Davide Mana, il fantastico vive ancora

Il mondo dei libri mi ha conquistato sin da quando ero bambino. Amavo, e amo tuttora, l’idea che in quelle pagine prendessero vita interi mondi in cui viaggiare, fare scoperte magiche e conoscere personaggi unici. Era la prospettiva concreta, tangibile, di una via di fuga che ricercavo e, nonostante le diverse letture, solo in particolari generi letterari sono riuscito davvero a trovarmi a mio agio. Come se mi cullassero meglio di altri.

Così è iniziata una ricerca quasi ossessiva che, purtroppo, mi riconduceva sempre ai soliti autori. Quelli di cui adesso si sentono, o si riscoprono, per le serie tv e per altri adattamenti, per intenderci. Volevo qualcosa di più.

Per muovere i primi passi ho deciso di fare alcune domande a chi ne sa molto più di me. E a chi rivolgersi se non a un autore che ha fornito dei veri e propri contributi al fantastico letterario? Davide Mana è quel tipo di scrittore lucido e attento, in grado di analizzare il panorama italiano e internazionale con gli occhi e la penna di chi non si rassegna e intende proporre sempre nuovi mondi.

Abbiamo parlato un po’.

38134333_2133528489994180_2858557690496417792_n

Iniziamo a toccare il nocciolo della questione. Cosa vuol dire scrivere del fantastico in Italia? Quali sono le difficoltà, gli ostacoli che si incontrano quando si propongono generi come l’horror, il fantasy, la fantascienzaNon credo che scrivere fantastico in Italia sia più facile o più difficile rispetto al’estero. In generale, tendiamo a scrivere ciò che ci piace, e ci piace ciò che leggiamo abitualmente, per cui è facile per un appassionato di narrativa di genere mettersi a scrivere narrativa di genere. Il mercato è estremamente ridotto, ma questo non è un problema del fantastico, ma piuttosto dell’editoria in generale: siamo un Paese in cui si legge poco, gli editori hanno pochi soldi da investire, gli autori non possono mantenersi con la scrittura. Esiste poi una certa resistenza a livello culturale, per cui un autore di narrativa fantastica deve venire sdoganato come “altro” per poter aspirare a uno spazio dignitoso. Da qui la fastidiosa abitudine di proporre al pubblico dell’onesta space opera specificando che “è fantascienza ma non solo…”, o il tentativo di vedere come “noir” anche del sano e normalissimo horror. Esistono persone che nel nostro Paese stanno facendo tantissimo per sfondare questa barriera culturale – penso al mio amico Franco Pezzini, che da anni fa opera di divulgazione sulla natura al contempo “alta” e “popolare” del fantastico – ma c’è ancora molta strada da fare.

38118470_10214101834234902_2052246764005621760_n

A cosa è dovuta questa tendenza di “spacciare” certi titoli horror per noir? Sbaglio o si sta assistendo a una riscoperta di questo genere? In generale, si cerca di spacciare quello che viene percepito (da chi? bella domanda) come un prodotto volgare e privo di valore per qualcosa di intellettuale e sofisticato. Etichette come “noir” o “weird” o “pulp” sono meglio, per chi fa marketing, dei rispettivi “poliziesco”, “horror” e “avventura”. La diretta conseguenza è che le etichette perdono significato – nel momento in cui tutto ciò che devo vendere diventa “noir”, il noir quello vero, che segue ben precise regole estetiche e ideologiche, scompare in una massa di qualunque cosa. In questo senso, non c’è una vera riscoperta del noir, o del weird, ma solo un uso a casaccio di una etichetta che “fa figo”. Ho visto Sherlock Holmes descritto come noir, ma anche Lovecraft – da persone che non hanno idea di chi siano David Goodis o Cornel Woolrich. È triste.

Il cinema ha una sorta di responsabilità in tutto ciò? Io non credo. Anzi, considerando l’enorme successo degli ultimi anni del cinema horror (sono horror tutti i maggiori incassi), sembrerebbe una buona idea far leva sul pubblico cinematografico, e rafforzare il legame fra letteratura e cinema. In realta è, io credo, un tentativo per allargare il mercato anche a coloro che l’horror lo rifiutano, ma magari sono appassionati di polizieschi, e sono ormai abituati a sentirli chiamare noir. Nel nostro paese, per fare un esempio, i primi romanzi della serie Nightside, di Simon R. Green – a tutti gli effetti degli urban fantasy con una forte componente orrifica – sono stati messi sul mercato come generici “thriller”.

Cosa manca allora all’Italia rispetto ad altri Paesi dove questi generi sono più affermati? Questo è il genere di domanda rispondendo alla quale si viene odiati. Ok, facciamoci odiare. Io continuo a credere che il bacino di lettori estremamente ristretto inneschi dei meccanismi perversi. Come dicevo sopra, pochi lettori significa pochi soldi, poca volontà di correre rischi (proponendo nuovi autori, italiani o stranieri), poche opportunità di sopravvivenza per chi scrive o traduce. Questo si traduce in un’offerta ristretta e poco diversificata. Un mercato più florido e vitale attirerebbe automaticamente anche altri lettori, e probabilmente l’attenzione della critica. Alla fine, insomma, è questione di soldi.

