John Princekin – “John Princekin”

John PK Front

Immaginate per un momento di trovarvi nella vostra stanza, immersa in un silenzio statico. Un luogo apparentemente sicuro, protetto da ciò che si aggira all’esterno. Immaginate di porvi quelle domande che generano mostri, toccano profondità così intime da risultare irraggiungibili persino a noi stessi. Ritornano i quesiti eterni, gli stessi che hanno ispirato mondi e viaggi ai limiti dell’universo ordinario, del sapere più occulto. La realtà attorno diventa sempre più stretta.

Dalle antiche ville venete dilaga un’eco oscura, abissale ed originaria da luoghi non perfettamente definiti. Qualcosa di estremamente freddo, di alieno e portatore di verità scomode. La voce è quella di John Princekin, membro del gruppo XVI Barre e protagonista di un album solista omonimo pubblicato in questi giorni. Etichettare il lavoro in questione con il termine “rap” sarebbe riduttivo in quanto si tratta di un disco che abbatte i cliché correnti del genere. John PK ha plasmato una creatura dotata di vita propria, un essere che parla una lingua appartenente ad un’altra dimensione, ma estremamente attuale.

Un’introduzione malinconica apre le danze e presenta i restanti dieci brani che compongono John Princekin” e finalmente può iniziare il viaggio. L’album è un’immersione in scenari post-apocalittici, in mondi lovecraftiani e dimensioni degne di un film di David Lynch. Gli scratch di Dj Bicchio, le strumentali di Jack BurtonManto Sunday creano l’atmosfera perfetta, delineando il mood del disco. Al termine di alcune canzoni si trovano dei capitoli di una fiaba che continua in tutta la durata dell’album. Una di quelle storie che non consigliano di leggere prima di andare a dormire.

In questo disco non manca quella vena decadente, ostile nei confronti di una realtà con la quale ci si scontra nel quotidiano. Una realtà che si deve condividere involontariamente e relega ai margini chi pensa in maniera differente. L’unica via di fuga va ricercata nello stesso individuo, nel suo profondo. Dalla città meccanica il monito giunge disperato. Restiamo umani.

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