Le avventure del PizzaBoy – “Il secondo giorno”

pizzaboy - la gnara - vett

Squilla il cellulare.

  • Ue’ cumpa’, come va? Mi è giunta voce che sei stato fortissimo ieri sera, a lavoro. Lo sapevo, sei proprio fatto per questo genere di cose.
  • Che fortuna, eh? Sì, mi sembra sia andata bene.
  • Ti sento anche molto contento e molto più uomo. Ora ti manca solo una bella auto e magari anche un orologio elegante e vedrai che figurone in giro. Alla casa ci penseremo più avanti.
  • Già immagino.
  • Questo è lo spirito adatto. Il turno di stasera sarà una meraviglia.
  • Tocca ancora a me?
  • Eh sì fratello, io mica riesco. Devo accompagnare mio cugino da un amico di un suo amico perché la sorella di questo ha ammaccato la macchina e le serve subito un pezzo. E lo vorrebbe a un prezzo modesto, ovviamente. Lui sì che sa come fare i soldi, sta pensando anche di entrare in politica.
  • Che bello.
  • Hai sempre le parole giuste tu, sei proprio fotunato. Ciao cumpa’, ci vediamo.
  • Ciao.

Totò Magnaccia era buono, forse un po’ troppo invadente e per nulla affidabile. Nonostante i muscoli non saprebbe fare del male a nessuno, nemmeno per sbaglio o con una pistola in mano. Uno così come fa ad avere problemi?

L’insegna de “La Gnara” era già accesa e all’interno si avvertiva una certa agitazione, quella di chi sta preparando qualcosa o vuole farsi bello in vista di un appuntamento importante. I tavolini erano lucidi da potersi specchiare, il frigo delle bibite era a temperatura e qualche fiammella aveva preso vita nel forno che, un amante del fantasy avrebbe giurato essere fabbricato dai nani. Tutto era splendente e pronto a servire il cliente in un’altra entusiasmante, e sicuramente proficua, serata di lavoro.

  • Ciao.
  • Ciao caro.
  • Ah, tu sei quello nuovo. Sei venuto ieri, giusto? Si inizia tra cinque minuti, stammi bene.
  • Ciao.

Dietro al bancone operavano “i ragazzi”, un nome carino per indicare due persone che, a prima vista, sembravano riunire in sé i cliché più trash e svogliati dell’uomo.

Alla cassa c’era una ragazza con una folta chioma bionda e riccia e un paio di labbra giganti, che sembravano i materassini da portare in spiaggia. Fissava la porta e quando entrava un cliente mostrava un sorriso degno di una moglie premurosa, di quelli che si fanno per far sentire desiderata una persona. Il suo attaccamento ai soldi era impareggiabile, quasi quanto la sua naturale incapacità a sostenere una conversazione. I pochi momenti liberi li trascorreva a casa a guardare documentari sulla vita delle lontre. Da grande voleva essere una lontra.

L’incaricato a fare le pizze era un uomo pacato, dai movimenti lenti e dalla parlata somma, come quei saggi orientali che in poche parole spiegano la verità del cosmo. C’era qualcosa in lui che non si capiva bene cosa fosse, se un talento innato per quella posa buffa o un dettaglio maledettamente fastidioso. Era il modo futurista in cui indossava il cappello o la smorfia schifata e un po’ dadaista che assumeva quando qualcuno doveva passargli i friarielli, non si sa.

  • Oh, che sbadata. Non mi sono ancora presentata. Uh, hai sentito che ho fatto la rima?
  • Sì.
  • Bella, no?
  • Baciata.
  • Io sono Tina Calamari e mi occupo di un sacco di cose qua dentro, ma non farmi domande prima di conoscermi meglio.
  • Ok.
  • E tu come ti chiami?
  • Non te lo dico.
  • Tina, il ragazzo è partito con il piede giusto. Si vede che è un tipo sveglio.
  • Tu stai zitto e continua a fare le pizze. Tanto arriveranno tutte in ritardo, come al solito.
  • Chi va piano, va sano e lontano. Chi va forte diventa come i commessi del Foot Locker.
  • Sei sempre il solito.
  • In caso contrario sarebbe un bel guaio.
  • Vado a rimettermi il trucco, non ti sopporto.
  • Vai vai che la strada è lunga e i guai non finiscono mai. Allora, novellino, credo che sia giunto il momento che ti dica chi sono. Mi chiamo Ciccio Pazienza, e tu?
  • Non te lo dico.
  • Come preferisci, vai a prepararti adesso.