37992283_10214101834154900_8926029810275188736_n

Secondo te, che responsabilità hanno le case editrici in tutto questo? E i lettori? Continuiamo a fomentare l’odio. Io credo che siano tutti co-responsabili, autori, editori e lettori in egual misura ma in maniera diversa in generale per i motivi che abbiamo visto sopra. Tutti hanno le loro ragioni, e tutti insieme non stanno facendo bene a un mercato che è già di per sé zoppicante. Ma attenzione, non è tutto orribile. Esistono editori che corrono dei rischi, offrendo qualcosa di diverso (per non far nomi, Acheron BooksZona 42, i primi che mi vengono in mente), ed esistono autori che stanno provando a fare qualcosa di diverso (soprattutto nel campo del self-publishing), ed è bello vedere che esiste una fetta del pubblico che apprezza la novità e la varietà. Resta il fatto che ogni volta che un vecchio fan dice “piuttosto che leggere un romanzo nuovo, rileggo Asimov”, il fantastico nel nostro Paese muore un pochino. E al posto di Asimov potrebbe esserci Dick, o Lovecraft o Martin o King o uno qualunque di quella mezza dozzina di autori che sono fondamentali, ed è indispensabile leggere, ma stanno diventando ingombranti. Allo stesso modo, sarebbe bello se la si smettesse di considrare tutti gli autopubblicati come guano. Questo è un pregiudizio dtestabile. Esistono ebook autopubblicati che sono assolutamente esecrabili, è vero, ma non dovrebbero sottrarre attenzione alle cose molto buone che vengono pubblicate da molti autori/editori che sono estremamente professionali.

Come si potrebbe comportare qualcuno che decide di avventurarsi nel mondo letterario del fantastico? Avresti qualche consiglio? Avere un lavoro che gli permetta di pagarsi i conti, e imparare molto bene l’inglese, per provare a pubblicare all’estero. Tenersi aggiornato, leggere tanto e leggere qualunque cosa, e non avere paura delle idee storte, perché sono quelle su cui si costruiscono delle buone storie.

Domanda personale. Quali sono gli scrittori che più ti hanno influenzato? Sono tanti. In prima battuta, Fritz Leiber e Michael Moorcock, Tanith Lee e C. J. Cherryh. E Roger Zelazny. Sono autori che ho letto e che continuo a leggere e rileggere, e che ritengo valga la pena di studiare. Si impara di più dalla letteratura approfondita di un racconto di Leiber o di Zelazny che da un corso di scrittura creativa. Al di fuori del fantastico, certamente Raymond Chandler e John D. MacDonald.

Leggete, leggete ogni giorno.

Davide Mana, il fantastico vive ancora

Ho scritto le mie cose sull’etichetta dei tuoi jeans

Ho scritto le mie cose sull'etichetta dei tuoi jeans - Copertina

Ho iniziato a suonare il basso in prima media e ho provato con tante band diverse. Con alcune ho fatto qualche live, tutti abbastanza vicini a casa. In quel periodo compravo riviste musicali in cui leggevo di tour, di giornate passate in studio a registrare e di palchi con migliaia di persone davanti. Non capivo bene cosa volesse dire, ma volevo far parte di quel mondo. Con un basso in mano ci sarei riuscito, mi dicevo.

Poi ho iniziato con il rap, i primi testi erano malinconici, forse per sentirmi maturo e più grande. Ero alle superiori, il periodo in cui si dovrebbe iniziare a costruire qualcosa e io avevo confuso le materie e le scelte future.

Quando ero bambino leggevo libri d’avventura, quelli in cui il protagonista è un eroe e salva il mondo e fa viaggi lunghissimi in terre mai viste prime. Da piccoli è facile sognare e mi dicevo che anche io dovevo partire, con un cavallo e una spada e poi chissà cosa sarei diventato. Era quello che collegava tutto, che colorava tante pagine.

Dicevo prima, ho suonato in tante band, ma non ho mai inciso un disco. Ho registrato diverse canzoni rap sparse, hanno anche un video, ma non le ho mai raccolte sotto un titolo. Ho perso il conto dei libri che ho letto e ne ho scritto uno. Quest’anno è stato pubblicato e per me è un’emozione che ancora non so descrivere a parole. Forse un giorno troverò il modo.

In quelle pagine ci sono le giornate con lei, quando eravamo in camper, in auto a cantare, in un quartiere parigino un po’ lontano dalla Tour Eiffel. Ci siamo arrivati comunque, nonostante i venditori di Marlboro. C’è tanto là dentro, le canzoni stupide e la mia voglia di scrivere. Si intitola “Ho scritto le mie cose sull’etichetta dei tuoi jeans” così che i miei pensieri siano sempre con lei, sempre addosso, ma mai troppo invadenti.

