HCV, diversamente rapper

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Quando si parla di “rapper” si ha ormai un’immagine chiara di come possa apparire questa persona. Belle auto, armi, gang, banconote arrotolate in tasca guadagnate la sera prima e qualche bella donna come scorta. Si sa, la “street-life” affascina sempre più le nuove leve che emulano quest’attitudine fino a tentare un approccio vero e proprio al genere. D’altra parte non tutti coloro che si avvicinano al rap rientrano in questo cliché, anzi. Talvolta se ne allontanano completamente. Strano, eppure capita.

Una valida alternativa a questo immaginario di strada la propone HCV, artista vicentino che ha un modo tutto suo di comunicare e fare musica. Quest’anno ha pubblicato un nuovo mixtape, intitolato “Slow., del quale ci fornisce qualche delucidazione. Non tutti, come leggerete, parlano allo stesso modo.

In “Slow.” affronti delle tematiche insolite per un rapper. Un esempio è “Pripyat 1970“. A cosa è dovuta la scelta di questo luogo e delle sue storie? Solitamente non tendo a definirmi un vero e proprio rapper. Quello che faccio è sicuramente associabile al rap, ma non gli appartiene del tutto. Mi sono appassionato a questo genere musicale e con il tempo ho iniziato a scrivere come questa musica richiede. Già ai primi ascolti suonava diverso, tutto molto più lento rispetto alla maggior parte di quello che veniva proposto. Con il tempo sono stato sempre più soddisfatto del risultato finale e così ho continuato in questa direzione. Mi viene naturale concepire testi e canzoni in questo modo e tutto ciò mi fa capire che sto facendo la cosa giusta, almeno per quanto riguarda il mio percorso artistico. Insieme al flow lento mi viene altrettanto spontaneo affrontare tematiche che si rivelano essere lontane da quelle che si incontrano solitamente. Il pezzo intitolato “Pripyat 1970“, come hai accennato tu, è un esempio lampante. Mi ha colpito molto la sua storia ed essendo appassionato di luoghi tetri, cupi, abbandonati ho voluto visitarlo. L’ho raccontato nella canzone inserendo le sue sofferenze, le mie impressioni e non sono riuscito a non includerlo nel mixtape. Inoltre, grazie al lavoro che faccio, mi capita spesso di avere un po’ di tempo per informarmi, leggere, scoprire nuove storie che, delle volte, si rivelano ottimi spunti per scrivere. Con questo pezzo ho cercato di raggiungere un pubblico più adulto rispetto a quello che mi segue solitamente e che conoscesse la storia di Chernobyl. Spero con tutto il cuore di aver portato a termine l’impresa con successo.

 

In diverse tracce del mixtape ci sono riferimenti o citazioni della “Divina Commedia” di Dante, ad esempio in “Insomnia“. C’è un concept che lega le canzoni che compongono “Slow.“? Per me è stato un lavoro molto sperimentale ed ha abbracciato tutti i miei interessi, quelli che sento più intimi. Con questo mixtape ho cercato di reinterpretare la “Divina Commedia” organizzandolo secondo le tre cantiche dantesche, ovvero “Inferno“, “Purgatorio e “Paradiso“. Si inizia con le tematiche più sofferte, più infernali fino ad elevarsi in termini di argomento. Le parole del ritornello di “Insomnia” sono tratte dal canto XIX del Purgatorio. Ho cercato di ripercorrere il viaggio di Dante, inserendo la mia quotidianità. Hai approfondito un’opera che molti citano, ma che spesso è conosciuta solo superficialmente. Purtroppo spesso è proprio così. Delle volte capita di ascoltare persone che inseriscono citazioni completamente decontestualizzate nei propri pezzi e questo è abbastanza deludente. Piuttosto non farlo, penso. Tutti i testi di “Slow.” sono molto studiati e ho fatto attenzione ai minimi particolari. Non ho lasciato nulla al caso. Un altro esempio è la canzone intitolata “Santa Lucia“, quella che più apprezzo. Anch’essa è tratta dall’opera di Dante e l’ho riadattata al contemporaneo. Capisco che un lavoro del genere non sia facilmente comprensibile e che senza spiegazioni possa risultare tutto un po’ occulto o addirittura noioso. Ad un certo punto entra in gioco il gusto dell’ascoltatore e da un lato posso solo fare affidamento su questo.

