Storm{o} – “Ere”

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Dicono sempre che il secondo disco sia difficile e che spesso riesca persino a fare la differenza nel percorso di un musicista. Quando vieni apprezzato grazie al primo lavoro e ai moltissimi live, si crea attorno a te una certa aspettativa che non vede l’ora di ascoltare il passo successivo. E capisco se possa manifestarsi una certa ansia.

Di fatto, il secondo disco è difficile.

Tornano gli Storm{o}, band che quattro anni fa si è affermata nella scena italiana grazie al disco intitolato Sospesi nel vuoto bruceremo in un attimo e il cerchio sarà chiuso. Il nome ha riscosso un grande successo anche all’estero, in numerosi ambienti e festival. Finalmente si ascolta e si parla della loro nuova fatica, Ere.

Il tempo passato dal disco precedente non ha smussato il tiro a cui ci hanno viziati. Ritmi caotici, vorticosi e velocità spinte oltre il limite sono i tratti che distinguono la loro sonorità e caratterizzano queste tredici tracce. Al lato ruvido si accosta questa volta un’atmosfera particolare, più melodica in certi tratti, che rende il tutto ancora più malinconico e nostalgico.

L’album è straziante e la voce urla la sua solitudine e i suoi pensieri al vento, come un ultimo grido, un’ultima speranza di essere ascoltati. Parla a se stessa, mentre cade e chissà se tornerà mai a galla da quel nero avvolgente. La voce sembra provenire da ere lontane, da un passato che è rimasto addosso e trascina sempre più giù.

Gli anni di attesa sono valsi la pena. Dopo il primo ascolto questo disco è già capolavoro.

Storm{o} – “Ere”

Crtvtr – “Streamo”

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Raccontarsi non è da tutti e delle volte fa male cercare quelle parole che finiscono per metterti a nudo, scoprirti dei tuoi piccoli scudi. A un certo punto si sente un bisogno fortissimo di uscirne, di una boccata d’aria per liberare la gola e i polmoni. Qualcuno ci prova e lo si vede come un eroe, a volte. Chiedi cosa vuol dire indossare il mantello.

A Genova si naviga e si fa musica, come i CRTVTR che hanno sempre una canzone in tasca. Il nome è sicuramente conosciuto a coloro che frequentano un certo tipo di scena. Il loro post-hardcore è dolce e malinconico, con esplosioni emotive devastanti e nell’ultimo album intitolato Streamo tutto ciò prende forma ancora più concreta.

Il sound è reso ancora più originale dalla presenza di due bassi nella line-up, conferendo così una certa particolarità che i ragazzi riescono a sfruttare pienamente. Gli arrangiamenti sono in grado di dipingere sentimenti ed emozioni, come se potessimo toccarli. Le melodie creano un’atmosfera di ricordi, quelli che quando affiorano spaccano il mondo e le giornate. Ci sono desideri suonati con dolcezza e pensieri urlati con la forza che rimane dopo mille battaglie, dopo altrettante sconfitte e cose da dire. Si rimane travolti da questo flusso di parole e note ed ognuna di queste ha con sé un frammento di qualcosa confonde la propria forma.

I testi confessano le paure e le frasi non dette che adesso si perdono mentre cercano di arrivare a qualcuno, mentre la voce cerca quel viso e quelle mani. Rimane sospesa e si sposa perfettamente con la componente strumentale, si completano a vicenda. Si ha di fronte un disco completo, suonato e vissuto in ogni sua piccola parte, in ogni verso e accordo.

Queste cose fanno bene e siamo tutti po’ nostalgici, abbiamo tutti bisogno di sentirci al caldo ogni tanto. E le canzoni aiutano e rimangono sulla pelle.

Crtvtr – “Streamo”

Shizune – “Cheat death, live dead!”

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Quando la band che ascolti e segui pubblica il disco nuovo ci si ferma e il mondo non esiste più per qualche tempo. Non si parla di secoli, ma quei momenti necessari a isolarsi un po’ per fare in modo che i rumori di fuori non rovinino l’aria. La sorpresa, anche questa volta, è stata immensa.

