Il libro del mese, II

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Quando ero bambino trascorrevo uno spiraglio d’estate in una località marittima. Quel luogo era umile, ma in grado di assecondare le notti di un ragazzo, dalla passeggiata lungomare a qualche bicchiere in compagnia. E poi c’era il mare, qualcosa che non credo di aver mai compreso abbastanza, nonostante il suo richiamo e la mia pronta risposta.

In alcuni momenti della mia permanenza tra quegli ombrelloni, si riusciva a scorgere per qualche giorno una nave pirata che sfoggiava le sue vele riscuotendo un discreto successo tra i miei coetanei a riva. A quell’età mica volevi credere che è tutta finzione e che si gioca per vincere. Nelle sere successive vedevi i giovani vestiti da marinai girare per la strada principale e un po’ avresti voluto far parte di quella ciurma. Anche nella parte del mozzo, sarebbe stato magico.

E magari vivere un’avventura come Jim Hawkins, possibilmente meno pericolosa visto che ero piccolo e non volevo far preoccupare i miei genitori. Seguire le rotte, cantare sul ponte, cercare tesori, “oh issa!”, levare l’ancora, andare all’arrembaggio e approdare in qualche isola sconosciuta. Insomma, come accade in L’isola del tesoro, romanzo che ha saputo incantarmi in un aprile che non sapeva per niente di primavera.

Si racconta di un giovane che abbandona la locanda della famiglia per imbarcarsi con una ciurma alla ricerca di un grande bottino indicato su una misteriosa mappa. Dopo essere entrato in possesso di questa grazie ad un temutissimo pirata, il ragazzo assiste a tradimenti, battaglie, sperimenta il coraggio e conosce l’amicizia vera, nata tra coltellacci e polvere da sparo. Robert Louis Stevenson narra queste avvincenti imprese in modo semplice, come se stesse intrattenendo un gruppetto di bambini desiderosi di conoscerne il finale. Insomma, un po’ come tutti, me compreso, quando si sbircia tra le righe di questo libro.

Ormai è da qualche anno che non ritorno in quella città. La nave pirata che cercavo tra le onde quando ero più piccolo e carino sembra come andata a largo, ancorata da qualche parte. A me bastava anche solo fare il mozzo, mi sarei impegnato.

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