Possiamo concordare sul fatto che il rap stia spopolando sempre di più tra i giovani e che un numero crescente di ragazzi intraprenda questa strada. In un periodo dove si ascoltano rappate così veloci che sfociano nell’extrabeat, testi sacrificati alla tecnica e attitudini americane tu proponi l’opposto. Utilizzi delle strumentali e un flow molto lento e scrivi facendo riferimenti di un certo livello. Cosa significa per te rappare in questo modo? Per me è un po’ un modo per andare controcorrente, da una parte. Inoltre mi viene naturale farlo in questa maniera. Se provassi ad andare più veloce non sarei io e credo che si sentirebbe. La mia non è proprio una “rappata”, ma cerco di renderla più simile alla recitazione di una poesia e per fare ciò presto molta attenzione alla scelta delle parole. Non solo voglio che siano d’impatto, ma cerco di fonderle con la strumentale per creare qualcosa di omogeneo, di inscindibile. I beats che utilizzo appartengono alla nuova scuola per i suoni, ma la velocità è notevolmente ridotta. Ascolto rap americano da molto tempo e seguo le uscite italiane. Mi capita di sentire della musica fatta veramente bene, con tecnica e stile, ma sento che è un genere che non mi appartiene del tutto. Come hai fatto notare tu, i testi affrontano sempre quelle tematiche ricorrenti che, ad un certo punto, perdono significato. Nei primi lavori ero più simile a questi nuovi artisti, ma col tempo ho maturato un mio approccio a questo genere. Semplicemente io lo faccio a modo mio, ciò non vuol dire che non ascolti altri musicisti o che voglia mettermi contro di loro.

Vista l’importanza che dai ai testi, dove trovi l’ispirazione per scriverli? Facendo riferimento all’ultimo periodo mi sono affidato alla letteratura, alla storia e alla quotidianità. Lavorando a contatto con la gente mi capita spesso di assistere ad episodi particolari o di conoscere storie nuove. Cerco di raccontare tutto quello che vivo e che vedo, anche se spesso il protagonista di determinate vicende non sono proprio io.

Proponendo qualcosa di così diverso rispetto al solito, come ti senti nella scena vicentina e, più in grande, in quella italiana? Per quanto riguarda la scena a Vicenza ti so dire ben poco, in quanto non riesco a frequentare spesso quegli ambienti dove si passa il genere. Nel complesso rimane sempre un po’ provinciale, chiusa in se stessa. Passando qualche giorno a Milano, ad esempio, si coglie subito l’enorme differenza. Il rap in Italia sta andando forte e i numeri lo confermano. Ci sono sempre più ascoltatori e sempre più persone che si cimentano nell’impresa. Spero si continui sempre così anche se, per quanto riguarda la mia musica, non credo la si possa far rientrare nel genere.

Quali sono, secondo te, quegli aspetti da migliorare per fare in modo che anche la scena italiana venga riconosciuta? Se guardassimo l’America, dove tutto è iniziato, ci accorgeremmo subito di quanto siamo indietro. Questo non vuol dire che qui non ci siano persone di talento, anzi. Un altro aspetto su cui dobbiamo migliorare è l’ascolto. Bisogna ascoltare tanto e bene, aprirsi e farsi contaminare da generi diversi. Chiudersi nel proprio ghetto musicale porta solo a fossilizzarsi sulle solite cose. Non si evolve. Siamo musicisti e, in quanto tali, non dobbiamo fare altro che ascoltare musica per poterla fare al meglio.

Pensare di proporre qualcosa di così diverso potrebbe sembrare a molti un azzardo, una partita pensa in partenza. Eppure HCV continua con i suoi testi, con il suo flow senza tanto preoccuparsi della moda corrente. Adesso è arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo, di buttarsi, di osare. Magari con meno social e con qualche libro in più.

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