Rami – “Il presente di qualcun altro”

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“Ascoltali, secondo me ti piaceranno”.

Era una sera, di quelle in cui si parla di cose che il giorno dopo nemmeno si ricordano più. E lo sforzo per farle emergere non è sempre da poco, specialmente se hai ancora il nero dentro. Specialmente se è domenica e le prospettive che offre un paesino di provincia sono davvero magre.

Insomma, il giorno dopo ho seguito quel consiglio e sì, aveva ragione.

Si chiamano Rami, il loro nome rimane subito. Il presente di qualcun altro racchiude in sé cinque brani che mi hanno un po’ lasciato lì, come lontano dalla noia attorno. Ogni canzone è una piccola scena, raccontata con la stessa semplicità con cui la nostalgia si fa sentire in certi momenti. Tutti hanno qualcuno che ritorna in mente, forse anche a me in queste righe. E finalmente qualcuno che non riesce a sopportare l’estate.

La band propone un suono in grado di far muovere dal primo ascolto, di far chiudere gli occhi e lasciarsi un po’ andare. Sarà anche un banale luogo comune, ma la spontaneità con cui avviene questo abbandono ti fa apprezzare sempre più il gruppo. Poi finisci che ti affezioni, per forza di cose. Lo si avverte dalle prime note, dalle prime vibrazioni delle corde.

A completare il quadro vi sono i testi, con i quali tutto prende una forma più nitida. Le parole raccontano di sé, di lei, delle stanze claustrofobiche, dei divani come campi di battaglia e degli inverni che fanno da promemoria ricordando lo scorrere del tempo, anche per chi vive in controluce. In fondo, si scrive di quel che si può.

Di mattina avevo ancora la notte addosso e tante altre cose che non so se ho rimesso al posto giusto. C’è stato il pranzo dopo, anche quello un po’ disordinato. Si fa quel che si può.

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Rami – “Il presente di qualcun altro”

Venezia Hardcore Fest 2016, piccoli mondi

Il 2016 non l’ho ancora capito. Va bene, siamo solo ad aprile e mica si riesce a prevedere come andranno le cose e l’oroscopo non è molto d’aiuto. Una piccola speranza fa sempre comodo, ma tocca accontentarsi. Non tutto è perduto e un grazie infinito va a chi permette di posticipare i grigi periodi di noia.

Parlando di certezze, quest’anno ci sarà la quarta edizione del Venezia Hardcore Fest e, visto quanto annunciato dai collettivi coinvolti nell’impresa, si prevede un mondo da condividere e vivere fino all’ultima iniziativa. Il tutto si svolgerà al Rivolta di Marghera (VE), una location che consente di ospitare e dare spazio a diverse realtà pronte a esprimersi e farsi conoscere. Insomma, non accade di certo tutti i giorni.

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Gli organizzatori rispondono al nome di TrivelVenezia Hardcore Crew, due garanzie per chi segue la scena e non vuole perdersi nemmeno un concerto. Ci saranno due palchi sui quali si esibiranno ventisette band, italiane e non. Oltre ad ascoltare un bel po’ di buona musica si ha la possibilità di acquistare merch e vinili, di assistere a folli tricks sulle rampe da skate e di ammirare le opere esposte nell’area illustrazioni.

Di eventi come questo si spera che ne nascano sempre più. Si sa, il circuito indipendente necessita di continuo e sincero supporto per continuare a farsi sentire. Il minimo è partecipare a queste proposte, portare la propria passione e mettersi in gioco. Sarà come sentirsi tutti un po’ uniti, sopra e sotto il palco, con le chitarre e con i pennelli.

Magari maggio illuminerà la strada a questo 2016 un po’ ambiguo. E magari troverò anche i dischi che cerco da tempo. In tutto questo non ho ancora capito quale sia il mio ascendente.

Venezia Hardcore Fest 2016, piccoli mondi

L’Orso, una casa che non c’è

Mi hanno sempre detto che, prima o poi, un uomo si troverà alla ricerca del proprio equilibrio, anche solo per vivere meglio ogni giorno. Diventa una sorta di funambolo, anche se un po’ più goffo. Magari riuscirà a costruirci una casa attorno con qualche mattone per goderselo sempre e non abbandonarlo mai. Chissà se tutto questo basta. E ho iniziato a credere in queste verità, forse un po’ rassegnato.

Mattia Barro, per molti conosciuto come L’Orso, è riuscito a confortarmi con le sue parole semplici, di chi ancora cerca l’avventura. Abbiamo parlato della sua ultima fatica, di rap e di quei luoghi che non si raggiungono mai, nonostante gli sforzi. E anche con i chilometri contro si possono percorrere infiniti passi.

