Caso, tra Terra e Nettuno

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Zaino in spalle e via. Una mappa per non perdersi, un quadernetto per annotare le idee, le viste, i piani. Poi si parte, lasciando alle spalle i giudizi degli altri, gli sguardi e quelle voci che vogliono solo demolire ciò in cui credi. E chissà cosa si perde in tutto questo, per forza.

Come si affronta un viaggio? Come si racconta una storia? Con il tempo le note del quaderno di Caso sono diventate canzoni nelle quali si incontrano piazze, concerti, scelte di vita. La necessità di scrivere, di suonare quella chitarra, compagna di tante avventure, si è consolidata in una nuova esperienza per l’artista bergamasco. Certe cose non le puoi fermare, nemmeno a pensarci.

Cervino” è vista come una tappa importante preceduta da una scalata altrettanto ardua. Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa impresa? Questo disco è sicuramente una tappa fondamentale per il mio percorso. Un po’ diverso dai lavori precedenti per una serie di cose, sia per quanto riguarda i suoni che per me stesso. Il grande stimolo è stato il cambiamento, osare in qualcosa di nuovo e che non rientrasse appieno nei miei standard. Per questo album ho affrontato la fase di composizione dei brani in maniera diversa rispetto al passato e ciò è avvenuto grazie all’aiuto di una band. La componente solitaria, solista è comunque rimasta, ma in questo caso ho potuto scrivere contando su validi punti di riferimento. Non avevo mai provato qualcosa di simile ed ho creduto opportuno cogliere l’attimo per sperimentare. Inoltre ogni mio disco è sempre un’ottima occasione per migliorare. Ogni piccolo passo voglio che sia diverso dal precedente. Anche per “Cervino” è stato così, non volevo che suonasse come qualcosa che avevo già scritto o arrangiato. La speranza di creare qualcosa di nuovo, pur rimanendo me stesso, mi dato lo stimolo per iniziare questa scalata e portarla a termine. Il cambiamento spaventa sempre all’inizio, il buttarsi in qualcosa di cui non si conosce nulla genera dubbi e incertezze. Tuttavia credo sia dovuto, forse il bello è proprio questo. Mi piacerebbe sapere che chi ascolta i miei dischi trovi sempre delle differenze rispetto alle pubblicazioni passate. Era il momento giusto per fare un bel respiro e tuffarmi. Cosa ti ha aiutato invece a non demordere e a continuare nell’avventura? Sicuramente il contatto con altre persone. Nei miei dischi precedenti ci sono sempre stato io con la mia chitarra e le mie parole, niente di più. Con “Cervino” ho avuto modo di dialogare, di confrontarmi sulla composizione dei vari brani. Per me è stata un’esperienza molto importante perché mi ha permesso di orientarmi in base a punti di riferimento ben precisi ed attivi. Per la prima volta non si è trattato di scrivere una canzone, suonarla e presentarla così come usciva. In questo album le idee sono passate attraverso filtri diversi, ogni membro della band condivideva la propria esperienza e il proprio punto di vista. Il fatto di far parte di un gruppo mi ha dato uno stimolo immenso nella stesura dell’album.

“A volte penso che l’impresa più grande per un uomo

sia riconoscere il proprio Cervino”

Caso – Atletica leggera

Nella canzone “Santo Patrono” sembra che raggiungi la consapevolezza della tua solitudine entrando in contatto con altre persone. Come se fossi al margine di un quadro ed osservi le persone, da distante. Che ruolo gioca la solitudine in “Cervino“? Nei testi racconto il mio vissuto, raramente sono storie inventate. In questo disco, come anche nei precedenti, quel senso di solitudine, di straniamento non mi ha ancora abbandonato. Mi sono sempre sentito estraneo alla maggior parte delle cose che mi circondano e ciò mi porta a prendere determinate decisioni. Non per forza questo “isolamento” è qualcosa di negativo, anzi. Semplicemente sono contento di non fare parte di determinate realtà, non mi rispecchiano. Sono scelte e attraverso queste non ho mai preteso di elevarmi ad una posizione privilegiata rispetto ad altri. Purtroppo, o per fortuna, sono fatto così.