La copertina è stata realizzata da L’ORA, che è in ogni verso e in ogni parola. Ed è stato pubblicato da HabaneroErga Edizoni, ho visitato pochissimo di Genova, ma sembra una città bellissima. Il libro è acquistabile su AmazonIBSFeltrinelli e Mondadori. Chissà, magari un giorno sarà nelle case di tutti.

La prossima avventura non so quando avverrà, dicono che ogni cosa abbia il suo tempo. Abbiamo scaffali da riempire e una mappa da conoscere.

 

Ho scritto le mie cose sull’etichetta dei tuoi jeans

Le Luci Della Centrale Elettrica – “Terra”

16195347_10154983015061170_182922673703983644_n

Ci sono cose che non hanno bisogno di presentazioni e Le Luci Della Centrale Elettrica sono tra queste. Da pochissimo è uscito il nuovo album e subito è entrato in casa con una leggerezza e libertà tale che mi ha stupito. Sì, è un capolavoro.

Si intitola semplicemente Terra e in dieci canzoni si incontrano posti lontani, mercatini dell’usato, mari caldi e cristallini e muri colorati. Vasco Brondi ha toccato alti livelli di poesia, sia per le immagini che per il modo con cui riesce a fargli prendere forma.

Questo album è un diario di viaggio, segna le tappe di un cammino nel mondo, con le sue montagne e città affollate, gli odori delle spezie e il porpora e il blu che qui sono stranieri. Tutto ciò sembra sconosciuto, esotico e i chilometri che separano da questi luoghi hanno forme ancora più lunghe e spaziali. Che agli occhi di chi non ha vissuto tutto questo è come sentire il racconto delle Città Invisibili.

Le sonorità mantengono l’anima che da sempre ha accompagnato il progetto e in questa ultima fatica si sperimenta un po’. Non mancano melodie, ritmi tribali e ballate folk che rimandano ulteriormente al tema del viaggio e dei luoghi scoperti. Lo sguardo si sposta dall’aria araba a quella bagnata dalla salsedine e la musica riesce a farla respirare. Questi sono solo pochi dei motivi per cui sì, è un capolavoro.

Vorrei dire tanto di più, magari con parole altrettanto forti e belle come quelle delle luci. Che magari un giorno viaggiare sarà così.

Le Luci Della Centrale Elettrica – “Terra”

Le avventure del PizzaBoy – “Il secondo giorno”

pizzaboy - la gnara - vett

Squilla il cellulare.

  • Ue’ cumpa’, come va? Mi è giunta voce che sei stato fortissimo ieri sera, a lavoro. Lo sapevo, sei proprio fatto per questo genere di cose.
  • Che fortuna, eh? Sì, mi sembra sia andata bene.
  • Ti sento anche molto contento e molto più uomo. Ora ti manca solo una bella auto e magari anche un orologio elegante e vedrai che figurone in giro. Alla casa ci penseremo più avanti.
  • Già immagino.
  • Questo è lo spirito adatto. Il turno di stasera sarà una meraviglia.
  • Tocca ancora a me?
  • Eh sì fratello, io mica riesco. Devo accompagnare mio cugino da un amico di un suo amico perché la sorella di questo ha ammaccato la macchina e le serve subito un pezzo. E lo vorrebbe a un prezzo modesto, ovviamente. Lui sì che sa come fare i soldi, sta pensando anche di entrare in politica.
  • Che bello.
  • Hai sempre le parole giuste tu, sei proprio fotunato. Ciao cumpa’, ci vediamo.
  • Ciao.

Totò Magnaccia era buono, forse un po’ troppo invadente e per nulla affidabile. Nonostante i muscoli non saprebbe fare del male a nessuno, nemmeno per sbaglio o con una pistola in mano. Uno così come fa ad avere problemi?

L’insegna de “La Gnara” era già accesa e all’interno si avvertiva una certa agitazione, quella di chi sta preparando qualcosa o vuole farsi bello in vista di un appuntamento importante. I tavolini erano lucidi da potersi specchiare, il frigo delle bibite era a temperatura e qualche fiammella aveva preso vita nel forno che, un amante del fantasy avrebbe giurato essere fabbricato dai nani. Tutto era splendente e pronto a servire il cliente in un’altra entusiasmante, e sicuramente proficua, serata di lavoro.

  • Ciao.
  • Ciao caro.
  • Ah, tu sei quello nuovo. Sei venuto ieri, giusto? Si inizia tra cinque minuti, stammi bene.
  • Ciao.

Dietro al bancone operavano “i ragazzi”, un nome carino per indicare due persone che, a prima vista, sembravano riunire in sé i cliché più trash e svogliati dell’uomo.

