Frana – “Awkwardwards”

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Finalmente l’estate sta per finire e presto si tornerà ad ascoltare musica con l’aria triste dell’autunno. Anche se devo sinceramente ringraziare questo periodo perché mi fa sempre scoprire bellezze nascoste.

Tra queste c’è il nuovo disco dei Frana, band milanese di cui avevo già parlato all’uscita del loro split con gli Opiliones. Tornano con Awkwardwards, un album di undici pezzi che mostrano la nuova tappa segnata da questi ragazzi. Andiamo con ordine, più o meno.

La band dice che “suona forte e parla di cose a caso”. Ora, i brani sono tutti molto precisi e propongono un post-punk contaminato da sonorità noise rock che creano un effetto piacevole. Alcuni passaggi mi hanno ricordato l’atmosfera che si respira in molti dischi hardcore inglese. Non mancano le parti più intime e introspettive, vaporose come fantasmi. Ascoltare la canzone “Carbon paper ghost” per crederci.

I testi. Anche qui c’è quella vena non-sense che la band non nasconde. Eppure si incontrano versi, spesso semplici, ma di una bellezza struggente. E sì, queste piccole cose fanno la differenza.

Give me back the days I wasted trying

to pile some rocks and call that home

Riconosco una mia mancanza. Spesso non mi soffermo mai sulla copertina che dovrebbe meritare sempre una certa attenzione. In fondo, è parte del lavoro. E menzione speciale va a quella di questo disco, realizzata da Silvia Sicks, che riesce a riprendere perfettamente l’atmosfera che si ascolta. I colori, quella dimensione un po’ lisergica, i dinosauri, la strada che poi vola. Perfetto.

Voto alto, tanto alto.

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Frana – “Awkwardwards”

Carlo Corallo, il suo primo figlio fa musica al buio

 

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Spesso ci si riempie la testa con l'”arte” e con l’ossessione di fare qualcosa che venga definito tale. La maggior parte delle volte si perde ciò che rende una frase, una pagina, una canzone davvero personale e diventa poi piatta, insapore. Ci si dimentica dell’espressione, di quella parte di sé che affiora con una naturalezza incredibile, che vuole uscire. L’arte è irrequieta, sta male se rinchiusa. E sta forse peggio se è forzata solo per aderire a un immaginario che vende, che gonfia le tasche di un mercato. Abbiamo davvero bisogno di tutto questo vuoto?

Ho scoperto Carlo Corallo quasi per caso, navigando in un mare di musica e testi sciatti, troppo simili tra loro per riuscire a ricordarli. Sin dal primo ascolto ho ammirato in lui il modo in cui le parole scorrono fluide le une sulle altre, come le onde che toccano la riva. E ogni immagine si tocca, prende vita come se fossimo su quella spiaggia.

Prima ho fatto parlare la sua musica, poi lui.

Partiamo dalle origini. Dove nasce Carlo Corallo e questa passione per la musica e per la letteratura? Ti ha rapito prima il mondo letterario o quello musicale? Sono nato a Ragusa, una città nel Sud della Sicilia, molto lontana dalle influenze della musica italiana sia per la sua posizione geografica, sia per la presenza ancora forte della tradizione locale. Quest’ultimo elemento, però, è un’ arma a doppio taglio in quanto concede elementi caratteristici e spunti che difficilmente qualcuno ha già descritto nel rap, ma d’altro canto un pubblico così affezionato alla tradizione difficilmente si interessa a forme innovative e distanti dai canoni classici, il che impedisce la creazione di un bacino d’utenza cittadino solido. Le passioni per la musica e la letteratura si possono accomunare entrambe all’interno della mia passione per l’arte. È una passione totalmente empatica per ogni contenuto che mi emoziona quindi non bado molto al contorno, che mai come oggi, soprattutto nella musica, è riscaldato e poi servito come portata principale. Entrambe le passioni nascono da quando ero bambino ma non ricordo bene come.

A livello musicale si possono far rientrare i tuoi lavori nel mondo dell’hip-hop. Ti senti, o ti definiscono, “rapper“? Non mi piace lo status sociale di rapper, c’è ancora qualcuno che si tocca i genitali e fa il gesto delle corna quando parliamo di hip-hop. Perciò prego di non incontrare mai più questa gente e forse in modo scaramantico dovrei toccarmi i genitali e fare il gesto delle corna perché questa preghiera si avveri. Diciamo che sono uno studente della facoltà di giurisprudenza che fa musica.

Cosa ti ha portato quindi a scegliere questo genere musicale per esprimerti? Ho scelto questo genere perché non so cantare e perché mi piace tanto scrivere; inoltre ritengo che tale metodo espressivo abbia ancora tantissimo spazio per l’innovazione, a differenza di tanti altri generi che purtroppo stanno decadendo o riciclando sonorità vintage.

Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato? E quali autori? Rancore, Murubutu, Dargen, Ghemon, Mecna. Tra gli autori Kerouac, Salinger, Hesse, Orwell, Sepulveda.

I tuoi testi contengono parecchi riferimenti a scrittori e artisti in generale, talvolta bisogna scavare a fondo per coglierli e capirli pienamente. Non è qualcosa di così comune tra i tuoi “colleghi”. Come vedi quindi la scena rap italiana? Cosa le manca? E come vedi, invece, la letteratura italiana contemporanea? La scena rap italiana, dal mio umile punto di vista, manca principalmente di passione,credo, e i brand commerciali hanno troppa influenza in essa. Tempo fa si iniziava a scrivere per il sogno infantile quanto puro di cambiare il mondo, ora per essere ricchi e famosi. Credo che un ragazzo della mia età o poco più giovane che si approccia alla musica in questo momento, sia guidato da tanti interessi secondari. Nel gruppo infinito di emergenti poi qualcuno ce la fa e diventa un modello su Instagram per brand di abbigliamento che tramite i blog, le televisioni e i giornali influenti riescono a renderlo un “artista importante” per trarne il massimo degli utili. E non è del tutto sbagliato creare business paralleli per finanziare l’arte stessa, ma quanto meno quest’ultima dovrebbe essere sempre l’elemento preponderante. Sulla letteratura italiana di oggi non posso esprirmermi perché non adeguatamente informato sulle nuove uscite ed i giovani autori.

Parliamo ora di “A luce spenta avrai paura dei fantasmi, poi capirai che anche la luce è uno spettro“. In “Intro Mondanelli”, il pezzo che apre le danze, dici “questo disco è il mio primo figlio”, come è nato? Hai avuto altre esperienze musicali prima di questo disco? Diciamo sia nato dalla voglia di esprimere certe idee che riguardavano in primo piano il posto in cui ho vissuto fino a 20 anni per cui si sente che è un disco giovane. Prima ho prodotto solo un mixtape di 5 tracce registrate con mezzi di fortuna e senza la minima cura di un fonico, che non esiste sul web ed ho ditribuito a mano ad alcune persone a Ragusa. Forse neanche io ne ho una copia.

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Tutte le strumentali del disco sono prodotte da Teddy Nuvolari. A cosa è dovuta questa scelta? Mi piacevano le sue strumentali, lo trovo molto bravo e in più vivevamo nella stessa città, il che agevolava molto i lavori.

I tuoi testi sono ricchi di incastri, figure retoriche e citazioni molto ricercate. Ti viene naturale scrivere in questo modo o c’è un lavoro di labor limae dietro tutto ciò? Mi viene naturale scrivere i testi; poi chiaramente li rivedo e correggo se necessario. Dietro tutto, però, c’è l’ascolto di tantissima musica e un esercizio quasi maniacale sulle metriche più svariate durato parecchi anni.

Recentemente è uscito anche “I Maestri pt. II” con Murubutu. Com’è nata questa collaborazione? Soulcè, un rapper conterraneo che consiglio di ascoltare (mi ha insegnato tanto riguardo questa cultura), ci ha messi in contatto e da lì è nata una stima reciproca sfociata in questa collaborazione uscita per GreenLine Label, realtà molto interessante e piena di artisti validi. Il tema del brano è nato dalla volontà di riprendere un brano di Murubutu di anni fa ed arricchirlo di un nuovo capitolo. Per me è stato un grandissimo onore.

Sono già in cantiere nuovi progetti? Sì, sto lavorando con una bellissima realtà di Milano, la One Shot Agency, in particolare su un progetto legato a diverse leggende mitologiche narrate in Sicilia. Parallelamente sto lavorando per dare una degna “parte 4” al filone di brani iniziato con “Comptine D’Un Autre Ete“, passato per “Le Moulin” e finito con “Le Tue Dita Fredde“.

Queste sono le canzoni che fanno bene e conforta sapere che esista qualcosa di vero, di intimo. E non è la plastica che c’è intorno.

Carlo Corallo fa qualcosa che è più della musica.

Carlo Corallo, il suo primo figlio fa musica al buio

Council of Rats – “Coarse”

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Nei momenti di pausa si ascolta punk hardcore. E quando c’è un disco fortissimo non lo fermi più.

Council of Rats sono un nome conosciuto all’interno della scena italiana e si riconfermano con il nuovo album Coarse come una delle band più promettenti e a cui prestare una certa attenzione.

