Le avventure del PizzaBoy – “L’inizio”

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C’era una volta, in un paese caldo d’estate e freddo d’inverno, un ragazzo annoiato che aveva interessi in altri mondi, in terre lontane di pirati, maghi e altre cose conosciute solo a lui. Studiava solo quando un esame era prossimo e capitava di dover pagare un treno sporco e maleodorante per arrivare in università. E anche per qualche numero di Dylan Dog, scoperto a venti anni.

Le cose non vanno sempre come ci si aspetta.

Una sera, mentre un sito era impegnato nel caricamento di un film horror, squillò il telefono e quando riuscì a rispondere, impiegò poco tempo a riconoscere la voce del suo amico Totò Magnaccia.

  • Ehi ciao, come va?
  • Al quaranta percento, e a te?
  • Benissimo, ho appena finito di fare gli addominali e mi sento fresco fresco. Dopo una cena al Burger King ci vuole un po’ di esercizio. Ascolta, amico mio, avrei una cosa da proporti.
  • Niente palestra, ogni tanto mi esce una spalla e non amo stare sudato.
  • Sei sempre la solita femminuccia, eh? Ho qualcosa di più bello tra le mani, addirittura potrai portare a casa qualche soldino.
  • Addirittura.
  • E poi, pensa un po’, guadagnerai tanto facendo il minimo sforzo.
  • Come le lavatrici?
  • Esatto, come le lavatrici. Allora, ci stai?
  • Oltre a prendere un sacco di soldi che dovrei fare?
  • Questo è lo spirito. Da domani sarai un uomo nuovo e senza dover cambiare il guardaroba. Ci troviamo dopo cena in piazza, inizi subito.
  • Pulirò le panchine?
  • Niente affatto, ti porterò in un posto nuovo.
  • Cuba?
  • La Gnara.

Puntuale come qualsiasi aggeggio svizzero, il giorno seguente si presentò in piazza, sperando che il suo amico palestrato fosse di altrettanto buon senso. Nonostante la bella giornata e tantissimi bambini che mangiavano gelato, si avvertiva nell’aria una certa elettricità, come a preannunciare qualcosa di grosso e imminente.

Dopo misure di tempo che non si sanno bene, dalla stradina che costeggiava la pasticceria spuntò la canottiera da giostraio di Totò, il quale non riuscì a trattenere un sorriso enorme, bianco come lo zucchero raffinato. Gli piaceva curarsi, ad eccezione dei peli sul petto che lasciava crescere con un certo orgoglio.

  • Ecco qui il mio uomo. Allora, sei pronto per l’avventura?
  • No.
  • Ti vedo bene, farai un figurone.

Il posto da raggiungere, lo stesso che prometteva fama e soldi e tante tante donne in paradiso, si trovava a pochi metri da loro, nella via accanto. Il buon Magnaccia voleva solo sfoggiare la sua nuova auto appena pulita, con i cerchi in lega pagati pochissimo da un meccanico napoletano.

Arrivarono impiegandoci qualche secondo, giusto il tempo di ascoltare le prime note di una canzone neomelodica. Appena scesero, furono investiti da una luce verde e viola che dava un tocco di magia al piccolo edificio. L’insegna sembrava fluttuare nei suoi pensieri, persa chissà dove.

  • Amico mio, ci siamo.
  • Dove?
  • Questa è “La Gnara”, la migliore pizzeria del paese. Lavora moltissimo ed è equipaggiata con i migliori mezzi sul mercato. Sono proprio una scheggia, fidati di uno che i motori li conosce bene. Ammettilo, sei eccitato?
  • No.
  • Non fare il timido, che oggi è un grande giorno per te. Entriamo, ti presento il boss.

Un profumo di pomodoro, mozzarella fresca fresca, carciofini e scamorza affumicata del Vesuvio si presentò non appena varcarono la soglia della pizzeria. Dietro al bancone vi erano dei ragazzi impegnati a stendere delle palline di pasta e farcirle in base a biglietti gialli e arancio che leggevano scrupolosamente, prima di informare il tutto con una robusta pala blu.

  • Loro sono “i Ragazzi”, avrai modo di conoscerli. Per di qua, il boss è nel suo ufficio.

Superarono uno sportello in legno che somigliava ad un ponte levatoio in miniatura e, dopo aver superato diverse leccornie, raggiunsero una porta nera. Sopra essa era disegnata una croce e appena sotto si leggeva la scritta “Uficcio”. A prima vista, quell’insieme un po’ tetro, sembrava essere realizzato con il sangue, ma nessuno ebbe mai il coraggio di indagare oltre.

Totò bussò delicatamente e dopo aver fatto pressione sulla maniglia per entrare, i due furono costretti a respirare un serpente fumoso che sfruttò l’occasione per sgattaiolare da quella stanza. Dentro era come l’inferno, l’aria pesante di profumo scadente e Marlboro.