Alla cassa c’era una ragazza con una folta chioma bionda e riccia e un paio di labbra giganti, che sembravano i materassini da portare in spiaggia. Fissava la porta e quando entrava un cliente mostrava un sorriso degno di una moglie premurosa, di quelli che si fanno per far sentire desiderata una persona. Il suo attaccamento ai soldi era impareggiabile, quasi quanto la sua naturale incapacità a sostenere una conversazione. I pochi momenti liberi li trascorreva a casa a guardare documentari sulla vita delle lontre. Da grande voleva essere una lontra.

L’incaricato a fare le pizze era un uomo pacato, dai movimenti lenti e dalla parlata somma, come quei saggi orientali che in poche parole spiegano la verità del cosmo. C’era qualcosa in lui che non si capiva bene cosa fosse, se un talento innato per quella posa buffa o un dettaglio maledettamente fastidioso. Era il modo futurista in cui indossava il cappello o la smorfia schifata e un po’ dadaista che assumeva quando qualcuno doveva passargli i friarielli, non si sa.

  • Oh, che sbadata. Non mi sono ancora presentata. Uh, hai sentito che ho fatto la rima?
  • Sì.
  • Bella, no?
  • Baciata.
  • Io sono Tina Calamari e mi occupo di un sacco di cose qua dentro, ma non farmi domande prima di conoscermi meglio.
  • Ok.
  • E tu come ti chiami?
  • Non te lo dico.
  • Tina, il ragazzo è partito con il piede giusto. Si vede che è un tipo sveglio.
  • Tu stai zitto e continua a fare le pizze. Tanto arriveranno tutte in ritardo, come al solito.
  • Chi va piano, va sano e lontano. Chi va forte diventa come i commessi del Foot Locker.
  • Sei sempre il solito.
  • In caso contrario sarebbe un bel guaio.
  • Vado a rimettermi il trucco, non ti sopporto.
  • Vai vai che la strada è lunga e i guai non finiscono mai. Allora, novellino, credo che sia giunto il momento che ti dica chi sono. Mi chiamo Ciccio Pazienza, e tu?
  • Non te lo dico.
  • Come preferisci, vai a prepararti adesso.

Il motorino era pronto, lucidato e con il serbatoio pieno di benzina. Fuori faceva freddo, sarebbe stato un sogno da passare di fronte a un camino.

Si avvicinava l’orario di chiusura e nessuno aveva chiamato per ordinare qualcosa, il telefono non aveva suonato nemmeno per scherzo. Capitava, ogni tanto, che qualche ragazzino camuffasse la voce e ordinasse un felafel con bava di T-Rex. Quelle sono le persone che hanno una vita triste.

La serata passava lenta, come le ruote panoramiche dei luna park.

L’incubo dei lavoratori onesti è la gente che fa capolino quando ormai si pensa a che film guardare di notte. Quando il telefono iniziò a urlare forte, i bravi ragazzi della pizzeria, non sapevano dire se fossero contenti o disperati con il mondo o entrambe le cose. Una possibilità al cliente andava data, nonostante tutto.

Tina rispose facendo bene attenzione a non rovinarsi l’acconciatura e il rossetto ripassato già quattro volte e dieci. Le sue lunghe unghie rendevano tutto più complicato, più macchinoso, ma ormai era esperta in quei gesti. Aveva inoltre l’assurda convinzione che i telefoni rovinassero l’udito e ossidassero gli orecchini e per questo metteva sempre le chiamate in vivavoce. L’udito di una lontra è fine, ricordiamolo.

  • Salve, qui è “La Gnara”. In cosa posso esservi utile?
  • Buonasera, è ancora possibile ordinare?
  • Assolutamente, per i nostri clienti non siamo mai chiusi.
  • Bene bene, un attimo e le dico cosa vorrei. Mi faccia una pizza con cipolla, funghi e gorgonzola. Ci metta anche dell’aglio, tanto aglio. Sa, sono una signora anziana e ho bisogno di pulirmi il sangue. Mi raccomando, fatela bella. La aspetto fra pochi minuti, arrivederci.

La preparazione fu velocissima, al punto che la lancetta lunga dell’orologio fece solo due giri. Le arterie della vecchina sarebbero tornate come quelle che aveva a ventidue anni, lucide e profumate.

Il ragazzo, dopo aver corso come un vero pilota e aver bussato delicatamente alla porta dell’indirizzo, sentì una voce gracchiante provenire dall’interno che si avvicinava con qualche acciacco. Alla porta si presentò una donnetta tutta rughe, con un occhio verde e uno azzurro. I suoi capelli sembravano una massa morbida di quei piumini che rilasciano i pioppi e fanno piangere chi ne è allergico. La bocca custodiva pochissimi denti e tra questi uno era d’oro, brillante come se fosse appena lucidato.

  • Ciao giovanotto, quanto ti devo?
  • Lo scontrino dice sei euro.
  • Tieni e prendi anche questi. Fatti un regalo.
  • Grazie.

Lei sparì strappando con voracità il cartone dalle mani del ragazzo. Gli aveva lasciato qualcosa che nel gergo di chi svolge tale mansione viene indicato con il termine “mancia”. Tornò al quartier generale con il cuore più leggero e aveva un’immensa voglia di raccontarlo ai propri colleghi ed amici.