Già in precedenza, il gruppo aveva viziato l’orecchio con una notevole aggressività, dai riff di chitarra alle parti di batteria fino ad arrivare alla voce. Il suono è compatto, pulito e le variazioni che si incontrano nell’ascolto rendono il tutto ancora più interessante. Come in tutti i dischi di un certo spessore si sentono l’amore e la passione per questo genere, uniti a una grande esperienza.

E poi ci sono i testi, che non riesco mai a non considerare. Le imagini evocate sono chiare, concrete, delle volte più ciniche e rassegnate e delle altre più poetiche. Si avverte una certa musicalità anche nelle parole che arrivano con rabbia, fino a perdere la voce. “Latelovers/Deadlovers” è il pezzo dell’estate.

In realtà si ascolta sempre punk hardcore.

Council of Rats – “Coarse”

Rami – “Il presente di qualcun altro”

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“Ascoltali, secondo me ti piaceranno”.

Era una sera, di quelle in cui si parla di cose che il giorno dopo nemmeno si ricordano più. E lo sforzo per farle emergere non è sempre da poco, specialmente se hai ancora il nero dentro. Specialmente se è domenica e le prospettive che offre un paesino di provincia sono davvero magre.

Insomma, il giorno dopo ho seguito quel consiglio e sì, aveva ragione.

Si chiamano Rami, il loro nome rimane subito. Il presente di qualcun altro racchiude in sé cinque brani che mi hanno un po’ lasciato lì, come lontano dalla noia attorno. Ogni canzone è una piccola scena, raccontata con la stessa semplicità con cui la nostalgia si fa sentire in certi momenti. Tutti hanno qualcuno che ritorna in mente, forse anche a me in queste righe. E finalmente qualcuno che non riesce a sopportare l’estate.

La band propone un suono in grado di far muovere dal primo ascolto, di far chiudere gli occhi e lasciarsi un po’ andare. Sarà anche un banale luogo comune, ma la spontaneità con cui avviene questo abbandono ti fa apprezzare sempre più il gruppo. Poi finisci che ti affezioni, per forza di cose. Lo si avverte dalle prime note, dalle prime vibrazioni delle corde.

A completare il quadro vi sono i testi, con i quali tutto prende una forma più nitida. Le parole raccontano di sé, di lei, delle stanze claustrofobiche, dei divani come campi di battaglia e degli inverni che fanno da promemoria ricordando lo scorrere del tempo, anche per chi vive in controluce. In fondo, si scrive di quel che si può.

Di mattina avevo ancora la notte addosso e tante altre cose che non so se ho rimesso al posto giusto. C’è stato il pranzo dopo, anche quello un po’ disordinato. Si fa quel che si può.

Rami – “Il presente di qualcun altro”

ZiDima – “Buona sopravvivenza”

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Le occasioni cadono ad un ritmo tutto loro, libero da leggi e numeri. Sarebbe facile altrimenti e mica si può pretendere di avere il controllo anche sulla casualità del nostro stupore, o della nostra fine. Che poi si sa, avviene sempre di lunedì. E nell’attesa che arrivi quell’attimo di salvezza, di rivalsa verso il tempo, non si può fare altro che sopravvivere. Allora tanti auguri, sono sempre consolatori in situazioni come queste.

Insomma, Buona sopravvivenza come direbbero gli ZiDima nel loro ultimo lavoro. Questa volta le voci non provengono da una giara riparata da poco, ma da dodici canzoni di una bellezza rara, un po’ nostalgica. E non ci sono i punti a tenere insieme i cocci, solo parole.

Dal primo ascolto si intuisce che si ha di fronte un album in grado di rapire nell’immediato. La band dal nome pirandelliano propone un noise/post-rock maturo, che non si incontra così facilmente. Le sonorità sono vissute al punto che riuscirebbero a parlare da sole, anche senza la componente lirica. Il mood del lavoro viene trasmesso attraverso le note e grazie a ciò il tutto assume un taglio particolare, profondo.

A completare il quadro vi sono i testi, intrisi di una poetica devastante. Le immagini evocate sono intense, palpabili e dotate di una forza spiazzante, in grado di far vibrare dentro. La voce si esprime in quei versi che raccontano di lacrime, di carne e di morsi. Ogni canzone è come una stagione d’autunno, sempre in una caduta malinconica ed inevitabile. Ogni canzone è un punto di sutura per quella giara, anche mentre rotola via.

Se vivere sembra difficile in certe situazioni, tanto vale provare a sopravvivere con tutti i mezzi concessi. Ne parlavo giusto l’altra sera con un mio amico. In fondo, cosa vuoi che sia un uragano negli occhi?

ZiDima – “Buona sopravvivenza”