  • Entrate, entrate. Qui c’è posto per tutti.
  • Salve capo, come andiamo? Vi vedo in splendida forma, la camicia risalta i vostri muscoli.
  • Totò, vieni al dunque.
  • Certamente, vi spiego tutto. Vi ricordate del ragazzo che doveva venire a provare in questi giorni? Ebbene, è proprio qui accanto a me, pronto a servirvi.
  • Ciao, ragazzo.
  • Ciao.
  • Io sono il capo qui dentro, ti dirò il mio nome una volta che sarai assunto. Quanti anni hai?
  • Venti, compiuti ieri.
  • Studi?
  • Più o meno, capita soprattutto di domenica.
  • Bene, prendi un casco e un motorino e inizia proprio con quella consegna, là sopra il ripiano.
  • Ok.

Sui cartoni di pizza che contenevano pizza vi era l’indirizzo dell’affamato a cui doveva arrivare la cena. Non aveva la più pallida idea di dove si trovasse quella via, ma mica poteva farsi vedere in difficoltà al primo compito affidatogli. Si avviò non conoscendo la destinazione, ma spinto dal dovere e da una responsabilità più grande di lui.

Quando giunse a destinazione, capì la definizione di “scettico” e si sentì spaesato e indifeso. Chi dice che gli uomini sono forti, non ha capito nulla.

La casa era scura, circondata da alberi alti e spogli che nascondevano parte della facciata, conferendone un aspetto macabro e misterioso. Un cartello affisso ad un cancelletto aperto diceva di stare attenti al cane, ma di quell’animale non si sentiva nemmeno il più lontano respiro. Doveva essere molto stanco oppure era un lupo mannaro o era stato rapito dagli alieni.

Percorse il vialetto e si avvicinò ad un pulsante che aveva tutte le carte in regola per essere il campanello. Appena sopra questo era inciso il nome ormai illeggibile del proprietario che, visto lo stile e l’opera dell’artigiano, si trattava quasi sicuramente di una persona importante. Bastava premere quell’interruttore, non era poi così difficile e non poteva stare in giro troppo a lungo.

Si decise e quando pigiò il dito su quel bottone antico e brutto fu circondato da un silenzio sordo per esattamente quattro secondi. All’improvviso scoppiò nella sua testa un rumore di esplosioni di miniere e dinamite, di meteoriti, di mini ciccioli a ricreazione, urla, sbadigli sonori e altri stranissimi versi a cui non sapeva dare un nome. Insieme a questi si affacciarono immagini confuse di lenzuola nere con sopra disegni contorti, lunghe file di uomini che si toccavano fino a formare un unico individuo e fiamme fiamme fiamme. Questo vortice di cose, che al ragazzo sembrò durare interi eoni, lo stordì al punto che svenne dolce, abbandonato.

Al suo risveglio passarono alcuni minuti prima di realizzare l’accaduto e di accorgersi che le pizze da consegnare erano sparite. Quel preciso momento e quella situazione surreale avevano l’aspetto e il sapore della domenica mattina, di quando manca l’acqua in frigo e l’aspirapolvere canta stonato.

“Bene, sono fottuto. Domani devo ricordarmi di mandare il curriculum all’agenzia investigativa in città”.

Arrivò al quartier generale, parcheggiò il motorino, si tolse il casco, ma non ebbe ancora formulato una scusa buona per giustificare la sua grama performance. Per un attimo fu certo di essere stato usato come cavia di un esperimento dei rettiliani, le vicende non trovavano altra spiegazione plausibile. Il capo lo aspettava dentro, aveva appena finito di mangiare una pizza alta sette dita e aveva già una sigaretta pronta da aspirare in poche boccate.

  • Hai fatto presto, sei assunto.
  • Ah, grazie.
  • Pensa un po’, hai quasi battuto il record della consegna più veloce, ti mancava davvero poco. Ci vediamo domani.
  • A domani.
  • Aspetta, ora puoi sapere il mio nome. Io sono Giovanni Capofino, tuo padrone e devi darmi del voi.
  • Ok.

Totò aveva trascorso la serata in pizzeria, intrattenendo i clienti con storie di palestre e pesistica, in cui giocava il ruolo di eroe esperto. Era un personaggio, il buon Magnaccia.

  • Bravo bravissimo, ero sicuro che ce l’avresti fatta.
  • Ti voglio bene, Totò.

Cosa fosse accaduto ancora non lo sapeva e nemmeno la calda accoglienza del letto lo aiutò a trovare risposta ai suoi numerosi quesiti. I fatti non si collegavano, distinguere la fantasia dal reale era praticamente impossibile. Sarà stata la fuga di un gas tossico ad alterare le sue percezioni, sicuramente. Oppure la luna che ha cambiato colore o un mago che gli ha fatto un incantesimo perché aveva fame.

Di una cosa era certo, da qualche parte, in fondo in fondo, sentiva di essere diverso. L’esperienza aveva lasciato come un messaggio in lui, una voce lontana che parlava lenta e distorta, ma non capiva cosa stesse dicendo. Si addormentò con la stessa delicatezza con cui perse i sensi una o due ore prima e i suoi occhi proiettarono visioni di candele e fumi strani. Respirava a onde, come su una barca.

Non era stato pagato.

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