Il motorino era pronto, lucidato e con il serbatoio pieno di benzina. Fuori faceva freddo, sarebbe stato un sogno da passare di fronte a un camino.

Si avvicinava l’orario di chiusura e nessuno aveva chiamato per ordinare qualcosa, il telefono non aveva suonato nemmeno per scherzo. Capitava, ogni tanto, che qualche ragazzino camuffasse la voce e ordinasse un felafel con bava di T-Rex. Quelle sono le persone che hanno una vita triste.

La serata passava lenta, come le ruote panoramiche dei luna park.

L’incubo dei lavoratori onesti è la gente che fa capolino quando ormai si pensa a che film guardare di notte. Quando il telefono iniziò a urlare forte, i bravi ragazzi della pizzeria, non sapevano dire se fossero contenti o disperati con il mondo o entrambe le cose. Una possibilità al cliente andava data, nonostante tutto.

Tina rispose facendo bene attenzione a non rovinarsi l’acconciatura e il rossetto ripassato già quattro volte e dieci. Le sue lunghe unghie rendevano tutto più complicato, più macchinoso, ma ormai era esperta in quei gesti. Aveva inoltre l’assurda convinzione che i telefoni rovinassero l’udito e ossidassero gli orecchini e per questo metteva sempre le chiamate in vivavoce. L’udito di una lontra è fine, ricordiamolo.

  • Salve, qui è “La Gnara”. In cosa posso esservi utile?
  • Buonasera, è ancora possibile ordinare?
  • Assolutamente, per i nostri clienti non siamo mai chiusi.
  • Bene bene, un attimo e le dico cosa vorrei. Mi faccia una pizza con cipolla, funghi e gorgonzola. Ci metta anche dell’aglio, tanto aglio. Sa, sono una signora anziana e ho bisogno di pulirmi il sangue. Mi raccomando, fatela bella. La aspetto fra pochi minuti, arrivederci.

La preparazione fu velocissima, al punto che la lancetta lunga dell’orologio fece solo due giri. Le arterie della vecchina sarebbero tornate come quelle che aveva a ventidue anni, lucide e profumate.

Il ragazzo, dopo aver corso come un vero pilota e aver bussato delicatamente alla porta dell’indirizzo, sentì una voce gracchiante provenire dall’interno che si avvicinava con qualche acciacco. Alla porta si presentò una donnetta tutta rughe, con un occhio verde e uno azzurro. I suoi capelli sembravano una massa morbida di quei piumini che rilasciano i pioppi e fanno piangere chi ne è allergico. La bocca custodiva pochissimi denti e tra questi uno era d’oro, brillante come se fosse appena lucidato.

  • Ciao giovanotto, quanto ti devo?
  • Lo scontrino dice sei euro.
  • Tieni e prendi anche questi. Fatti un regalo.
  • Grazie.

Lei sparì strappando con voracità il cartone dalle mani del ragazzo. Gli aveva lasciato qualcosa che nel gergo di chi svolge tale mansione viene indicato con il termine “mancia”. Tornò al quartier generale con il cuore più leggero e aveva un’immensa voglia di raccontarlo ai propri colleghi ed amici.

  • Figliolo, ascolta me, questa sarà la prima di una lunga serie. Parola di Ciccio Pazienza.

A casa il ragazzo mangiò un caffé e lo schermo del pc diceva che il caricamento del primo episodio di Star Wars era già al settantacinque per cento e mezzo. Voleva spegnere la luce quando, vicino all’abat-jour, notò qualcosa che aveva tutta l’aria di essere un foglietto di carta ripiegato un numero di volte abbastanza numeroso. La scrittura era raffinata, opera di una mano delicata e gentile e recitava a bassa voce:

so quanto hai preso di mancia.

Si era quasi dimenticato del gesto di quella nonnina e il messaggio misterioso gli riportò tutto alla mente. Che fare adesso? Chi era il mittente?

Fuori dalla finestra sembrava tutto calmo, gli alberi si muovevano come al loro solito, senza scomporsi troppo e senza infastidire troppo i vicini. Là intorno, da qualche parte, un paio di occhi spiavano quel ragazzo che aveva solo la colpa di fare un lavoro rifiutato da molti prima che la vita, quella vera, gliene avesse concesso uno più interessante.

E magari avrebbe trovato cosa regalarsi con i cinquanta centesimi della vecchietta.

 

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