Il tuo ultimo album si intitola “Un luogo sicuro“. Com’è nato? Cosa ti a spinto a comporre questi nuovi pezzi? Il tutto si è sviluppato in maniera molto naturale, senza particolari forzature durante la fase compositiva. Avevo qualche ritaglio di tempo da dedicare un po’ più a me stesso ed inevitabilmente ho iniziato a scrivere delle canzoni. Un paio di queste mi piacevano in maniera particolare ed ho deciso di contattare Cosmo, mio compaesano e artista che stimo, proponendogli di sviluppare insieme queste idee. Si trattava di brani diversi dagli altri, avevo inserito alcuni campionamenti, le linee melodiche non avevano molto in comune con quello che avevo approcciato in precedenza. Non avevo mai lavorato con lui e, dato che è immerso nel pop elettronico, ero curioso di vedere cosa ne sarebbe uscito. Avevo deciso di buttarmi, ecco. Fortuna vuole che ci siamo trovato talmente bene in studio che da un pomeriggio siamo finiti a trascorrere un mese assieme, ed è nato il disco. Non me l’aspettavo, è stato bellissimo. I suoni erano voluti, l’idea dell’album all’inizio un po’ meno. Nonostante questo, le due cose si sono trovate. Quando abbiamo iniziato a lavorare ai primi brani siamo rimasti entusiasti ed stato naturale per noi continuare a comporre in quella direzione. Il risultato è “Un luogo sicuro“, terminato in un lasso di tempo abbastanza breve, senza prendere pause ed abbandonandoci a quella creatività che voleva farsi sentire. Il bello della musica è anche questo, quando pensi di avere dei piani lei te li stravolge totalmente. E l’unica cosa che puoi fare è abbracciare tutto questo e continuare.

Parliamo un po’ del titolo. Anche in questo caso la scelta è stata spontanea o avevi in mente un concept particolare quando hai iniziato a scrivere le prime tracce? Una volta finite le strumentali mi sono concentrato sui testi. Mi accorsi che alcune parole, alcuni concetti come quello di “luogo”, di “sicurezza”, di “equilibrio” tornavano spesso. Erano sempre presenti e spontanei. Quando scrivi tanti pezzi in poco tempo capita che seguano la stessa rotta. Inizialmente era presente in un brano, poi a metà stesura decisi di utilizzare questa immagine come guida dell’album. Si era inoltre creato l’ambiente perfetto per portare avanti l’intera produzione poiché in studio sono entrate solo persone che conoscevano la città in cui eravamo. Abbiamo gestito il tutto senza pressioni esterne, senza limiti che ostacolassero lo sfogo creativo. Una volta trovato il nostro piccolo luogo è venuto tutto da sé.

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In cosa ti senti “diverso” rispetto ai tuoi precedenti lavori? Un luogo sicuro” ha conosciuto la mia totale libertà creativa. Insieme a Cosmo avevo deciso di non porre alcun freno alla piega che tutto stava prendendo e questo ha notevolmente influenzato il risultato finale. Abbiamo anche sperimentato differenti generi dal momento che i featuring erano molto vari. E tutto ciò è dovuto alla sicurezza di base che avevamo all’inizio di questa avventura. Quando di fronte hai solo il tuo strumento e la penna riesci ad ascoltare meglio te stesso, a entrare nelle parole. Oltre che con i ragazzi della Garrincha hai collaborato con altri artisti, spesso provenienti da altri ambienti musicali. E questo è sicuramente un valore aggiunto alla tua musica. Esatto, lo credo anche io. Lavorare con Cosmo è già per me un immenso feat, che prende tutti i brani. Un altro aspetto che amo della musica è che puoi farla assieme a tante persone, spesso estranee al tuo mondo. Mi porto dietro questo approccio sin da quando ero ragazzino e in quei momenti ero orientato su altri generi. Le contaminazioni arricchiscono un brano, per forza di cose. Questa filosofia mi ha guidato da sempre e spero che mi aiuti a segnare nuove tappe nel mio percorso musicale. Sarebbe un bellissimo traguardo.

Dal momento che è nato in maniera spontanea, quasi inaspettata, cosa ti aspetti da “Un luogo sicuro“? Con il tempo ho imparato a non avere mai chissà quali aspettative, ad accettare qualsiasi cosa, nel bene e nel male. La delusione sembra sempre amplificata quando le cose non vanno come vorresti. Poi, si sa, la realtà è sempre un po’ infame. Una volta chiuso il disco non penso mai a dove finirà, ma a scrivere dell’altro materiale. Per me suonare è fondamentale, è una costante del mio vivere quotidiano. Ritorno subito allo strumento dopo aver terminato un lavoro. Amo pensare che una volta letto un capitolo ce ne siano mille altri da scoprire. Inoltre sono una persona che vive molto al momento, se intendo collaborare con un artista in particolare cerco di farlo subito. Magari in futuro prenderò strade diverse da quelle che sto percorrendo ora, ma adesso non ci penso molto. Sento il bisogno di suonare, di buttarmi in qualcosa di totalmente nuovo.Ogni volta è un’avventura e non ho mai chiesto altro.

