Scientifico del Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te, si è rivelata un’occasione unica per vivere un evento così particolare.

Una prima performance ha visto la facciata del Giardino dell’Esedra investita da motivi floreali e colori accesi, creando un forte impatto visivo. Queste proiezioni avvenivano in maniera casuale grazie ad un particolare software ed erano accompagnate da una traccia audio che guidava l’esperienza. L’artista si propone così di esplorare quelle interazioni estetiche con la tecnologia dando vita ad una “musica visuale” leggera e armonica. Nella sua semplicità ha creato un effetto interessante e avvincente.

Contemporaneamente l’ala Fruttiere di Palazzo Te dava spazio a casse e aplificatori dalle quali si ascoltava un suono distinto fuoriuscire da ognuna di esse. Posizionate in angoli diversi della stanza, insieme agli altoparlanti, riproponevano un brano dell’ultimo album dell’artista. Luci e note interagiscono, si scambiano e creano una dimensione onirica, nella quale ci si sposta senza coordinate, se non quelle sensoriali. Senza dubbio si tratta di una sperimentazione riuscita al meglio.

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Nonostante si possa aver assistito alle opere di Brian Eno con una certa diffidenza o scetticismo, è necessario capire l’importanza di questo breve periodo di esposizione. Aprire la struttura ad una performance cotemporanea è decisamente un passo avanti per allontanarsi da quella visione troppo accademica con cui si parla d’arte. Va bene studiarla dai libri per conoscere gli autori, ma vivere l’espressione, toccarla e goderne è alla base della manifestazione artistica, in tutte le sue sfumature.

Brian Eno e Palazzo Te

DIYSCO, una grande famiglia

Mi piace sempre pensare che con poco si possa riuscire a costruire qualcosa che sia di grande aiuto, per tante persone. Quando viene a formarsi una famiglia ci si aiuta vicendevolmente e ciò è fondamentale per la sopravvivenza della stessa. Insomma, ognuno necessita di un sincero e concreto supporto.

Prendiamo ad esempio la musica, in particolare il mondo indipendente. Dover “rivaleggiare” con un mercato sempre più insidioso è già una bella sfida e immaginare che tra gli addetti ai lavori non ci sia coesione e collaborazione decreterebbe la fine di questo ambiente. E noi non vogliamo questo, vero?

Per fortuna non tutto è perduto grazie a quelle idee che riescono a dare speranza e motivano a provarci, a dare sempre il meglio. Forte di un progetto che vanta una crescente partecipazione e un grande seguito, Diego racconta di DIYSCO e di come tutto ha preso forma. Viva viva queste belle cose e i sogni che le hanno concepite.

Com’è nato DIYSCO e che obiettivi si è posto dall’inizio? Un giorno ero in auto e stavo ascoltando la radio. Nella trasmissione si raccontava un po’ com’erano i rapporti tra le band e le case discografiche degli anni Ottanta e Novanta. I musicisti portavano il proprio demo-tape al negozio di dischi o all’etichetta e venivano contattati da chi di dovere nel caso in cui il materiale proposto si fosse rivelato particolarmente interessante. Ora i tempi sono un po’ cambiati e ciò è dovuto a tanti fattori. Credo che in tutta questa digitalizzazione della musica e dei rapporti sia venuta a mancare quella componente umana che prima era più facile ritrovare. Mi sono chiesto se esistesse un modo per far convivere questa dimensione con una piattaforma web. Questo è stato un po’ il ragionamento embrionale di DIYSCO da cui abbiamo iniziato a sviluppare le varie idee. Di fatto non ho inventato l’acqua calda, per un certo periodo MySpace era riuscito a proporre un certo tipo di supporto alla musica. Abbiamo ripreso gli aspetti positivi di alcuni progetti di qualche anno fa e li abbiamo applicati ad una concezione “geo-local“. La differenza e l’innovazione, a parer mio, è in questo e spero che possa essere sfruttato da chi si avvicina a questo mondo.

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Il progetto offre alle band l’opportunità di farsi conoscere e proporre la propria musica. E il bello è che si incontrano generi differenti. Esatto, DIYSCO si è proposto di dare spazio a quei gruppi che credono in ciò che stanno facendo e che investono ogni giorno nei propri sogni. Tra i diversi profili si leggono i nomi di moltissimi musicisti appartenenti alla scena punk hardcore, questo perché è stato una delle sfere musicali che per prima si è fatta avanti e ha iniziato a supportare. Ad esso si affiancano nuovi mondi come quello indie rockmetal ed elettronica. La piattaforma è un punto di ritrovo per tutta la scena musicale underground, in tutte le sue sfumature. Chissà, magari un giorno si potranno ascoltare nuove influenza e contaminazioni nate da questa convivenza e scambio. Per molti può sembrare un pensiero utopico, ma noi vogliamo provarci, nonostante tutto.

Recentemente avete rilasciato una versione aggiornata della piattaforma. Quali sono state le novità inserite? Inizialmente, quando abbiamo deciso di dar vita a tutto ciò, ci siamo rivolti solamente agli artisti. Dopo un anno e mezzo abbiamo notato una grande affluenza al sito decidendo così di migliorarlo. Alcune modifiche apportate riguardano l’aspetto informatico, mentre altre sono più indirizzate verso l’utenza. In questa nuova versione si dà spazio anche a quelle figure che spesso rimangono un po’ dietro le quinte, nonostante il loro prezioso aiuto. Ora si ha la possibilità di trovare profili di etichette, “venues“, fotografi, blogger, videomaker, illustratori e tanto altro. Inoltre abbiamo reso possibile la profilazione anche ai normali utenti, a chiunque volesse seguire i propri gruppi preferiti e scoprirne di nuovi. L’utopia è quella di fornire ad ogni realtà uno strumento per far sentire la propria voce e magari creare una grande famiglia.

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Ci siamo incontrati a maggio, tra i palchi del Venezia Hardcore, un festival in continua crescita e che registra ogni anno una partecipazione sempre più numerosa. DIYSCO è nato per il web, cosa manca in concreto al mondo indipendente? Ho iniziato a suonare e frequentare determinati ambienti dal 2001, è passato un po’ di tempo e ho visto alternarsi diverse fasi. Credo che in questo momento ci sia una forte volontà, una grande fame che dà vita a situazioni sempre più coinvolgenti. Ciò che manca sono gli strumenti, qualcosa con cui far conoscere meglio queste stupende iniziative. Le diverse professionalità della musica hanno bisogno di maggiore supporto, è necessario dar maggiore risonanza a tutto il lavoro che viene svolto nell’organizzazione di una serata o di un festival. Oltre a tutto ciò, è fondamentale creare un maggiore senso di appartenenza alla musica, vivere con più intensità i momenti di condivisione che nascono ogni giorno. Lavorando in una giusta direzione è più facile riuscire ad appassionare le nuove generazioni e invogliarle a partecipare e mettersi in gioco. Come detto prima, posso capire che suoni come utopico, ma forse fino a un certo punto. Il mondo indipendente, in tutte le sue sfumature, non può pensare di ghettizzarsi, di chiudersi in se stesso. C’è bisogno di interazione, di supporto e di capire quanto è importante collaborare e condividere. Sarebbe come far parte di una grande famiglia.

Sì, questo ambiente ha così tanto da raccontare che non si può pensare di lasciarlo a sé, senza sostegno e senza coltivarlo. Diego e i ragazzi hanno proposto uno strumento ottimo per far sentire la voce di questo mondo, ora sta a tutti partecipare. Viva DIYSCO.

DIYSCO, una grande famiglia