Gli Shizune, nome rinomato nel genere post- hardcore/screamo, sfornano dieci canzoni raccolte sotto il titolo Cheat death, live dead! e suonano con una bellezza devastante, la stessa che si conosce al primo ascolto.

Partiamo dalle sonorità, taglienti e dirette. Affianco a ciò si avverte anche una carezza dolce, un abbraccio che solleva tutto di almeno due spanne da terra. L’atmosfera che si crea è di una malinconia straziante, che rimane dentro come un ricordo. Ci sono le storie e i momenti passati insieme che si fermano sulla pelle, sulla voce. Cantano con l’anima e il diaframma prende vuoto.

Arriviamo ai testi, aspetto che mi sta particolarmente a cuore. Si alterna inglese e italiano e con entrambe le lingue trovano le parole che copiscono, che riescono a parlare di sé senza veli. Si legano perfettamente ai suoni, completando così una cornice varia, che non annoia. La nostalgia ritorna nelle immagini, nelle prese di fiato e persino nelle virgole tra una parole e l’altra. Testi magici, non trovo altro modo per descriverlo.

Questo disco è uno di quelli che doveva per forza uscire, che non fermerei mai una volta iniziata la prima canzone.

Aspetto già il prossimo.

Shizune – “Cheat death, live dead!”

Gli Altri – “Prati, Ombre, Monoliti”

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Una volta, quando ero un bambino con tante cose in testa, decisi di costruire una casa sull’albero che vedevo fuori dalla finestra di camera mia. Volevo farne una come quella di un film appena visto e decisi di provarci data la semplicità dell’idea. I rami erano però troppo sottili e sembravo già pesante io, come poteva reggere un letto, un armadio, un tetto, un abat-jour e un tavolino per fare i compiti? Quell’albero ha continuato a crescere, a vestirsi e spogliarsi e io mi sono trasferito.

Di recente ho sentito quel desiderio parlare di nuovo, sottovoce.

A Savono si suona forte e Gli Altri sfornano un disco di rara bellezza, completo sotto ogni punto di vista. Si avverte subito quanto i ragazzi abbiano lavorato per raggiungere questo risultato, a partire dall’arrangiamento e arrivando alla componente lirica. Il titolo della loro ultima fatica è Prati, Ombre, Monoliti e la dimensione che crea sembra riprendere un paesaggio armonico all’apparenza e di malinconia quando lo si conosce meglio.

La prima canzone è”Prati” e si apre a uno spazio appena conquistato, da condividere con una persona che è sempre lì, quando dormi e quando aspetti il bus. Quello doveva essere un piccolo rifugio da cui iniziare e si è fatto scuro per le ombre che sporcano  l’erba, le paure che alimentano queste figure lunghe e quelle emozioni che non finiscono, che rimangono con la loro forma immensa quasi a voler essere da monito per chi abbia intenzione di avvicinarsi a quel piccolo Eden. Non puoi far nascere un mondo, figurati abitarlo da solo con questi sassi che non ti fanno camminare a piedi nudi quando oggi c’è il sole e ieri ha piovuto, quando non ci sono muri con cui parlare o l’aria passa troppo veloce e non puoi sentirti sollevato.

I brani viaggiano su melodie lontane e ritmi che somigliano alle onde del mare che ti vogliono portare su un’isola fuori dalla mappa. Lui ha chiara la meta, ci vuole pazienza. I testi parlano con la nostalgia in gola, il suo viso in mente e le sue mani come acri da mettere una tenda e raccontarsi storie. In quel prato c’era questo.

Adesso abito in una casa nuova e nel giardino c’è un albero. Il balcone affaccia su di lui, ma alcuni uccelli mi hanno già rubato il posto. Anche le scarpe sono cresciute, me ne sono accorto ora.