  • Figliolo, ascolta me, questa sarà la prima di una lunga serie. Parola di Ciccio Pazienza.

A casa il ragazzo mangiò un caffé e lo schermo del pc diceva che il caricamento del primo episodio di Star Wars era già al settantacinque per cento e mezzo. Voleva spegnere la luce quando, vicino all’abat-jour, notò qualcosa che aveva tutta l’aria di essere un foglietto di carta ripiegato un numero di volte abbastanza numeroso. La scrittura era raffinata, opera di una mano delicata e gentile e recitava a bassa voce:

so quanto hai preso di mancia.

Si era quasi dimenticato del gesto di quella nonnina e il messaggio misterioso gli riportò tutto alla mente. Che fare adesso? Chi era il mittente?

Fuori dalla finestra sembrava tutto calmo, gli alberi si muovevano come al loro solito, senza scomporsi troppo e senza infastidire troppo i vicini. Là intorno, da qualche parte, un paio di occhi spiavano quel ragazzo che aveva solo la colpa di fare un lavoro rifiutato da molti prima che la vita, quella vera, gliene avesse concesso uno più interessante.

E magari avrebbe trovato cosa regalarsi con i cinquanta centesimi della vecchietta.

 

Le avventure del PizzaBoy – “Il secondo giorno”

Eretica Edizioni, una casa per tutti

A ventidue anni conosci gli scrittori, per regalo, con tre libri in una scatola che è fatta su misura per te, per i muri e le mensole della stanza.

Ricordo che da bambino volevo raccontare le avventure di una vita di viaggi, di cose che mi sono accorto non esistere in questo mondo. E si cresce, perché bisogna farlo, e ti ritrovi aggrappato a quelle fiabe, a quella magia che non vorresti perdere mai.

Giordano Criscuolo è quella persona che ha creduto nelle parole di ogni giorno fino a costruire una casa di pagine dove vivere e far vivere i viandanti. Questa casa si chiama Eretica Edizioni e lui ne parla come accade per le piccole storie appena fuori dalla porta, appena scesi dal letto e con una chitarra sopra frasi abbozzate. Giordano suona così.

Com’è nata Eretica Edizioni? Dalla mia esigenza di lavorare con l’arte e con gli artisti. Ognuno di noi ha dentro molteplici strade da percorrere e se, per caso o per errore, ne cammina una diversa, avrà come compagni di viaggio solo malinconia e alienazione. A me è successo ma è successo anche che in quei giorni, seguendo e invidiando il percorso di amici miei artisti, ho deciso di mandare tutto in aria per buttarmi in questa fantastica avventura. L’invidia, quella costruttiva che rima con ammirazione, è il vero carburante del nostro divenire. Le lettere sono la mia vita e l’arte mi sfama.

12938245_561385364022090_578034275240932771_n

Eretica si presenta come una casa editrice indipendente. Cosa significa intraprendere questa strada in Italia? Quali sono le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano? In passato, per via del lavoro che svolgevo, questa nazione mi ha fatto soffrire tanto. Contributi, tasse… oggi non ho più voglia di pensare a niente, il Re Soldo non mi interessa e i giullari che gli danzano attorno mi fanno solo tenerezza. Quando incontro artisti che, ancora prima di parlare di arte, mi parlano di soldi, provo sconforto e me ne allontano. Questo nuovo modo di ragionare mi ha portato ad affrontare le difficoltà in maniera diversa e finalmente più ludica: c’è un ostacolo? Vediamo qual è il tasto che me lo fa saltare e arrivare alla fine del gioco.

Come vedi l’editoria e i lettori nel nostro Paese? L’editoria, sia la piccola che la grande, produce troppo e produce male. Di conseguenza i lettori hanno sempre meno voglia di leggere. Però, ed è un grande però, i lettori ci stanno: per riconquistarli basta solo proporre loro qualcosa di bello e di vero. La situazione non è tragica come vogliono farci credere, basta solo essere onesti e inventarsi qualcosa di nuovo.

Hai scritto diversi romanzi, l’ultimo si intitola “Il meraviglioso vinile di Penny Lane“. Dove hai trovato l’ispirazione per raccontare questa storia? Per scrivere storie allucinate e psichedeliche come queste, l’ispirazione la si può trovare esclusivamente nella fantasia e nel desiderio di raccontare qualcosa di vero mascherandolo da sogno. Io scrivo molto poco, ho un perenne blocco dello scrittore, però poi mi basta un pomeriggio per buttare giù lunghe pagine ed essere felice, a rilettura ultimata, di aver saputo dire (a modo mio) quello che volevo dire.