Ti senti quindi più Terra, o più Nettuno? Non ho un’idea precisa. In quel testo gioco molto sulle immagini, come se fossi l’unico terrestre. Gioco un po’ anche con la dimensione dello spazio che arriva a confondersi con quella marittima, sempre per sottolineare tale condizione. Rispetto a qualche tempo fa, sia nella vita che nella musica, sto cercando di essere più Terra. Tento di entrare in contatto con la realtà che ho attorno, di capirla e di non assumere una posizione di contrasto. Forse molto meno polemica e più “morbida”, più terrestre.

Insieme alla solitudine ritornano diverse immagini che rendi chiare, concrete dal momento che le hai vissute in prima persona. Questi ricordi che importanza hanno in “Cervino“? Le immagini che rievoco sono tutte legate a quei momenti che non ti abbandonano, nemmeno a distanza di anni. Un esempio è il brano intitolato “Denti di ferro“, ispirato ad un ricordo di infanzia. Stendono un po’ un tappeto, sopra al quale ho scritto tutti i testi. Senza questi piccoli/grandi avvenimenti non avrei potuto scrivere molte mie canzoni.

Cervino” è il tuo quarto album. Guardando un attimo indietro, cosa ti sembri sia cambiato? Principalmente sono cresciuto. Può sembrare una cosa banale, ovvia, ma delle volte è più intima di quanto si possa esprimere a parole. Suono ormai da parecchio tempo, ho avuto diversi progetti, scritto quattro dischi e da quando ho iniziato sono cambiate diverse cose. Credo di essere maturato quel tanto che che mi fa avere un approccio differente a ciò che vivo, partendo dalla musica e arrivando alla vita di tutti i giorni. Con “Cervino” mi sono posto determinate condizioni e volevo che il risultato finale fosse meno immaturo e irresponsabile. Per questo ho dovuto fare particolari scelte ed altrettante cose sono inevitabilmente sfumate. Sono discorsi che non ho affrontato per i lavori precedenti, i quali sono frutto di uno sfogo, sono stati scritti più “di pancia”. Da una parte vale anche per “Cervino“, dall’altra si è fatta sentire quella componente che ha voluto calibrare le idee, ragionarle. Con il tempo mi sono avvicinato un po’ più alla Terra.

Con questo ultimo album sei riuscito a scrivere qualcosa di importante, riuscendo a piazzare la tua bandierina sulla montagna. Dopo la discesa hai già annotato un nuovo Cervino? Indubbiamente questo album è molto importante per me. Non so dirti se quella bandierina è stata davvero posizionata, forse potrò confermarlo al termine delle serate, dopo i concerti. La salita mi ha fatto crescere molto, ma non mi sono ancora preparato alla discesa. Delle volte può sembrare la parte più semplice di un viaggio, ma non sempre è così. Mi piacerebbe pensare di non smettere mai di suonare, di scrivere e di fare tanti album, ma non è così facile. Questa domanda me la sono posta anche io, ma non sono riuscito a trovare risposta. Credo di non voler nemmeno cercarla, per adesso. Non ho ancora avvistato una vetta in particolare, ora penso a godermi l’avventura. Chissà, magari un giorno si approderà davvero su Nettuno.

Chiunque ha pensato di scappare per vedere cose nuove. Chiunque ha avuto la paura di cambiare, di crescere, ma ha trovato quel coraggio necessario per tuffarsi ed osare. Si nasconde da qualche parte, ma chiudendo gli occhi si riesce a trovarlo. Un po’ come nei libri di avventura che leggevi da bambino, ma ti chiedi cos’hai in meno rispetto a quei personaggi. Giusto in quelle pagine in cui si descrivevano nuovi mondi. Chissà cosa vedono gli astronauti.

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