Gli Altri – “Prati, Ombre, Monoliti”

Punk Rock Holiday 1.6, creste e cose punk

Era una mattina un po’ diversa dalle altre, forse per il caldo clemente o per non aver bevuto il mio solito caffé. La sveglia ha suonato presto, giusto il tempo di indossare qualcosa e via a prendere il treno che da Brescia mi avrebbe portato a Verona. Dopo aver incontrato i miei compagni di viaggio ci siamo diretti alla volta di Tolmin, graziosa città slovena avvolta dalle montagne.

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Esattamente in quel piccolo angolo di paradiso si sarebbe svolto il tanto atteso Punk Rock Holiday, un festival che sta vedendo sempre più partecipanti provenienti da tutto il mondo. Ad ogni edizione offre uno show unico, con band storiche e di fama mondiale che per cinque giorni si alternano su due diversi palchi all’interno dell’area. Durante il pomeriggio i musicisti si esibiscono al Beach Stage, le cui rive sono bagnate dai fiumi TolminkaSoca. Al calare del sole si accendono le luci del Main Stage e via che partono chitarre, braccia al cielo, circle pit vorticosi e delle volte anche qualche birretta. E per gli amanti dello stage diving c’è la libertà di lanciarsi su una folla di cui ci si può fidare ciecamente.

Il festival ospita inoltre una realtà culturale d.i.y. non indifferente, dando spazio a diversi banchetti di cose autoprodotte, a rampe si skate, a cibi per tutti i palati e alle etichette più gettonate. Qualche distro in più avrebbe decisamente fatto del bene all’animo dei collezionisti, un po’ meno ai loro portafogli. Mica si può avere tutto dalla vita, no?

Parlando di line-up, quest’anno è stata varia e coinvolgente. Le band hanno saputo intrattenere un pubblico caldo e pronto a cantare tutte le canzoni proposte. Lagwagon Sick Of It All hanno avuto il compito di inaugurare il fest e sono riusciti ad offire un assaggio del livello che si incontrerà nelle serate successive. Sul palco principale di passano il testimone gli italiani Edward In Venice, i tecnicissimi A Wilhelm Scream, i sempre giovani Nofx, fino a band come Iron ReaganDeez NutsAuthority ZeroMuncie GirlsAgnostic FrontTotal Chaos No Fun At All. In mezzo a tanti suoni più o meno giovani hanno suonato gruppi storici come FlagDescendents, dimostrandosi sempre attuali nonostante qualche capello bianco. Il punk è anche questo, ricordiamocelo.

Il tiro è stato alto anche al Beach Stage, consigliatissimo per gli amanti dell’hardcore melodico. Notevoli i live di Ants!The Human ProjectFat RandallSuch Gold, capaci di accendere il pubblico come pochi. Non sono mancati nomi italiani come X-State Ride Thanx 4 All The Shoes, entrambi delle bellissime e piacevoli scoperte. E poi si sa, ormai gli Slander sono una garanzia e una realtà affermata che non ha bisogno di presentazioni. Sono sicuro che chi era presente un po’ vorrebbe rivedere quella caciara che solo i veneziani sanno dar vita.

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Ammetto che moltissimi musicisti non li conoscevo e questa avventura mi ha fatto scoprire realtà che non hanno tardato a finire nella playlist della mia auto. Tutto questo è merito della mia compagnia di viaggio, di Laura e Francesco di Frammenti Di Un Cuore Esploso, di Luca dei LaDeriva, di Elvira e Fra di Sonatine Produzioni e del mio “coinquilino per sei giorni” Davide. E le nuove conoscenze sono state infinite, chi da Torino, da Verona, da Roma o da Napoli come Alessandro e Laura, entrambi di Cattivi Guagliuni. Bisogna scriverlo forte ovunque, il punk è anche questo.

Delle gironate così non capitano ogni week-end, purtroppo. E credo che tutti avrebbero voluto trascorrere un’altra settimana di festa, di nuove amicizie, di musica e tanto divertimento. Succede che si ritorna e ci sono le responsabilità e il lavoro, le solite facce e quella maledetta routine che non si decide mai a cambiare. E ci sarebbe anche un esame da preparare, lo dice il calendario.