14492545_639240519569907_128550615728332496_n

In questa tua ultima pubblicazione si respira un’aria fiabesca, dalle ambientazioni ai nomi dei personaggi. In alcuni momenti sembri richiamare “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll. Che importanza ha per te quell’opera? Ovviamente le opere di Carroll mi hanno molto influenzato ma, ad essere sincero, mentre scrivevo avevo sempre in testa altri tipi di mondi, quello del Mago di Oz, ad esempio, o quelli più lisergici e surreali di Walt Disney e Tim Burton. In ogni caso è inevitabile che tutto quello che leggiamo ci influenza ed è per questo che in quelle pagine ci sono continui rimandi ad artisti come David Bowie o Fabrizio De Andrè. Anche la loro è letteratura.

Si parla di musica già dal titolo e crei attorno ad essa una dimensione viva. Che ruolo gioca la musica in questo romanzo e, in generale, nella tua vita? La musica ha segnato ogni mio singolo istante di vita e i gruppi, o i movimenti nati attorno a loro, hanno sempre reso i miei anni degni di essere vissuti. Non riesco ad immaginare l’infanzia nei miei primi anni 80 senza Bob Marley, Jovanotti e Vasco Rossi. Artisti che magari oggi non ascolto più ma che comunque hanno colorato i miei giorni. E come dimenticare gli anni 90, gli anni della mia adolescenza, resi immortali ed eterni dai Nirvana e dal Grunge? Quello che ascolto mi emoziona ed inevitabilmente mi influenza. Non è un caso se tutti i miei romanzi, ancora oggi, sono impregnati di Rock, Cantautorato, Metal, Grunge, Punk. Il meraviglioso vinile di Penny Lane è stato scritto ascoltando artisti come Lou Reed e David Bowie. E si… sente.

Hai già scritto una pagina di una nuova storia? Altro che una, ho scritto ben tre pagine. Per uno che ha il blocco dello scrittore come me è una vera vittoria.

Quando cresci capita di vedere tantissime cose e altrettanti posti che prima potevi guardare e scoprire solo da un atlante. A ventidue anni, forse, non sei pronto per conoscere uno scrittore.

Eretica Edizioni, una casa per tutti

Le avventure del PizzaBoy – “L’inizio”

pizzaboy-casco

C’era una volta, in un paese caldo d’estate e freddo d’inverno, un ragazzo annoiato che aveva interessi in altri mondi, in terre lontane di pirati, maghi e altre cose conosciute solo a lui. Studiava solo quando un esame era prossimo e capitava di dover pagare un treno sporco e maleodorante per arrivare in università. E anche per qualche numero di Dylan Dog, scoperto a venti anni.

Le cose non vanno sempre come ci si aspetta.

Una sera, mentre un sito era impegnato nel caricamento di un film horror, squillò il telefono e quando riuscì a rispondere, impiegò poco tempo a riconoscere la voce del suo amico Totò Magnaccia.

  • Ehi ciao, come va?
  • Al quaranta percento, e a te?
  • Benissimo, ho appena finito di fare gli addominali e mi sento fresco fresco. Dopo una cena al Burger King ci vuole un po’ di esercizio. Ascolta, amico mio, avrei una cosa da proporti.
  • Niente palestra, ogni tanto mi esce una spalla e non amo stare sudato.
  • Sei sempre la solita femminuccia, eh? Ho qualcosa di più bello tra le mani, addirittura potrai portare a casa qualche soldino.
  • Addirittura.
  • E poi, pensa un po’, guadagnerai tanto facendo il minimo sforzo.
  • Come le lavatrici?
  • Esatto, come le lavatrici. Allora, ci stai?
  • Oltre a prendere un sacco di soldi che dovrei fare?
  • Questo è lo spirito. Da domani sarai un uomo nuovo e senza dover cambiare il guardaroba. Ci troviamo dopo cena in piazza, inizi subito.
  • Pulirò le panchine?
  • Niente affatto, ti porterò in un posto nuovo.
  • Cuba?
  • La Gnara.

Puntuale come qualsiasi aggeggio svizzero, il giorno seguente si presentò in piazza, sperando che il suo amico palestrato fosse di altrettanto buon senso. Nonostante la bella giornata e tantissimi bambini che mangiavano gelato, si avvertiva nell’aria una certa elettricità, come a preannunciare qualcosa di grosso e imminente.

Dopo misure di tempo che non si sanno bene, dalla stradina che costeggiava la pasticceria spuntò la canottiera da giostraio di Totò, il quale non riuscì a trattenere un sorriso enorme, bianco come lo zucchero raffinato. Gli piaceva curarsi, ad eccezione dei peli sul petto che lasciava crescere con un certo orgoglio.

  • Ecco qui il mio uomo. Allora, sei pronto per l’avventura?
  • No.
  • Ti vedo bene, farai un figurone.

Il posto da raggiungere, lo stesso che prometteva fama e soldi e tante tante donne in paradiso, si trovava a pochi metri da loro, nella via accanto. Il buon Magnaccia voleva solo sfoggiare la sua nuova auto appena pulita, con i cerchi in lega pagati pochissimo da un meccanico napoletano.

