Calcutta – “Mainstream”

Calcutta front

Preferirei che ogni tanto tornassero le cose belle, in maniera inaspettata, improvvisa. Quanto basta per spezzare la routine di quei posti che devi vivere, per forza di cose. Sono quelle semplici, fatte di piccoli momenti e luoghi che rimangono dentro, diventano tuoi e non te ne separi più. Come se fosse più di un comune ricordo.

Poi capita che rimani l’unico sveglio nel tuo paesino o non sai che film guardare tra tutti quelli che ti hanno consigliato. E intanto la pizza si raffredda ad ogni attimo di indecisione. Non si riesce mai a fare a meno delle piccole cose.

Tra un piccolo piacere e l’altro, tra qualche treno perso ed il mercato in piazza si fa l’incontro di quelle persone che sanno dipingere questi ambienti rendendoli palpabili. A prestare la voce è stato Calcutta, uscito recentemente con l’album Mainstream. Un titolo che potrebbe confondere, ma basta ascoltare per avere tutto un po’ più chiaro.

All’artista bastano dieci canzoni per dar vita ad immagini chiare, concrete. Si fa tappa in città come MilanoFrosinone e Peschiera del Garda e subito diventano familiari, anche se non sono mai state visitate. Si entra in locali, si viene investiti di un calore rionale mentre le vele delle barche danno un po’ di colore. Queste dimensioni sono raccontate attraverso i gesti, le parole ed un leggero velo di malinconia. Accanto a tutto ciò si affiancano altre storie, accompagnate da una voce piacevole nella sua imperfezione e sonorità semplici e coinvolgenti. Si sentirà parlare spesso di Calcutta, di “Mainstream” e delle sue prossime avventure.

Viaggiare è sempre bello, ti cambia. Ogni giorno, per andare in università, il treno fa fermata a Peschiera del Garda. Ogni giorno mi accorgo che non ci sono mai stato davvero.

 

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Calcutta – “Mainstream”

Claver Gold & Kintsugi – “Melograno”

Melograno

Delle volte è come se fosse sempre autunno. Come se tutto fosse in bilico tra un leggero freddo ed un caldo lontano, pronto a spegnersi in qualche boccata d’aria. E il cemento colora un po’ a modo suo dove manca il verde. Anche le foglie aiutano a mantenere duratura questa stagione con un tocco morbido per qualche piede stanco.

Diventa molto di più che un quadro o un’istantanea rubata al tempo. Diventa come quel genere di sensazione a cui ti devi adeguare, per forza di cose. Come sopportare le ultime carezze di un caldo familiare per prepararsi ad un gelo cieco. L’autunno lo senti dentro, quando questo paesaggio inizia a diventare il tuo piccolo e sicuro rifugio. E in questo panorama grigio si nota il lieve pallore del melograno.

Questa figura interpreta il ruolo di protagonista nella nuova avventura di Claver Gold, affiancato dal duo di produttori conosciuti come Kintsugi. Insieme sfornano un album di diciassette tracce che riesce ad emozionare e ad immergere l’ascoltatore in quelle stanze introspettive dove i versi prendono il posto delle parole dette ai muri e si presta attenzione agli alberi.

Le canzoni che compongono il disco rimandano a luoghi contemporaneamente familiari e lontani. Si alternano storie a momenti di riflessione, deserti a cemento. Melograno ha un sapore letterario, suggestivo grazie ad una scrittura matura e viscerale. Come se ogni pezzo fosse un capitolo di un’opera più grande.

Dal punto di vista tecnico, l’album in questione è stato curato in modo da risultare ottimo sotto tutti gli aspetti. I beat presentano quei suoni classici e caldi e dimostrano una sintonia tra mcproduttore non facile da raggiungere. In questo lavoro si notano pochi featuring, scelti con cura e precisione che rispondono ai nomi di ElDominoMoleAnansi. Nonostante il ritmo appaia pacato traspare un’irrequietezza che fatica a rimanere nascosta. Nel complesso si ha tra le mani un disco molto valido, dal valore non indifferente.

Basta qualche nota ed una voce per scaldarsi, anche nel più rigido inverno. Ad ascoltare i tappeti e la legna nel camino. E il melograno di nuovo non sboccia.

Claver Gold & Kintsugi – “Melograno”

NOFNOG – “At Death’s Door”

NOFNOG_CD-Cover_At-Death's-Door

In maniera innocente si può pensare che il panorama musicale sia formato da quei due o tre personaggi che vediamo in cima a classifiche vertiginose, vivendo di concerti sold-out ed onorando con la propria presenza tutti i vari talent show televisivi. Si tratta quindi di qualcosa che non è solo inerente alla musica, ma inserito in un mercato sempre più impegnato a sfornare prodotti in base alla moda del momento. Ringraziando qualcuno, non avviene sempre così.