Punk Rock Holiday 1.6, creste e cose punk

DIYSCO, una grande famiglia

Mi piace sempre pensare che con poco si possa riuscire a costruire qualcosa che sia di grande aiuto, per tante persone. Quando viene a formarsi una famiglia ci si aiuta vicendevolmente e ciò è fondamentale per la sopravvivenza della stessa. Insomma, ognuno necessita di un sincero e concreto supporto.

Prendiamo ad esempio la musica, in particolare il mondo indipendente. Dover “rivaleggiare” con un mercato sempre più insidioso è già una bella sfida e immaginare che tra gli addetti ai lavori non ci sia coesione e collaborazione decreterebbe la fine di questo ambiente. E noi non vogliamo questo, vero?

Per fortuna non tutto è perduto grazie a quelle idee che riescono a dare speranza e motivano a provarci, a dare sempre il meglio. Forte di un progetto che vanta una crescente partecipazione e un grande seguito, Diego racconta di DIYSCO e di come tutto ha preso forma. Viva viva queste belle cose e i sogni che le hanno concepite.

Com’è nato DIYSCO e che obiettivi si è posto dall’inizio? Un giorno ero in auto e stavo ascoltando la radio. Nella trasmissione si raccontava un po’ com’erano i rapporti tra le band e le case discografiche degli anni Ottanta e Novanta. I musicisti portavano il proprio demo-tape al negozio di dischi o all’etichetta e venivano contattati da chi di dovere nel caso in cui il materiale proposto si fosse rivelato particolarmente interessante. Ora i tempi sono un po’ cambiati e ciò è dovuto a tanti fattori. Credo che in tutta questa digitalizzazione della musica e dei rapporti sia venuta a mancare quella componente umana che prima era più facile ritrovare. Mi sono chiesto se esistesse un modo per far convivere questa dimensione con una piattaforma web. Questo è stato un po’ il ragionamento embrionale di DIYSCO da cui abbiamo iniziato a sviluppare le varie idee. Di fatto non ho inventato l’acqua calda, per un certo periodo MySpace era riuscito a proporre un certo tipo di supporto alla musica. Abbiamo ripreso gli aspetti positivi di alcuni progetti di qualche anno fa e li abbiamo applicati ad una concezione “geo-local“. La differenza e l’innovazione, a parer mio, è in questo e spero che possa essere sfruttato da chi si avvicina a questo mondo.

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Il progetto offre alle band l’opportunità di farsi conoscere e proporre la propria musica. E il bello è che si incontrano generi differenti. Esatto, DIYSCO si è proposto di dare spazio a quei gruppi che credono in ciò che stanno facendo e che investono ogni giorno nei propri sogni. Tra i diversi profili si leggono i nomi di moltissimi musicisti appartenenti alla scena punk hardcore, questo perché è stato una delle sfere musicali che per prima si è fatta avanti e ha iniziato a supportare. Ad esso si affiancano nuovi mondi come quello indie rockmetal ed elettronica. La piattaforma è un punto di ritrovo per tutta la scena musicale underground, in tutte le sue sfumature. Chissà, magari un giorno si potranno ascoltare nuove influenza e contaminazioni nate da questa convivenza e scambio. Per molti può sembrare un pensiero utopico, ma noi vogliamo provarci, nonostante tutto.

Recentemente avete rilasciato una versione aggiornata della piattaforma. Quali sono state le novità inserite? Inizialmente, quando abbiamo deciso di dar vita a tutto ciò, ci siamo rivolti solamente agli artisti. Dopo un anno e mezzo abbiamo notato una grande affluenza al sito decidendo così di migliorarlo. Alcune modifiche apportate riguardano l’aspetto informatico, mentre altre sono più indirizzate verso l’utenza. In questa nuova versione si dà spazio anche a quelle figure che spesso rimangono un po’ dietro le quinte, nonostante il loro prezioso aiuto. Ora si ha la possibilità di trovare profili di etichette, “venues“, fotografi, blogger, videomaker, illustratori e tanto altro. Inoltre abbiamo reso possibile la profilazione anche ai normali utenti, a chiunque volesse seguire i propri gruppi preferiti e scoprirne di nuovi. L’utopia è quella di fornire ad ogni realtà uno strumento per far sentire la propria voce e magari creare una grande famiglia.