Arrivarono impiegandoci qualche secondo, giusto il tempo di ascoltare le prime note di una canzone neomelodica. Appena scesero, furono investiti da una luce verde e viola che dava un tocco di magia al piccolo edificio. L’insegna sembrava fluttuare nei suoi pensieri, persa chissà dove.

  • Amico mio, ci siamo.
  • Dove?
  • Questa è “La Gnara”, la migliore pizzeria del paese. Lavora moltissimo ed è equipaggiata con i migliori mezzi sul mercato. Sono proprio una scheggia, fidati di uno che i motori li conosce bene. Ammettilo, sei eccitato?
  • No.
  • Non fare il timido, che oggi è un grande giorno per te. Entriamo, ti presento il boss.

Un profumo di pomodoro, mozzarella fresca fresca, carciofini e scamorza affumicata del Vesuvio si presentò non appena varcarono la soglia della pizzeria. Dietro al bancone vi erano dei ragazzi impegnati a stendere delle palline di pasta e farcirle in base a biglietti gialli e arancio che leggevano scrupolosamente, prima di informare il tutto con una robusta pala blu.

  • Loro sono “i Ragazzi”, avrai modo di conoscerli. Per di qua, il boss è nel suo ufficio.

Superarono uno sportello in legno che somigliava ad un ponte levatoio in miniatura e, dopo aver superato diverse leccornie, raggiunsero una porta nera. Sopra essa era disegnata una croce e appena sotto si leggeva la scritta “Uficcio”. A prima vista, quell’insieme un po’ tetro, sembrava essere realizzato con il sangue, ma nessuno ebbe mai il coraggio di indagare oltre.

Totò bussò delicatamente e dopo aver fatto pressione sulla maniglia per entrare, i due furono costretti a respirare un serpente fumoso che sfruttò l’occasione per sgattaiolare da quella stanza. Dentro era come l’inferno, l’aria pesante di profumo scadente e Marlboro.

  • Entrate, entrate. Qui c’è posto per tutti.
  • Salve capo, come andiamo? Vi vedo in splendida forma, la camicia risalta i vostri muscoli.
  • Totò, vieni al dunque.
  • Certamente, vi spiego tutto. Vi ricordate del ragazzo che doveva venire a provare in questi giorni? Ebbene, è proprio qui accanto a me, pronto a servirvi.
  • Ciao, ragazzo.
  • Ciao.
  • Io sono il capo qui dentro, ti dirò il mio nome una volta che sarai assunto. Quanti anni hai?
  • Venti, compiuti ieri.
  • Studi?
  • Più o meno, capita soprattutto di domenica.
  • Bene, prendi un casco e un motorino e inizia proprio con quella consegna, là sopra il ripiano.
  • Ok.

Sui cartoni di pizza che contenevano pizza vi era l’indirizzo dell’affamato a cui doveva arrivare la cena. Non aveva la più pallida idea di dove si trovasse quella via, ma mica poteva farsi vedere in difficoltà al primo compito affidatogli. Si avviò non conoscendo la destinazione, ma spinto dal dovere e da una responsabilità più grande di lui.

Quando giunse a destinazione, capì la definizione di “scettico” e si sentì spaesato e indifeso. Chi dice che gli uomini sono forti, non ha capito nulla.

La casa era scura, circondata da alberi alti e spogli che nascondevano parte della facciata, conferendone un aspetto macabro e misterioso. Un cartello affisso ad un cancelletto aperto diceva di stare attenti al cane, ma di quell’animale non si sentiva nemmeno il più lontano respiro. Doveva essere molto stanco oppure era un lupo mannaro o era stato rapito dagli alieni.

Percorse il vialetto e si avvicinò ad un pulsante che aveva tutte le carte in regola per essere il campanello. Appena sopra questo era inciso il nome ormai illeggibile del proprietario che, visto lo stile e l’opera dell’artigiano, si trattava quasi sicuramente di una persona importante. Bastava premere quell’interruttore, non era poi così difficile e non poteva stare in giro troppo a lungo.

Si decise e quando pigiò il dito su quel bottone antico e brutto fu circondato da un silenzio sordo per esattamente quattro secondi. All’improvviso scoppiò nella sua testa un rumore di esplosioni di miniere e dinamite, di meteoriti, di mini ciccioli a ricreazione, urla, sbadigli sonori e altri stranissimi versi a cui non sapeva dare un nome. Insieme a questi si affacciarono immagini confuse di lenzuola nere con sopra disegni contorti, lunghe file di uomini che si toccavano fino a formare un unico individuo e fiamme fiamme fiamme. Questo vortice di cose, che al ragazzo sembrò durare interi eoni, lo stordì al punto che svenne dolce, abbandonato.

Al suo risveglio passarono alcuni minuti prima di realizzare l’accaduto e di accorgersi che le pizze da consegnare erano sparite. Quel preciso momento e quella situazione surreale avevano l’aspetto e il sapore della domenica mattina, di quando manca l’acqua in frigo e l’aspirapolvere canta stonato.