Credi di aver trovato quel luogo di cui parli nei pezzi o ancora manca qualcosa? In queste nuove canzoni c’è un equilibrio, una consapevolezza e una voglia che avevo un po’ perso. Questo posto non si trova mai, purtroppo o per fortuna. Quando pensi di averlo raggiunto si allontana, fa sempre un passo più in là. Ed è proprio questa ricerca ad essere lo stimolo, ad accendere il fuoco che ti fa andare avanti. Chissà, magari un giorno saprò descrivere meglio questo luogo.

Balla con me, balla con me

saremo goffi assieme

Facciamo un piccolo passo indietro, il tuo precedente disco si intitola “Ho messo la sveglia per la rivoluzione“. Quella sveglia ha mai suonato? Alla base di quell’album vi è una forte presa di posizione verso tanti atteggiamenti, gli stessi che hanno avuto tutti nella loro vita. Non ci si voleva più lamentare ed era nata una grande voglia di provare a cambiare le cose, anche se nel piccolo. In questi ultimi mesi credo di aver realizzato di più rispetto al passato e la soddisfazione che mi ha dato è stata altrettanto impareggiabile. Il periodo di imbracciare la chitarra e lanciarsi al caso doveva finire, senza troppa freddezza. Sentivo il bisogno di proporre qualcosa di più “ragionato”, qualcosa che riuscisse a rendermi pienamente soddisfatto. Volevo segnare una nuova tappa e da quel momento ho mosso un primo passo in quella direzione. I nuovi pezzi sono comunque istintivi, ma hanno una componente razionale in partenza che li rende un po’ diversi. Sono cose che maturi con il tempo, con i momenti vissuti sopra e sotto il palco. Quindi sì, ha suonato e quel giorno mi sono svegliato di buon umore.

La mia scrivania è invasa da post-it per non dimenticare nulla, nemmeno le puntate della serie TV che sto seguendo. La sveglia suona ogni mattina, spesso riesco persino ad anticiparla.

L’Orso, una casa che non c’è

Il libro del mese, I

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Mi ero promesso che l’avrei letto, un giorno. Notai quel libro nella sezione “narrativa” di una libreria in centro, la stessa che frequento assiduamente. Lo scaffale su cui era poggiato ospitava numerosi titoli, la maggior parte dei quali non conoscevo. Tra l’imbarazzo della scelta, il tempo pagato al parcheggio che si stava esaurendo e un’insolita pressione del mondo uscii da quel paradiso comprando tutt’altro. Era solo questione di occasioni.

Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista.

Mesi dopo lo acquistai, in un momento inutile di una giornata trascorsa per inerzia al centro commerciale. Che vuoi fare di domenica se non scegliere la prossima lettura? Fu così che mantenni fede alla mia promessa, come un vero uomo.

Si intitolava Lolita, scritto da un certo Vladimir Nabokov. Iniziai a leggerlo con un’attrazione tale che mi avrebbe portato a mangiarlo e scommettere persino sul suo buon gusto. Che volete farci, ognuno ha le sue debolezze.

Le parole di Humbert, la voce narrante delle vicende, avevano quel tono che solo alcuni uomini possono permettersi. Sapevano di esperienze, di dopobarba non improvvisati, dell’Europa e dei viaggi tra le sue capitali, in quei posti dove si beve bene spendendo poco. E ricordavano tante altre cose, che probabilmente non ho ancora conosciuto, o vissuto. Le strade americane diventavano familiari pagina dopo pagina, nonostante io non le abbia mai percorse. Assomiglia a quel tipo di persona che ha sempre qualcosa di interessante da raccontare, nonostante la goffaggine nei gesti.

E poi c’è l’amore, mica poteva andare tutto bene. Quel sentimento è maledetto, è riuscito ad insinuarsi nella penna dello scrittore fino a rendere cieco il suo povero personaggio, senza che lui se ne accorgesse. Anzi, gli piaceva.

Un uomo non è fatto per resistere ad una ninfa, figuriamoci uno come HumbertLolita lo strega, gli ruba il cuore e ci gioca come farebbe una bambina viziata con la sua nuova bambola. Tutti crescono e giochi si abbandonano, no? Ecco, maledetto amore e non se ne parla più.

Dalla libreria è passato alla mensola sopra il mio letto, ogni mattina mia mamma lo sposta per fare le pulizie. E intanto sono ancora contento per essere stato di parola.

 

Il libro del mese, I