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Ci siamo incontrati a maggio, tra i palchi del Venezia Hardcore, un festival in continua crescita e che registra ogni anno una partecipazione sempre più numerosa. DIYSCO è nato per il web, cosa manca in concreto al mondo indipendente? Ho iniziato a suonare e frequentare determinati ambienti dal 2001, è passato un po’ di tempo e ho visto alternarsi diverse fasi. Credo che in questo momento ci sia una forte volontà, una grande fame che dà vita a situazioni sempre più coinvolgenti. Ciò che manca sono gli strumenti, qualcosa con cui far conoscere meglio queste stupende iniziative. Le diverse professionalità della musica hanno bisogno di maggiore supporto, è necessario dar maggiore risonanza a tutto il lavoro che viene svolto nell’organizzazione di una serata o di un festival. Oltre a tutto ciò, è fondamentale creare un maggiore senso di appartenenza alla musica, vivere con più intensità i momenti di condivisione che nascono ogni giorno. Lavorando in una giusta direzione è più facile riuscire ad appassionare le nuove generazioni e invogliarle a partecipare e mettersi in gioco. Come detto prima, posso capire che suoni come utopico, ma forse fino a un certo punto. Il mondo indipendente, in tutte le sue sfumature, non può pensare di ghettizzarsi, di chiudersi in se stesso. C’è bisogno di interazione, di supporto e di capire quanto è importante collaborare e condividere. Sarebbe come far parte di una grande famiglia.

Sì, questo ambiente ha così tanto da raccontare che non si può pensare di lasciarlo a sé, senza sostegno e senza coltivarlo. Diego e i ragazzi hanno proposto uno strumento ottimo per far sentire la voce di questo mondo, ora sta a tutti partecipare. Viva DIYSCO.

DIYSCO, una grande famiglia

selva – “eléo”

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Io ci ho provato, a lasciare là le cose passate, nella speranza di non rivederle mai. Sarebbe bello passare una giornata libera da quello che è stato, ogni tanto. Aggiungiamo a questo la costante pioggia di queste settimane, uscire dal grigiore quotidiano risulta ancora più difficile.

Qualche giorno fa ho parlato con una persona che non ho mai avuto modo di conoscere realmente, ma che ho sentito vicino per le poche parole che ci siamo detti. E mi ha raccontato cose e abbiamo parlato di musica.

Ci sono loro, i selva, che hanno pubblicato un album immenso, nonostante il numero di tracce presenti all’interno. Le sonorità screamopost-hardcore si arricchiscono di influenze black che rendono tutto più oscuro e tetro, come in declino. Lo ascolti e poi ti ci affezioni.

eléo racchiude in sé quattro canzoni, di quelle che colpiscono con una violenza spiazzante. Inizia tutto con “soire” e la sua aggressività iniziale che assume toni più melodici ed epici nel suo svilupparsi. Seguono “alma” e “indaco” e il loro ondeggiare tra urla e suoni dolci, tra il terremoto delle emozioni e una nuova speranza, forse. E infine “nostàlgia“, i fantasmi che ritornano e che forse non se ne sono mai andati, il malessere che non vuole passare e che continua a tormentare.

L’atmosfera che si crea abbraccia e culla, dipinge una dimensione decadente a causa dei ricordi e di ciò che materializzano. Diventa un costante cadere in balia di correnti che portano sempre più a largo, sempre più a fondo. Risalire diventa una vera impresa e le memorie non resistono alla tentazione di trascinarti un po’, dove fa più male. Alla fine ti ci affezioni a questo album, davvero.

La persona con cui ho parlato qualche giorno fa mi ha detto tanto in poco spazio, nelle righe scambiate di qualche messaggio. E poi fuori pioveva e non ricordo che ora fosse, mi sono sentito così.

selva – “eléo”