“Bene, sono fottuto. Domani devo ricordarmi di mandare il curriculum all’agenzia investigativa in città”.

Arrivò al quartier generale, parcheggiò il motorino, si tolse il casco, ma non ebbe ancora formulato una scusa buona per giustificare la sua grama performance. Per un attimo fu certo di essere stato usato come cavia di un esperimento dei rettiliani, le vicende non trovavano altra spiegazione plausibile. Il capo lo aspettava dentro, aveva appena finito di mangiare una pizza alta sette dita e aveva già una sigaretta pronta da aspirare in poche boccate.

  • Hai fatto presto, sei assunto.
  • Ah, grazie.
  • Pensa un po’, hai quasi battuto il record della consegna più veloce, ti mancava davvero poco. Ci vediamo domani.
  • A domani.
  • Aspetta, ora puoi sapere il mio nome. Io sono Giovanni Capofino, tuo padrone e devi darmi del voi.
  • Ok.

Totò aveva trascorso la serata in pizzeria, intrattenendo i clienti con storie di palestre e pesistica, in cui giocava il ruolo di eroe esperto. Era un personaggio, il buon Magnaccia.

  • Bravo bravissimo, ero sicuro che ce l’avresti fatta.
  • Ti voglio bene, Totò.

Cosa fosse accaduto ancora non lo sapeva e nemmeno la calda accoglienza del letto lo aiutò a trovare risposta ai suoi numerosi quesiti. I fatti non si collegavano, distinguere la fantasia dal reale era praticamente impossibile. Sarà stata la fuga di un gas tossico ad alterare le sue percezioni, sicuramente. Oppure la luna che ha cambiato colore o un mago che gli ha fatto un incantesimo perché aveva fame.

Di una cosa era certo, da qualche parte, in fondo in fondo, sentiva di essere diverso. L’esperienza aveva lasciato come un messaggio in lui, una voce lontana che parlava lenta e distorta, ma non capiva cosa stesse dicendo. Si addormentò con la stessa delicatezza con cui perse i sensi una o due ore prima e i suoi occhi proiettarono visioni di candele e fumi strani. Respirava a onde, come su una barca.

Non era stato pagato.

Le avventure del PizzaBoy – “L’inizio”

Il libro del mese, IV

cover

Ero al primo o al secondo anno delle superiori e decisi di comprare con i miei amici delle pistole giocattolo, quelle che sparano pallini gialli e non fanno troppo male. Avremmo fatto due squadre e la battaglia si sarebbe tenuta di notte in un parco, stando bene attenti a non fare troppo rumore. Tutto sommato eravamo anche abbastanza educati.

Ancora oggi non so il motivo di tale proposta, forse era un modo un po’ innocente per ritornare bambini, quando si giocava a fare la guerra senza realmente sapere di cosa si stesse parlando. E come tante belle idee venne dimenticata e piano piano sfumò insieme all’entusiasmo iniziale. Stavamo diventando pigri e la cosa cominciava già a spaventare.

Ai tempo ancora non lo conoscevo, ma credo che sarebbe stato bello vivere almeno un quarto dell’avventura di Lebrac e dei suoi fidi compagni d’arme. Magari con meno botte o sassate, ma il concetto è più o meno quello. Cosa avrei detto ai miei genitori se fossi tornato a casa in mutande?

Louis Pergaud racconta in La guerra dei bottoni le imprese della giovane armata di Longeverne in conflitto con i fanciulli di Velrans. Le due fazioni non si risparmiano insulti, scherzi diabolici e sabotaggi perfidi. Le giornate trascorrono tra i banchi di scuola e le lezioni del severo Papa Simon, tra i piani per il prossimo attacco e le sculacciate dei genitori. E i tesori mica sono forzieri colmi d’oro, ma dei semplici bottoni, bretelli ed altri indumenti presi come trofeo dai prigionieri di ogni lotta. Si viene così umiliati sul campo di battaglia e tra le mura di casa. Chi ha detto che la guerra è una passeggiata?

L’autore scrive con uno stile semplice, con quell’ironia che fa amare i personaggi di cui si legge. I dialoghi rispecchiano l’innoqua innocenza tipica dell’età dei protagonisti, i quali parlano con il fervore di chi certe cose le ha vissute realmente. Anche l’amore fa capolino, in quei gesti timidi e romantici che solo un bambino può compiere, quando si emoziona e diventa rosso rosso dallo sforzo. Le gesta di Lebrac e compagni ricordano le armi che si compravano al mercato e le storie che prendevano vita insieme ai vicini di casa, per colorare un po’ i pomeriggi. Si era meno impacciati.

Avrei tanto voluto fingere quella sparatoria nel parco, soccorrere qualche caduto e magari diventare anche l’eroe di turno. Tutti hanno bisogno di un eroe. Chissà cosa ho comprato al posto di quella pistola.

Il libro del mese, IV