Davide Mana, il fantastico vive ancora

Il mondo dei libri mi ha conquistato sin da quando ero bambino. Amavo, e amo tuttora, l’idea che in quelle pagine prendessero vita interi mondi in cui viaggiare, fare scoperte magiche e conoscere personaggi unici. Era la prospettiva concreta, tangibile, di una via di fuga che ricercavo e, nonostante le diverse letture, solo in particolari generi letterari sono riuscito davvero a trovarmi a mio agio. Come se mi cullassero meglio di altri.

Così è iniziata una ricerca quasi ossessiva che, purtroppo, mi riconduceva sempre ai soliti autori. Quelli di cui adesso si sentono, o si riscoprono, per le serie tv e per altri adattamenti, per intenderci. Volevo qualcosa di più.

Per muovere i primi passi ho deciso di fare alcune domande a chi ne sa molto più di me. E a chi rivolgersi se non a un autore che ha fornito dei veri e propri contributi al fantastico letterario? Davide Mana è quel tipo di scrittore lucido e attento, in grado di analizzare il panorama italiano e internazionale con gli occhi e la penna di chi non si rassegna e intende proporre sempre nuovi mondi.

Abbiamo parlato un po’.

38134333_2133528489994180_2858557690496417792_n

Iniziamo a toccare il nocciolo della questione. Cosa vuol dire scrivere del fantastico in Italia? Quali sono le difficoltà, gli ostacoli che si incontrano quando si propongono generi come l’horror, il fantasy, la fantascienzaNon credo che scrivere fantastico in Italia sia più facile o più difficile rispetto al’estero. In generale, tendiamo a scrivere ciò che ci piace, e ci piace ciò che leggiamo abitualmente, per cui è facile per un appassionato di narrativa di genere mettersi a scrivere narrativa di genere. Il mercato è estremamente ridotto, ma questo non è un problema del fantastico, ma piuttosto dell’editoria in generale: siamo un Paese in cui si legge poco, gli editori hanno pochi soldi da investire, gli autori non possono mantenersi con la scrittura. Esiste poi una certa resistenza a livello culturale, per cui un autore di narrativa fantastica deve venire sdoganato come “altro” per poter aspirare a uno spazio dignitoso. Da qui la fastidiosa abitudine di proporre al pubblico dell’onesta space opera specificando che “è fantascienza ma non solo…”, o il tentativo di vedere come “noir” anche del sano e normalissimo horror. Esistono persone che nel nostro Paese stanno facendo tantissimo per sfondare questa barriera culturale – penso al mio amico Franco Pezzini, che da anni fa opera di divulgazione sulla natura al contempo “alta” e “popolare” del fantastico – ma c’è ancora molta strada da fare.

38118470_10214101834234902_2052246764005621760_n

A cosa è dovuta questa tendenza di “spacciare” certi titoli horror per noir? Sbaglio o si sta assistendo a una riscoperta di questo genere? In generale, si cerca di spacciare quello che viene percepito (da chi? bella domanda) come un prodotto volgare e privo di valore per qualcosa di intellettuale e sofisticato. Etichette come “noir” o “weird” o “pulp” sono meglio, per chi fa marketing, dei rispettivi “poliziesco”, “horror” e “avventura”. La diretta conseguenza è che le etichette perdono significato – nel momento in cui tutto ciò che devo vendere diventa “noir”, il noir quello vero, che segue ben precise regole estetiche e ideologiche, scompare in una massa di qualunque cosa. In questo senso, non c’è una vera riscoperta del noir, o del weird, ma solo un uso a casaccio di una etichetta che “fa figo”. Ho visto Sherlock Holmes descritto come noir, ma anche Lovecraft – da persone che non hanno idea di chi siano David Goodis o Cornel Woolrich. È triste.