C’è ancora che si muove in un mondo meno illuminato, proponendo una valida alternativa a tutto ciò. Da quei luoghi proviene una voce che non si riesce a zittire, dei suoni frutti di una passione incondizionata e libera. Ringraziamoli, sempre.

Tra i nomi che si fanno notare si incontra quello dei NOFNOG, giunti ormai alla loro quarta avventura dal titolo At Death’s Door. In dieci brani i ragazzi svizzeri dimostrano l’amore che li lega a determinati suoni ed ambienti. Il ritmo è incalzante e in qualche piccola pausa si riesce ad avere il tempo necessario per un piccolo respiro prima di ritornare a distorsioni e velocità. Le sonorità sono coinvolgenti e riescono a trascinarti insieme alle loro note, alle loro lotte. Un punk che arriva diretto al punto con un impatto secco, stordente. “We love burning stages now since more than ten years” sono le parole con cui la band si descrive e lasciano presagire live decisamente infuocati.

La musica è fatta anche di quelle piccole cose che superano i soldi e tutto ciò che si costruisce intorno. Le stesse che parlano di noi, che in ogni momento ci ricordano il motivo per cui andiamo sotto ad un palco e ascoltiamo un musicista. E ci muoviamo con lui. Questi ragazzi offrono quotidianamente il loro contributo, anche a coloro i quali si ostinano a dire che il punk è morto. Sembra tutt’altro, pronto a farsi sentire più forte di prima.

NOFNOG – “At Death’s Door”

Sono solo animali

Quando vivi in un paesino di provincia le voci girano con estrema velocità, al punto che si sa tutto in pochissimo tempo. Rispetto ad una grande città gli eventi che accadono non sono mai così degni di nota. Diversi litigi da bar, lei che lascia il suo ragazzo e lui che piange, un nuovo amore nato in discoteca e destinato ad esaurirsi nel tempo di un week-end. Insomma, non si sente nulla di nuovo.

Talvolta capita che questa atmosfera venga travolta da qualche episodio in grado di mettere a repentaglio la routine che si era creata. L’opinione pubblica rimane segregata negli apericena in piazza o tra una briscola e dei racconti da balera. In fondo cosa vuoi pretendere? Mica siamo in città, no?

Ciò che è accaduto questa volta è stato un po’ diverso da solito. Parecchi ambienti si sono indignati, altrettanti altri ne sono rimasti indifferenti. Si è parlato sui social, sui giornali arrivando persino a discuterne in televisione con parte dei diretti interessati.

L’episodio in questione vede come protagonista un macello di Ghedi, in provincia di Brescia, nel quale si trattavano in maniera disumana, e contro la legge, gli animali che sarebbero stati uccisi. A testimonianza di ciò vi sono delle riprese che raccontano come alcune mucche, incapaci di reggersi sulle proprie zampe, venivano trascinate e trasportate tramite l’utilizzo di un muletto. Altre scene mostrano come i dipendenti di tale mattatoio si servivano di forche per “spronare” gli animale a continuare nel loro percorso. Lasciati sull’asfalto sanguinanti, sofferenti e naturalmente impauriti, questi animali sono diventati oggetto di divertimento di alcune persone che, stando alle loro parole, svolgevano semplicemente il proprio lavoro.

I problemi non sono finiti qua. La carne ricavata dal macello, a causa dell’ambiente a cui sono state esposte le mucche, non è risultata pulita. L’Istituto Zooprofilattico di Torino ha rinvenuto cariche batteriche di cinquanta volte superiori a quanto stabilito dalla legge. Inoltre sono state individuate due tipi di salmonella molto pericolose. Sì, parte di questa carne è stata messa in commercio.

In un resoconto mandato in onda su Servizio Pubblico tutto ciò è stato raccontato dalla giornalista Giulia Innocenzi, la quale si è avvalsa di riprese fatte sul campo e di dichiarazioni da parte del sindaco. Tanto sono animali abituati a stare nella merda, si giustifica il buon uomo ricordando che lui è una persona intelligente e che non ti prenderebbe mai in giro. Nella puntata di L’Arena del 29 novembre il sindaco del nostro paesello ha dovuto rispondere a domande inerenti l’argomento dimostrando tutta la sua brillante intelligenza. Come uomo legato alle tradizioni, essendo il proprietario del macello un cognato del primo cittadino, non si è permesso di andare contro la famiglia. Anzi, lo difende come un vero eroe.

Alcuni giorni dopo è stato organizzato un presidio che ha visto la scarsa partecipazione degli abitanti. Quello seguente ne ha contati ancora meno. Strano, eppure pensavo che la voce fosse arrivata a tutti appena si è sentita.

I casi come questo fanno sempre sorgere dubbi spontanei. Ostentiamo una smisurata intelligenza, ma si continua a commettere atti del genere, a giustificarli e a portare avanti una logica di mercato indipendentemente dai rischi e pericoli a cui si è esposti. Tanto siamo tutti nella merda, no?

Sono solo animali