Il cinema ha una sorta di responsabilità in tutto ciò? Io non credo. Anzi, considerando l’enorme successo degli ultimi anni del cinema horror (sono horror tutti i maggiori incassi), sembrerebbe una buona idea far leva sul pubblico cinematografico, e rafforzare il legame fra letteratura e cinema. In realta è, io credo, un tentativo per allargare il mercato anche a coloro che l’horror lo rifiutano, ma magari sono appassionati di polizieschi, e sono ormai abituati a sentirli chiamare noir. Nel nostro paese, per fare un esempio, i primi romanzi della serie Nightside, di Simon R. Green – a tutti gli effetti degli urban fantasy con una forte componente orrifica – sono stati messi sul mercato come generici “thriller”.

Cosa manca allora all’Italia rispetto ad altri Paesi dove questi generi sono più affermati? Questo è il genere di domanda rispondendo alla quale si viene odiati. Ok, facciamoci odiare. Io continuo a credere che il bacino di lettori estremamente ristretto inneschi dei meccanismi perversi. Come dicevo sopra, pochi lettori significa pochi soldi, poca volontà di correre rischi (proponendo nuovi autori, italiani o stranieri), poche opportunità di sopravvivenza per chi scrive o traduce. Questo si traduce in un’offerta ristretta e poco diversificata. Un mercato più florido e vitale attirerebbe automaticamente anche altri lettori, e probabilmente l’attenzione della critica. Alla fine, insomma, è questione di soldi.

37992283_10214101834154900_8926029810275188736_n

Secondo te, che responsabilità hanno le case editrici in tutto questo? E i lettori? Continuiamo a fomentare l’odio. Io credo che siano tutti co-responsabili, autori, editori e lettori in egual misura ma in maniera diversa in generale per i motivi che abbiamo visto sopra. Tutti hanno le loro ragioni, e tutti insieme non stanno facendo bene a un mercato che è già di per sé zoppicante. Ma attenzione, non è tutto orribile. Esistono editori che corrono dei rischi, offrendo qualcosa di diverso (per non far nomi, Acheron BooksZona 42, i primi che mi vengono in mente), ed esistono autori che stanno provando a fare qualcosa di diverso (soprattutto nel campo del self-publishing), ed è bello vedere che esiste una fetta del pubblico che apprezza la novità e la varietà. Resta il fatto che ogni volta che un vecchio fan dice “piuttosto che leggere un romanzo nuovo, rileggo Asimov”, il fantastico nel nostro Paese muore un pochino. E al posto di Asimov potrebbe esserci Dick, o Lovecraft o Martin o King o uno qualunque di quella mezza dozzina di autori che sono fondamentali, ed è indispensabile leggere, ma stanno diventando ingombranti. Allo stesso modo, sarebbe bello se la si smettesse di considrare tutti gli autopubblicati come guano. Questo è un pregiudizio dtestabile. Esistono ebook autopubblicati che sono assolutamente esecrabili, è vero, ma non dovrebbero sottrarre attenzione alle cose molto buone che vengono pubblicate da molti autori/editori che sono estremamente professionali.

Come si potrebbe comportare qualcuno che decide di avventurarsi nel mondo letterario del fantastico? Avresti qualche consiglio? Avere un lavoro che gli permetta di pagarsi i conti, e imparare molto bene l’inglese, per provare a pubblicare all’estero. Tenersi aggiornato, leggere tanto e leggere qualunque cosa, e non avere paura delle idee storte, perché sono quelle su cui si costruiscono delle buone storie.

Domanda personale. Quali sono gli scrittori che più ti hanno influenzato? Sono tanti. In prima battuta, Fritz Leiber e Michael Moorcock, Tanith Lee e C. J. Cherryh. E Roger Zelazny. Sono autori che ho letto e che continuo a leggere e rileggere, e che ritengo valga la pena di studiare. Si impara di più dalla letteratura approfondita di un racconto di Leiber o di Zelazny che da un corso di scrittura creativa. Al di fuori del fantastico, certamente Raymond Chandler e John D. MacDonald.

Leggete, leggete ogni giorno.

Annunci
Davide Mana, il fantastico vive ancora

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...